Primo punto da studiare attentamente: la guerra in Siria, dopo l’entrata in quel quadrante della Federazione Russa, presuppone una connessione tra Mosca e Teheran che è, per Israele, sommamente pericolosa.

 Gran parte delle sortite aeree russe sul terreno siriano provengono infatti  dalla base iraniana di Hamadan, 175 miglia a sud di Teheran, la storica tomba, tra l’altro, di Ester e di Mordechai, pellegrinaggio tradizionale degli ebrei iraniani.

 Se, poi, la  Russia vuole davvero evitare che le tradizionali potenze occidentali ritornino a gestire gli equilibri del Grande Medio Oriente, non può non favorire il rafforzamento di una “mezzaluna sciita” che va dall’Iran, appunto, all’area alawita in Siria fino al Libano meridionale  del “partito di Dio”, Hezb’ollah.

 Ma se Mosca lascia tutto il lavoro in mano degli iraniani e dei loro alleati, deve poter contare poi su un Israele forte che gli permetta di rimanere in gioco su tutto il territorio siriano.

 Peraltro, Putin vuole bloccare ogni tentazione occidentale nel condurre altre “primavere arabe”  in Medio Oriente o rivolte di piazza che, il leader russo lo sa bene, verrebbero prima o poi utilizzate contro il suo regime, all’interno della Federazione Russa.

  Putin ha bloccato ogni possibilità di “strategia indiretta” da parte degli occidentali, e questa è già una sua rilevante vittoria.

 Putin ha infatti stabilizzato, con l’annessione della Crimea del 18 Marzo 2014 e la sua controrivoluzione in Ucraina, lo stesso anno, la  proiezione di potenza russa da sud, per la copertura delle sue principali reti per la distribuzione di idrocarburi verso l’Occidente e il Mediterraneo.

 La presa, da parte dei russi, della Siria e quindi dell’intero  Grande Medio Oriente è il  necessario “secondo cerchio” di questa nuova securizzazione.

 I russi ragionano per Paesi, mentre gli occidentali e, soprattutto, gli americani, pensano per etnie, gruppi religiosi, aree tribali.

 E’ anche questo un punto di forza, per Mosca.

 Ecco perché il continuo frazionarsi dei fronti di scontro  ha prodotto non l’egemonia Usa, ma la sconfitta ormai definitiva degli americani in tutto il Medio Oriente.

 Quindi, Mosca è certamente interessata alla nuova espansione dell’economia e dell’influenza geostrategica iraniana, ma Teheran vuole ancora Bashar el Assad come leader unitario della Siria.

 Però  la Federazione Russa vuole ancora Assad al potere perché ciò permette la massima sicurezza delle sue basi marittime sul Mediterraneo siriano.

Al contrario  l’Iran intende mantenere Assad e il sui regime sciita perché esso gli consente la massima continuità strategica con gli Hezb’ollah libanesi.

 Naturalmente, Israele non ha alcun interesse ad entrare nel conflitto siriano.

 La presenza dello stato ebraico catalizzerebbe una alleanza tra sunniti e sciiti contro Gerusalemme e non farebbe il gioco né della Russia né, tantomeno, dello stesso Israele.

  Peraltro, Gerusalemme ha fornito aiuto umanitario e medico ai siriani feriti che arrivavano ai confini delle Alture del Golan  ed ha autorizzato il passaggio di convogli umanitari attraverso i suoi confini.

 Le forze armate israeliane hanno comunque colpito singoli obiettivi all’interno del territorio siriano, durante il conflitto; e la programmazione militare dello stato ebraico presuppone che, pur con il sostegno russo, non vi possa essere mai e in nessun caso una continuità strategica tra le forze di Bashar el Assad e il “partito di Dio” degli sciiti libanesi.

 E la Russia ha finora mostrato interesse verso la tutela dei confini israeliani, per una serie di importanti motivi.

 In primo luogo, nello stato ebraico vivono oltre un  milione di cittadini russi di religione ebraica.

 La slavofilia vale anche per gli Ebrei russi, nella cultura ortodossa e nazionalista russa.

  Poi, il collegamento economico tra Mosca e Gerusalemme è di primario interesse, anche e soprattutto per i russi.

 I contatti economici tra Russia e Israele valgono oggi circa 4 miliardi di Usd, una cifra ben superiore a quella, per esempio,  degli interscambi tra Mosca e il Cairo.

 E si tratta quasi sempre di scambi economici che riguardano beni ad alto valore tecnologico.

  Inoltre, Putin potrebbe essere il miglior broker possibile, oggi, per una trattativa seria e definitiva tra Gerusalemme e i palestinesi.

 Ormai l’America di Obama non vuole più occuparsi direttamente di Medio Oriente e a Washington vi è un clima sempre più teso nei confronti di Israele, della sua lobby politica interna, dei suoi interessi strategici nella regione;  che non collimano con la politica USA di sostegno incontrastato alle monarchie del Golfo.

 Gli americani hanno demandato ai sunniti la protezione dei loro interessi in Medio Oriente, una mossa azzardata e pericolosa.

 Ed  anche in questo caso, i meccanismi decisionali di Washington sono stati ambigui.

 Se, da un lato, il marzo 2016 ha visto la firma di un  accordo militare Usa-Israele  da 38 miliardi di Usd in dieci anni, con alcune concessioni politiche da parte di Gerusalemme per i palestinesi, dall’altro mai come durante l’era di Obama vi è stato  costante  tra Washington e Gerusalemme.

 Ma Putin e Netanyahu hanno invece  posto in essere un accordo di mutuo scambio di informazioni strategiche durante la guerra in Siria, che funziona bene e potrebbe essere il primo gradino per uno scambio politico-militare stabile tra i due Paesi.

 Gli americani desiderano questo? E come potrebbero allora contrastare la crescita della Russia come broker di Israele nel mondo arabo e islamico?

Peraltro, se Gerusalemme vorrà contare in un futuro ridisegno della Siria, è solo con Mosca che dovrà trattare, visto che gli occidentali si baloccano ancora con i jihadisti “moderati” e, pur senza contare alcunché sul terreno, vogliono la regionalizzazione di una futura Siria pacificata.

 E poi, senza gli alleati occidentali presenti nel quadrante siriano, Israele non può non trattare con l’unico potere credibile non islamico, ovvero quello russo.

 Se poi andiamo a vedere come sono cambiati i punti di crisi della dislocazione di forze israeliana, vediamo che la guerra in Siria ha reso il Libano molto pericoloso, la Striscia di Gaza ancora più instabile ma ha trasformato completamente la struttura militare e politica delle Alture del Golan.

 Le Alture, conquistate ai siriani durante la Guerra del 1967, sono state per oltre 40 anni il confine israeliano più calmo.

 La UNDOF, la forza di peacekeeping dell’ONU in area, collabora alla stabilizzazione del confine, insieme a forze israeliane e siriane dislocate nelle retrovie.

 I Drusi e gli israeliani che vivono tra le alture del Golan sono comunque oltre 40.000.

 Un fronte molto dinamico, quello tra Israele e Siria, in cui si sono già verificate operazioni del Daesh/Isis e attacchi alle zone delle Alture più vicine alla Giordania.

 Assad non ha alcun interesse a risvegliare il leone di Israele, i jihadisti non vogliono pagare il prezzo di reazioni durissime delle forze israeliane, Gerusalemme non vuole,  in nessun modo, essere chiamata dentro il conflitto sciita-sunnita.

 Due i veri  pericoli strategici: una azione di profondità  sciita o sunnita nelle sole alture del Golan oppure una correlazione di forze tra fronte delle Alture, Libano del Sud e Striscia di Gaza.

 Prima dello scoppio della guerra in Siria, infatti, il dibattito strategico tra i decisori israeliani era semplice: sarebbe stato un bene per Israele che i sunniti vincessero le forze di Assad, il che avrebbe rotto il legame tra gli alawiti del regime siriano e l’Iran.

 Oppure,  i sunniti avrebbero costruito un corridoio strategico dalla Turchia alle alture del Golan, con il sostegno del Qatar e dell’Arabia Saudita?

 Una prospettiva che avrebbe portato il Daesh o i vari “fronti” jihadisti sui confini di Israele.

 Meglio “il diavolo che conosciamo già” o una nuova forma della stessa pericolosa presenza?

 Assad, peraltro, che è un uomo accorto, non ha mai attaccato direttamente le forze di Gerusalemme sulle Alture, per paura delle prevedibili e potenti azioni di risposta;  ma ha comunque fatto passare armi iraniane verso Hezb’ollah utilizzando il suo confine meridionale con Israele.

 Il rifiuto da parte dello stato ebraico di seguire una delle due vie, per poi poter gestire con il vincitore russo un equilibrio favorevole, è stata la scelta vincente, per ora.

 Evitare quindi di eccitare sia i turchi che i russi nell’area, anche se Israele ha deciso, nelle more della guerra siriana, di sostenere alcuni gruppi sunniti al suo confine siriano, per evitare la stabilizzazione di posizioni di Hezb’ollah immediatamente dietro le proprie linee di difesa.

 Gruppi sunniti che, peraltro, sono sostenuti, sempre davanti alle Alture del Golan, dall’Arabia Saudita e non dalla Turchia.

 Gli attacchi israeliani sono sempre stati duri e precisi, verso gli ufficiali iraniani e i dirigenti del “partito di Dio” libanese operanti sul confine del Golan, a partire dal gennaio  2015 fino ad oggi.

Le attività degli sciiti libanesi sono però diventate più difficili da quando i russi hanno fornito alla Siria i loro radar evoluti e i missili antiaereo S-400.

 L’accordo tra Israele e Mosca è stato infatti  immediato, a questo punto, indice del rilievo che lo stato ebraico ha per i russi.

 Gli iraniani non potevano fornire Hezb’ollah con armi evolute e, se l’avessero fatto, Israele avrebbe avuto diritto alla reazione militare immediata in territorio siriano.

 Sempre riferendoci al dibattito tra i decisori strategici israeliani, vi sono molti segni secondo i quali Gerusalemme starebbe cambiando la sua valutazione degli scontri in Siria.

 Se il conflitto continua, come tutto oggi fa prevedere, le forze siriane saranno appena l’ombra di quello che sono state, mentre il “partito di Dio” libanese deve sostenere pesantemente il suo alleato Assad, diminuendo quindi la sua pressione sugli obiettivi israeliani.

 Per molti analisti di Gerusalemme, quindi, una guerra che consuma definitivamente tutti i nemici settentrionali dello stato ebraico è l’equazione strategica ottimale.

 D’altro lato, vi è il pericolo che Israele, per evitare la vittoria degli alawiti di Bashar el Assad, sostenuti dai russi, abbia una sorta di “riflesso condizionato” di tipo americano, ovvero che inizi a sostenere, contro Assad, l’Iran e Hezb’ollah, i famosi  “ribelli” sunniti tanto cari all’ebetudine strategica occidentale.

 I quali, dopo aver ricevuto il sostegno, si rivolterebbero immediatamente contro la mano che  li ha protetti.

 Non ci dice proprio nulla la storia della fondazione del Daesh/Isis?

 Una alternativa razionale, sempre per lo stato ebraico, sarebbe quella di sostenere i curdi oppure, con un pensiero più ampio, auspicare un frazionamento dell’attuale stato siriano, una sua “cantonizzazione”.

 Ma si può pensare anche alla grande opportunità geopolitica che l’intervento russo permette ad Israele.

 Salvare Assad, per i russi, significa  marginalizzare gli Usa in tutto il Medio Oriente e quindi diventare un attore strategico globale.

 Peraltro, l’obiettivo secondario di questa operazione di Mosca è quella di mantenere l’alleato-chiave nell’area, appunto Assad ma, soprattutto, eliminare ogni possibilità di islamizzazione radicale delle aree sunnite e, quindi, di non permettere una influenza marcata in Siria  di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, tre potenze vicine agli Usa, peraltro.

 Quindi, la Russia può volere, e non sappiamo ancora bene quale  sarà la scelta di Mosca, tre cose diverse.

 O una Siria piccolissima e unita, un alawistan per proteggere le zone militari russe sul Mediterraneo, oppure ancora una meno piccola Siria, con Assad che regna su Aleppo, Homs, Hama e Damasco e, infine, una grande Siria ma senza Assad.

 Le alternative, sempre per Israele, potrebbero essere quelle di sostenere con il silenzio le azioni russe in Siria e, contemporaneamente, riaprire i rapporti tra lo stato ebraico e alcuni paesi sunniti, per giocarli in contrasto con l’espansione egemonica di Teheran tra l’Iran e il Libano Meridionale.

 Oppure, ancora, Israele potrebbe trattare direttamente con Mosca una disposizione di forze dentro la Siria che permettesse il sostanziale disinnesco del pericolo iraniano-sciita sulle Alture del Golan.

 Ma quale sarà la moneta di scambio con Mosca e gli altri players regionali, posto che gli Usa non sono più presenti in quel quadrante?

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France