Come è noto a tutti gli studiosi seri della questione uyghura e dello Xingkiang, le tensioni tra lo Stato Cinese iniziano ben  prima della Rivoluzione comunista e si rafforzano, modificandosi, dopo le trasformazioni rapide e spesso distruttive del sistema parasovietico di Pechino.

   Mao infatti  trasforma il centralismo economico e politico di marca russa in un nazionalismo tradizionale, anche etnico, di tipo strettamente han-cinese, fuori dall’”internazionalismo proletario” sovietico, che Pechino non ha alcuna intenzione di seguire.

 Mao  e i suoi successori non vogliono stancare la debolissima economia cinese di allora nella follia, di solo interesse sovietico, di gestire una “guerra fredda” con l’Occidente.

 Inoltre, la Cina inizia ad utilizzare lo Xingkiang come centro per le sperimentazioni nucleari e lo sfruttamento delle materie prime locali.

  Dopo Piazza Tien An Men, inoltre, hanno inizio forti tensioni centripete in tutta la Cina, sia di tipo strettamente politico che di tipo etno-autonomistico.

 Quindi, la questione uyghura  diventa  per Pechino  un tema da trattare  tra  tutto il mondo cinese e i nuovi Paesi postsovietici  e asiatici  che sorgono dopo la fine dell’URSS, i quali hanno anche loro una solida minoranza  turcomanna-uyghura.

  In  questo caso la schiera delle repubbliche asiatiche postcomuniste, ma ancora ad economia centralizzata, accetta gli aiuti di Pechino, tra i quali vi è inserito un chip geopolitico, ovvero un   trattamento specifico  rispetto alle popolazioni turkmene asiatiche.

 Se i dirigenti del movimento uyghuro comprendessero questa serie di tematiche di tipo strategico, e non da semplice mattinale di polizia, molti passi avanti potrebbero compiersi, da entrambe le parti in contrasto.

 Successivamente, la crescita straordinaria dell’economia cinese dopo le riforme  di Deng Xiaoping aumenta ulteriormente il senso di alienazione delle aree periferiche non-han della popolazione.

 Che si impoveriscono e si vedono abbandonate dal processo di arricchimento di massa generato da Pechino.

 Ma ora, sia da parte occidentale sia da quella cinese, si è notato che l’aumento della ricchezza diffusa creava tensioni centripete, sia di tipo etnoreligioso che di ambito propriamente economico.

 E questo è certamente un pericolo mortale per tutto il sistema politico di  Pechino, che o sta insieme o crolla miseramente. Gli uyghuri vogliono questo? Non crediamo.

 Temo che desiderino una vita migliore, come tutti, se daranno la certezza a Pechino che non ci sono giochi globali che li manovrano.

 Come ora accade.

  Ecco  allora come si svela l’interesse geopolitico di molti Paesi all’aumento delle tensioni tra le periferie e il centro del potere cinese.

 Se la Cina comunista diventasse un potere regionale controllabile facilmente, senza grandi riserve di materie prime, senza l’assertività militare e l’autonomia monetaria di cui oggi può disporre, gli USA in primo luogo e anche la stanca UE sarebbero felicissimi.

 Avrebbero un grande Paese da gestire secondo i loro interessi, prendendo materie prime e manufatti al minimo prezzo possibile e facendoli poi pagare con rapporti monetari del tutto asimmetrici.

 Già, ma poi chi lo stabilizza il Medio Oriente e chi ha i capitali per entrare in Africa, la povera Europa o la nuova Cina?

 Oppure un altro fallimento degli USA, sensibili ai “diritti umani” ma incapaci di leggere le grandi trasformazioni mondiali e  sempre incapaci di “finire il lavoro”?

  Ecco perché non c’è nessun motivo di pressione sulle mie idee da parte della Cina.

 Esse erano, malgrado le maliziose affermazioni di Dolkun Isa, tipiche di una analisi standard del contesto strategico locale.

 Ecco perché la questione uyghura va studiata senza paraocchi etnici e politici, ma nel suo grande rilievo strategico, come primo pezzo di Cina che se ne vorrebbe  andare via dal Centro, magari integrandosi con l’area panturca o con l’Islam saudita o degli Emirati, che da un lato sembrano aiutare finanziariamente  i poveri occidentali e dall’altro finanziano e gestiscono il jihad globale, dall’Isis alle reti clandestine in Europa e nel Nordafrica.

 E, anche in questo caso, vi sono tracce ben evidenti e ormai note dell’impegno di una parte del movimento uyghuro in questo processo di jihad globale.

 I diritti umani sono molto importanti, ma vanno letti nel loro giusto contesto, non utilizzati come specchietto per le allodole.

 Questo può andar bene solo per gli ingenuissimi parlamentari europei, per i quali non serve nemmeno la disinformazione di tipo classico.

 Chi pensa infatti che chi scrive faccia della semplice disinformazione riguardo alla questione uyghura si dimentica, proprio per la conoscenza di chi scrive delle questioni cinesi, che è a noi ben nota la complessità e i molteplici significati geostrategici, etnici, economici e politici  della questione dello Xingkiang.

 Peraltro, dalle parole di Dolkun Isa si può dedurre che la Cina ed altri fanno tutti “disinformazione” sulla questione uyghura, ma non quelli del World Uyghur Congress.

 E’ la classica proposizione di chi si sta accingendo proprio a  fare la propria  disinformazione.

 Peraltro, nessuno da parte del WUC, finora, ha negato il legame tra il gruppo di lotta uyghura e la loro organizzazione.

  Certamente poi la Germania avrà accettato la presenza del WUC a Monaco di Baviera  per i noti motivi e complessi psicologici riguardo al suo passato, però Berlino non ha mai dismesso la sua politica filo-islamica ad Est, dalla Mezzaluna Fertile all’Estremo Oriente.

 I concetti strategici sono quindi  fatti, non sono solo le semplici statistiche  sulla “repressione” che non produce dati specifici su cosa e chi è stato “represso”.

 Naturalmente, la mano cinese è dura, ma per motivi che sono in gran parte politicamente e strategicamente comprensibili.

  E qui c’entra molto poco il mito dei “diritti umani”, concupiti spesso ovunque.

 Anzi, a dire il vero, da vecchio esperto di guerra psicologica, molte delle notizie emesse dal WUC paiono davvero molto manipolate e ingrandite.

  E certamente  la Germania ha accettato la presenza del WUC sia per contrastare le coeve politiche di altri Paesi, soprattutto gli USA, sia per fare da sponda al predominio postbellico della Gran Bretagna, ancora, in quelle aree.

   E mi riferisco al Grande Medio Oriente, da dove parte la linea che collega il movimento uyghuro a chi lo sostiene in Turchia, per mire panturaniche, sia per  creare un cuscinetto islamista da radicalizzare all’occorrenza contro Pechino, come l’Arabia Saudita e i suoi alleati locali.

 Il jihad è sempre minaccia, anche quando è silente. E comunque diventa la piattaforma di varie potenze, non tutte necessariamente islamiche.

 Per quanto riguarda poi i viaggi riportati da Dolkun Isa, essi mi sono stati riferiti da più fonti, che ho controllato e posto in relazione tra di loro.

 Nessuna voglia di fare il poliziotto, ma di capire quale è la rete che il WUC e chi lo finanzia vogliono stringere dentro le reti etniche, religiose, politiche che potrebbero sostenerlo.

  Infine, ho il forte sospetto che il WUC, e i suoi sostenitori globali, vogliano soprattutto irretire i tanti parlamentari europei, che parlano di diritti umani a seconda della lobby che preme su di loro.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France