Quali sono stati i meccanismi psicopolitici  e  la linee politiche effettive che hanno portato al potere Donald Trump?

Non è cosa così semplice da definire.

Certamente la presidenza dell’imprenditore di origine tedesca, insieme al solo Eisenhower, è andata contro a tutti i dogmi dell’ormai insopportabile politically correct, ed è andata al sodo della crisi degli Stati Uniti, crisi ben più evidente, dal punto di vista sociale, di quella europea, che non ha la correttezza linguistica ma, almeno, ha il Welfare State.

In quasi l’8% delle case americane, per esempio, vi sono bambini “food insecure”, un modo politically correct, appunto, per dire che non mangiano abbastanza.

Nel 2014, poi, i poveri negli USA erano 43,1 milioni di individui.

Di cui 19,4 milioni di cittadini che vivono in estrema povertà.

E poi, anche gli uffici governativi di statistica ci dicono che una delle cause maggiori della povertà è l’immigrazione.

Coloro che vengono da altri Paesi confinanti, ovvero il Messico, sono disposti a essere pagati di meno dei nativi e quindi i lavori a basso salario divengono sempre più rari, e a salario sempre più basso.

Poi, la  colossale spesa militare e per la sicurezza, che è la metà delle spese discrezionali del Governo, infine quella che alcuni sociologi hanno definito come “la cultura dell’ineguaglianza”.

 Gli USA sono infatti alieni da qualsiasi tradizione sociale della solidarietà, che rimane rinchiusa protestanticamente nell’anima del singolo.

Le popolazioni quindi sono sempre segregate per reddito e per razza e i posti di lavoro sono, lo abbiamo detto, rari e sottopagati, il che genera criminalità di massa  e diffonde il modello della “single parent family”.

Ecco quindi il disegno di partenza, la lunga stagione progressista in USA,  una cultura politica più interessata al gay marriage che alla povertà di massa, poi un linguaggio politico tutto incentrato sul corpo e i suoi “diritti”, la pop culture come asse di tutta la comunicazione e della formazione dei giovani.

Che devono essere futuri consumatori, non produttori.

Quindi Donald Trump parla, invece e in primo luogo, alle masse diseredate, che negli USA sono tantissime.

L’area del Midwest che ha votato Trump, la Rust Belt, la cintura della ruggine  delle fabbriche abbandonate e della povertà endemica della ex-working class ha fatto la sua Brexit votando il tycoon newyorchese.

Tutte le classi politiche universalistiche che si ricordano dell’inutile e si dimenticano della nuova povertà saranno spazzate via.

Inoltre, e questo vale ancora  sul piano psicopolitico, la campagna elettorale di Trump è stata espressamente “maschilista”, senza piegarsi alle varie mitologie d’oggi, come le chiamava Barthes, che mitizzano e esaltano il ruolo delle donne, e che di converso rendono i maschi un corollario spesso inutile.

L’altra chance di vittoria per Trump è stata la stessa Hillary Clinton.

Ha messo in pericolo l’Ambasciatore USA in Libia, Stevens, poi deceduto in un attacco di Ansar al Sharia, negando ulteriori supporti di sicurezza alla sede di Bengasi, per non parlare poi dell’uso scorretto della Fondazione Clinton, usata come tangente per chi voleva parlare con il capo del Dipartimento di Stato.

Poi sono sul conto della Clinton le 15.000 e-mail del Dipartimento portate sul suo server personale, la salute evidentemente non buona, l’aura di cinismo e di negazione della verità che ha mostrato nella sua attività politica.

Insomma, solo gli ingenui europei, con il loro povero cervello ancora legato ai miti della “Nuova Società” kennediana, potevano finanziarla pubblicamente, peraltro male informati su come andava la campagna elettorale e sottoposti poi alla vendetta di Trump.

E non dimentichiamoci poi che Hillary era, anche in campagna elettorale, tesa a continuare la tragica idea di “portare” la democrazia in tutto il Medio Oriente.

Fu lei, infatti, a dare inizio alla sovversione che tentò, senza  riuscirci, di eliminare il potere di Bashar el Assad in Siria.

Utilizzando, peraltro, tutti i pendagli da forca del jihad, ridefiniti, per l’occasione, “islamisti moderati”.

Magari tra questi gruppi c’era anche Ansar al Sharia, proprio  il nucleo che eliminò Stevens e gli altri a Bengazi…

Le unità jihadiste addestrate dalla CIA e dal Dipartimento di Stato si sparavano tra di loro, mentre alcuni gruppi jihadisti “moderati”, dopo l’addestramento americano, andavano immediatamente ad arruolarsi nell’Isis.

Il comico del tragico.

Tornando alla campagna elettorale, non è poi difficile da intuire che i sostenitori di Bernie Sanders abbiano votato sì per la Clinton, ma senza portare nemmeno un altro voto ai seggi.

Ma cosa vorrà fare il  Presidente Trump?  Sarà, con molta probabilità, il leader politico che metterà fine alla globalizzazione, che era una americanizzazione e che, quindi, può essere cessata solo “alla fonte”.

Poi, in termini più concreti, Trump ha detto che si dovrà chiudere il passo della grande immigrazione da sud, dal Messico, e quello Stato dovrà pagare l’ormai famoso “muro”.

Meno immigrazione, meno concorrenza sui “lavori da povero”, tendenziale aumento dei salari in quei settori.

E’ Trump, uomo di destra, il primo candidato Presidente a parlare di poveri in campagna elettorale.

Non è poi una cosa strana. Fu Bismarck, con l’aiuto del socialdemocratico Lassalle, a rendere legge l’assicurazione obbligatoria per i lavoratori.

Poi, sempre secondo Trump, i musulmani che vengono da Paesi “caldi” non dovrebbero essere ammessi negli USA.

Già, ma dove sono i Paesi “freddi” nell’area islamica?

Attualmente poi i mussulmani residenti negli USA sono 3,3 milioni.

Una minoranza religiosa ancora più piccola degli Indù e dei Sikh in America.

Ma qui Trump, evidentemente, vuole evitare la rapida moltiplicazione di questa area etnoreligiosa, che il nuovo Presidente legge come una “quinta colonna” di tutte le forme della rivolta islamica.

E’ un altro limite alla globalizzazione: uno dei suoi miti fondativi era la libertà di muoversi di tutti verso ogni dove, per trovare buoni lavori, la salvezza, la sopravvivenza.

Ciò è stato anche un modo per stabilizzare i regimi del Terzo Mondo, che con l’emigrazione si toglievano dai piedi le loro “masse pericolose”.

Ora non più, negli USA.

E, magari, il comportamento di Washington su questi temi incoraggerà i Paesi oggetto di migrazioni fortissime a chiudere definitivamente i confini.

Ritornano, ovunque, i confini, quelli che Régis Debray diceva essere la prima motivazione di uno Stato.

Un altro punto esposto in campagna elettorale, e che sarà presto realizzato, è la fine dell’”Obamacare”, quel sistema di assicurazioni sanitarie per i meno abbienti che ha anche irritato fortemente la vecchia e la nuova destra USA.

L’Obamacare è, in sostanza, il sostegno dello Stato all’acquisto di assicurazioni sanitarie, con la proibizione per le aziende assicuratrici di rifiutare le persone per i loro trascorsi sanitari o la loro condizione economica.

Negli USA la spesa sanitaria è al 10% del PIL mentre, in paesi del Welfare come l’Italia, la percentuale è del 9,2%.

 Il perché di tutto ciò è complesso da spiegare, ma un punto è chiaro: è un sistema sanitario incentrato sul reddito dei medici.

Ma comunque Trump ritiene che tutti debbano avere la copertura sanitaria, ma in modo non legato al mercato assicurativo, che ha altri criteri da quelli della sanità, ci vuole fare solo soldi.

Ma non è ancora chiara la soluzione futura di questo problema da parte di Trump.

Inoltre, il nuovo presidente ritiene che si debba certamente tenere all’aria e all’acqua pulite, ma che il “cambio climatico” sia una vera balla, una bufala.

E pensare che un ex-vicepresidente ci aveva fatto il centro della sua campagna elettorale, paventando distruzioni colossali che, puntualmente, non ci sono state.

Certo, occorre curare l’ambiente, ma il terrorismo psicologico dei sostenitori del “climate change” ha molot a che fare con il clima dei film di fantascienza.

E, sul piano della strategia globale, Trump ha osato sfidare uno dei luoghi comuni più radicati nella mentalità USA, affermando che il mondo sarebbe migliore se Saddam e  Gheddafi fossero ancora al potere.

Entrambi combattevano meglio il terrorismo e rendevano stabile il loro Paese, è stato un grave errore per gli USA abbatterli.

E’ un passaggio essenziale: con Trump, l’America cesserà di portare democrazia in ogni dove, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.

Un nuovo isolazionismo? No.

Una nuova posizione degli USA nel globo, in correlazione con una Cina in forte espansione economico-politica, una Russia più assertiva, una Europa irrilevante.

Per non parlare dei punti caldi: la Siria, la Corea del Nord,  l’intero  Medio Oriente.

Sul Trattato JCPOA sull’Iran nucleare, Trump si è già dichiarato contrarissimo.

Per lui, il Trattato del 5+1 è un modo per arricchire l’Iran, non bloccare davvero le sue armi nucleari, far continuare quindi a Teheran il suo ruolo di sponsor del terrorismo internazionale.

Certamente, ne abbiamo parlato a lungo, il trattato JCPOA ha molte possibilità di essere aggirato, e comunque non fa cessare la corsa iraniana al nucleare militare.

Trump inoltre ha dichiarato di avere un piano per eliminare l’Isis, ma non ha approfondito il tema in campagna elettorale.

 Poi, e qui c’è il punto dolente per gli europei, Trump ha definito la NATO “obsoleta”.

In altri termini, il Presidente eletto pensa che l’asse primario della difesa non sia quello che unisce l’Europa all’America, ma pensa che gli USA debbano muoversi autonomamente per quanto riguarda la Cina, la Federazione Russa, gli altri potenziali geopolitici in crescita.

La NATO era stata creata per “tener sotto i tedeschi, tener fuori i russi, tenere dentro gli americani”, secondo una vecchia battuta del suo primo segretario, Lord Ismay.

Oggi, nessuno dei termini funziona più: i tedeschi sono autonomi e spesso fanno politica estera insieme agli USA e non con i loro colleghi della UE, i russi sono fuori ma non rappresentano, malgrado la attuale dottrina NATO, una minaccia esiziale.

I nuovi potenziali strategici sono altrove, ormai.

Se quindi la NATO è obsoleta, occorrerà ripensare la stessa politica estera della UE, che non avrà la protezione automatica data dal meccanismo atlantico.

Quindi l’UE dovrà ripensare tutte le sue linee di politica estera e di difesa, anche quelle più recenti, e farsene una ragione: la globalizzazione, almeno nella sua prima fase, è finita.

Gli Americani faranno il loro gioco, piaccia o non piaccia agli Europei.

L’UE poi dovrà ripensare il suo ruolo strategico.

Unione solo economica, con l’Euro che nessuno vuole più? Fallirà subito, ogni unione politica ha un principio strategico e militare.

Ma ci sarà poi un vero esercito europeo, come alcuni auspicano dopo la Brexit?

E chi ne detterà le linee strategiche, l’umanitarismo universalistico di Bruxelles o altri Paesi, più consci delle nuove minacce?

Insomma, con Trump l’Europa è sola. E dovrà nuotare in un nuovo mondo senza più le protezioni che erano nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France