In una lettera redatta nel Dicembre 2015, Xi Jinping proponeva, per il G20  del 4-5 Settembre del 2016 alcuni obiettivi sia nazionali che globali.

 Per il Segretario del PCC, il fine del sistema G20, che egli ricorda essere nato all’inizio della crisi finanziaria del 2008,  sarebbe quello di elaborare finalità concrete che portino ad una economia globale multipolare e condivisa.

 Xi afferma  nella lettera che, se questo accadrà, la Cina vi apporterà il suo determinante contributo, anche modificando in parte la sua formula produttiva.

  La win-win strategy è l’obiettivo dichiarato del Segretario cinese. Il che al di là delle formule, ha un significato ben preciso.

  Il precedente G20 di Antalya  è stato applicato per il 77% del totale degli obiettivi, lo dimostrano le statistiche.

   Se, poi, i dati ci mostrano che i Paesi del G20 rappresentano  circa il 90% del PIL mondiale, allora si intuisce che, al di là delle dichiarazioni di principio e delle formule di circostanza, la riunione di Hangzou era, per la Cina, il posto ideale per iniziare a ridisegnare il suo posto nel mondo.

  Nel suo discorso di apertura al G20 in Cina, Xi Jinping ha chiarito, in termini moderni, un concetto di antica tradizione maoista: quello secondo cui  ogni Paese deve intraprendere la propria specifica via allo sviluppo.

 In altri termini, non ci sono modelli da importare, magari dopo una lunga e rovinosa guerra per la “democrazia”, all’interno di un mondo già globalizzato.

  Ogni Paese ha la sua vocazione, il suo sistema, il suo shih, la sua forma naturale, per usare un termine della filosofia taoista.

  Nel ricordare lo sforzo, quello sì un vero  “Grande Balzo in Avanti”, diversamente dalla linea autarchica  di Mao negli anni ’50, che ha portato la Cina ad essere la seconda economia mondiale, Xi ha chiarito, sempre tra le righe, un altro  punto importante.

  La Cina, secondo il Segretario del PCC, non rallenterà il ritmo delle sue riforme, il che significa oggi  che tenderà ancora a rafforzare il suo mercato interno e che rafforzerà  la  sua lotta alla corruzione.

 Secondo gli ultimi dati, il Partito ha sanzionato ben 300.000 funzionari durante il solo anno in corso.

  La lotta alla corruzione di Xi Jinping vuole significare che il Partito si riprende il ruolo centrale che ha sempre avuto nella Cina comunista, e che intende aprirsi nel modo migliore ai mercati esteri.

   Senza quindi azioni degli imprenditori stranieri  manipolate dalla corruzione dei quadri e dei dirigenti dello Stato e del Partito.

  Inoltre, Xi vuole modificare la vecchia equazione dello sviluppo cinese, per aumentarne la competitività e metterlo alla pari delle economie occidentali più tecnologicamente evolute.

  In altri termini, finora Pechino ha fatto dumping sociale ed industriale verso le lavorazioni “mature” dell’Occidente, a basso tasso di crescita e a medio valore aggiunto.

 Con questo sistema la Cina sta superando il sottosviluppo e sta “alzandosi in piedi”, sempre per usare la terminologia di Mao Zedong.

 Oggi si cambia: Pechino giocherà ad armi pari nel mercato mondiale delle tecnologie e dei capitali.

 La Cina era diventata in tal modo, negli anni, quello che alcuni economisti USA definivano “the global sweatshop”, utilizzando per le fabbriche cinesi  una terminologia che ricordava i romanzi di Charles Dickens.

  Ora i capitali di Pechino, secondo il Segretario Xi Jinping, saranno impiegati da un lato per creare all’interno del Paese  una supply-side economics, una economia “dal lato della domanda”, dall’altro lato per entrare nei nuovi settori tecnologici a basso tasso di utilizzazione della forza-lavoro,  quindi delle attività labor-saving  che saranno maggioritarie nelle future formule produttive.

 Per evitare  che l’eccesso di popolazione cinese crei problemi irresolubili, perfino con la forza, di stabilità politica interna, Xi Jinping sta  quindi ampliando il mercato interno cinese.

  Ma per questo vuole che l’Occidente continui a collaborare all’upgrade dell’economia di Pechino.

  La globalizzazione è ancora uno degli obiettivi primari di Pechino.

  Quindi, non è privo di significato il richiamo che Xi Jinping ha fatto sul rinnovo dei drivers tecnologici di questa fase  produttiva mondiale.

  Ed è per questo che la Cina richiede ancora un mercato globale aperto e concorrenziale.

  Invece di assorbire lavorazioni “vecchie”, come ai tempi delle “Quattro Modernizzazioni”,  la Cina vuole partecipare alla creazione delle nuove tecnologie, non solo digitali, che formeranno l’economia del prossimo futuro.

 Deng Xiaoping voleva, all’inizio, fare concorrenza ad Hong Kong nel richiamare imprese dall’estero.

 Ora, Xi Jinping parteciperà, a pari livello, con l’Occidente nella formulazione del prossimo ciclo di crescita economica.

  Ciclo al quale, lo dico tra parentesi, l’Italia non parteciperà, se non marginalmente.

 La sua classe dirigente attuale non ha nemmeno la più pallida idea delle questioni agitate da Xi nel suo discorso al G20.

  La linea del leader cinese è quindi ancora più chiara: lo sviluppo prossimo venturo si baserà su una serie di strumenti fiscali, monetari e geopolitici, di cui la Cina di Xi ha piena contezza.

 Essa allora  manterrà una politica fiscale flessibile, sosterrà alcuni tagli alle tasse, aumenterà la spesa pubblica, in controtendenza con la crisi dei capitali privati, mentre la Cina  manterrà e aumenterà i capitali denominati in Yuan depositati all’estero.

  Progetto, questo,  che rimanda al progetto eurasiatico, da compiersi  insieme alla Russia.

  Il progetto consiste nel   sostituire o almeno affiancare il Dollaro Usa come valuta di scambio mondiale.

   La globalizzazione, dice Xi Jinping tra le righe, va benissimo perché ci aiuta a gestire la sovrapproduzione cinese, ancora rilevante.

  Inoltre, la Cina ha bisogno di tagliare i costi di produzione, e qui conta il management evoluto dell’Occidente, mentre  Pechino necessita  di modificare il proprio mercato immobiliare, costoso e improduttivo.

  Infine Pechino ha bisogno di migliorare l’efficienza della rete distributiva e di premunirsi dagli shock asimmetrici di carattere finanziario.

 Tutto questo, tra le righe, nel discorso di Xi Jinping.

  E non si deve nemmeno dimenticare l’attenzione che il Segretario cinese ha portato all’economia “verde”, perché essa migliora l’intera performance economica e evita i costi paralleli sanitari e infrastrutturali,  persino i costi di adattamento della produzione cinese al mercato-mondo.

  Per Xi Jinping, che è ancora un serio studioso del marxismo, è il nuovo clima di collaborazione globale che genera i nuovi drivers delle crescita economica, non viceversa.

 Senza una decisione politica sulla nuova formula  produttiva, nessuna trasformazione dell’economia globale.

  Quindi, la questione è aumentare la collaborazione internazionale, far partecipare anche i Paesi marginali che dobbiamo salvare dal jihad o dalle long wars fratricide, soprattutto rendere paritario il sistema internazionale.

  La Cina non ha apprezzato le politiche USA di alleanza “oceanica” per la globalizzazione degli scambi, il TTIP per l’UE e il il TTP per l’Asia, strategie  messe in atto da Obama.

    Tipi di politiche commerciali  che Carl Schmitt, parlando della crescita economica britannica, chiamava “talassocratiche”.

  La Cina è infatti sia  terrestre che oceanica.

  Non ha accettato il TTP nordamericano perché sospetta una voglia  leadership di Washington nel commercio globale.

   Nel vuoto della politica globale USA, che è stata bloccata dall’UE per in TTIP e ha raccolto solo 13 Paesi sostenitori per il TTP asiatico,   evidentemente diretto contro la Cina, Pechino vuole inserirsi, anche per evitare di diventare acquirente fisso dei beni USA e deformare la sua politica monetaria, che è diretta a favorire l’internazionalizzazione dello Yuan.

  Né Hillary Clinton né Donald Trump hanno peraltro chiarito appieno, finora, i loro progetti nei confronti della Cina.

 Sempre per usare le formule taoiste, il “vuoto” della politica USA deve essere sostituito dal “pieno” della nuova geoeconomia cinese.

   I leaders europei attuali, poi, sono andati a Huangzou pensando al prossimo summit dell’UE di Bratislava,  che dovrà trattare la questione della Brexit.

 Nessun capo di Stato o di Governo in UE, oggi, ha la capacità, la cultura, la forza per valutare operazioni più lunghe di sei mesi.

   Theresa May, il Premier britannico, ha invece  avuto contatti riservati con Xi Jinping ed ha parlato di un’”età dell’oro” nelle relazioni bilaterali tra l’Inghilterra e la Cina.

  La May, peraltro, ha incontrato, in ambito G20, altri cinque Paesi europei per trattare il nuovo regime degli scambi dopo la Brexit.

  Il Premier britannico vuole coprirsi rispetto ad un nuovo approccio degli USA verso Londra, e apre alla Cina per divenire uno  hub globale non solo finanziario ma anche produttivo.

  La previsione cinese per gli investimenti in Inghilterra è di circa 40 miliardi di sterline, per non parlare della costruzione della centrale nucleare di Hinkley Point C e successivamente  di Sizewell nel Sussex.

  Londra vuole utilizzare la Cina per accelerare positivamente la Brexit, diminuendone i rischi economici. Alla vecchia e stanca Europa, Londra sostituirà la ricca, potente e vivace Cina.

  E’ l’applicazione all’economia europea, che l’Inghilterra sta abbandonando, delle “Quattro I” che hanno fornito, nella più autentica tradizione cinese, lo slogan del G20 di Huangzou.

 L’economia futura deve essere “Innovativa, Invigorita, Interconnessa, Inclusiva”.

 In altri termini, la Cina non ha più intenzione di sostenere la crescita globale solo con mezzi finanziari, come è accaduto durante la  mondializzazione diretta dagli Usa.

   Pechino, infatti, ha fondato la Asian Infrastructure Investment Bank nel Dicembre 2015, e punta all’inclusione delle nazioni marginalizzate dalla prima ondata della globalizzazione. La AIIB conta già 57 membri.

  La Cina, infatti, punta ad una economia mondiale che implementerà nuovi meccanismi di creazione di valore, soprattutto  di tipo manifatturiero e non finanziari.

   Ed è qui che si rafforzerà stabilmente il legame tra Federazione Russa e Cina.

   Il punto di partenza sarà l’iniziativa congiunta per l’Estremo Est russo e il Nord-Est cinese.

  Della nuova Eurasia russo-cinese si è peraltro  parlato al G20,  e i dirigenti cinesi hanno affermato ai leaders convenuti che ciò porterà a “grandi sorprese”.

  I sistemi e le organizzazioni  su cui si realizzerà il progetto cinese e russo sono la Shangai Cooperation Organization e l’ASEAN, tramite l’Eastern Economic Forum.

 Ecco, in questo contesto possiamo dire che, per Xi Jinping, il G20 in Cina è stato un grande successo.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France