Un lancio missilistico da un sottomarino è stato compiuto dalla Marina del Popolo della Corea del Nord poche ore fa, in direzione del Giappone.
Il lancio balistico  è avvenuto mercoledì 24 agosto, poco prima  delle ore 6 a.m. (ora locale).
Secondo fonti sudcoreane, il missile è stato lanciato dalle coste nord del Paese di Kim Jong Un ed è caduto all’interno della Zona di Identificazione dell’Aviazione militare giapponese, dopo aver viaggiato per oltre 300 miglia marine.
Secondo invece alcune fonti USA, l’ SLBM  dovrebbe essere un KN-11.
Si tratta, con il KN-11, ovvero Polaris-1, oppure NODONG-1, ma il suddetto missile ha ancora altri nomi, di un sistema d’arma ancora allo studio, a Pyongyang, derivato dal sovietico  R-27 Zyb  e da altri recenti progetti, sempre russi, denominati R-29 e R-29RM.
Sono missili a guida astro-inerziale, un sistema che è stato progettato per il lancio da sottomarini in movimento e che corregge la direzione di tiro con la continua osservazione stellare, come accade nei missili ospitati in sottomarini  della classe TRIDENT nordamericana e nelle nuove generazioni  di SLBM russi.
Finora, compreso quest’ultimo, i test nordcoreani con il KN-11 sono stati ben 11, dalla fine di Ottobre 2014 all’agosto 2016, con alcuni SLBM lanciati da piattaforme marittime fisse (il 23 gennaio 2015)  o da scogli sottomarini (il 9 Maggio 2015) e da sottomarini ma con un incidente (il 21 Dicembre 2015).
Il 23 Aprile 2016 l’SBLM KN-11 è caduto poco dopo il lancio, a 30 chilometri di distanza dal punto di partenza. Stesso problema si è avuto con l’esperimento del 9 Luglio 2016.
In questo test di Agosto, invece, il tragitto del missile balistico  è durato per circa 500 chilometri;  ed è da notare che avviene proprio il giorno in cui si riuniscono  a Tokyo i ministri degli esteri di Cina, Giappone e Corea del Sud.
Due giorni prima di quest’ultimo lancio era, peraltro, iniziata l’esercitazione militare congiunta USA-Corea del Sud denominata Ulchi-Freedom Guardian sul territorio della Corea Meridionale.
Si tratta della maggiore esercitazione nel mondo di comando-controllo computerizzato, finalizzata a difendere Seoul da un attacco nordcoreano.
Peraltro, Pyongyang definisce stabilmente le esercitazioni semestrali congiunte USA-Corea del Sud Foal Eagle-Key Resolve, che si tengono ogni Febbraio-Aprile, come dei veri e propri tentativi di invasione del Nord.
Foal Eagle consiste in una serie di manovre militari sul terreno, sempre da catalogare tra le più grandi al mondo; e riguarda soprattutto la costruzione di aree di sicurezza arretrate per contenere una invasione dal Nord.
Aree protette da una serie di postazioni missilistiche per la copertura dal first strike di Pyongyang.
Fin qui il dato tecnologico e operativo, ma è ancora più importante studiare il significato strategico dell’attuale successo tecnologico-militare di Pyongyang.
La Corea di Kim Jong Un stabilisce, in questo modo, una credibile forza nucleare di second strike navale e sottomarino  nei confronti sia dello Stato del Sud che, soprattutto, in direzione delle basi USA nel Pacifico e del Giappone che, è previsto, debba sostenere logisticamente e con azioni di supporto l’eventuale attacco nucleare e missilistico contro la Corea del Nord.
Per Kim Jong Un, sul piano dottrinale e operativo, le armi atomiche e l’arsenale missilistico sono l’ultima, e forse l’unica, garanzia di sopravvivenza del suo regime.
Le sue armi N sono, per la Corea del Nord, “inerentemente utilizzabili”, in una dottrina strategica che ricorda da vicino quella del Patto di Varsavia, quando il gen. Shaposhnikov definiva i missili nucleari “un’arma come un’altra”.
La massa recente di dichiarazioni di Pyongyang, alcune eccessive come  il progetto di bombardare New York,  insieme alla quantità rilevantissima di esercitazioni specifiche, possono essere però il segnale di una dottrina nucleare del tipo escalation for deescalation, come quella che venne adottata dall’URSS ( e dalla Federazione Russa) nel contesto delle guerre jugoslave della NATO nel 1999.
In altri termini, la linea, per la Russia di allora e per la Corea del Nord di adesso, è quella di poter lanciare un first strike limitato  di breve entità ed in aree definite, per contrastare un nemico che mostri una superiorità convenzionale evidente e non contrastabile sul terreno.
Quindi, è probabile che Pyongyang, in un futuro scontro, intenda saturare il campo di battaglia con missili convenzionali, mentre alcuni di essi, diretti verso le reti difensive balistiche, sarebbero dotati di testate N.
Una dottrina che sconta il fatto che la Corea del Sud ha una limitata capacità di reagire ad una operazione di saturazione balistica così concepita, che necessiterebbe peraltro delle batterie PATRIOT nordamericane e dei sistemi THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) sempre fornite da Washington.
E quindi gli USA sarebbero richiamati direttamente in un conflitto che farebbe reagire sia la Russia che la Cina. Un calcolo strategico, quello di Pyogyang, del tutto razionale, date le risorse militari disponibili.
In sostanza, dato che la dottrina di Pyongyang rende possibile uno strike nucleare in presenza della minaccia combinata e rilevante di Corea del Sud e USA, la soluzione non può che essere il progetto di una riduzione combinata degli arsenali nucleari di tutte le parti in causa.
E, in contemporanea, la gestione di un nuovo round di trattative in ambito Six Party Talks tra la Corea del Sud, quella del Nord, gli USA, il Giappone, la Cina il Giappone e la Federazione Russa.
Discussioni che sono cessate, lo si ricorderà, il 14 Aprile 2009, per decisione unilaterale di Pyongyang.
In questo nuovo contesto, si dovrebbe discutere non solo della questione delle armi nucleari, oggetto unico dei vecchi talks, ma di un piano  di sostegno delle Free Zones economiche della Corea del Nord e di un correlato piano di riduzione programmata delle postazioni N di tutti i Paesi interessati al quadrante coreano.
Piano sempre verificabile dalle organizzazioni internazionali deputate al problema.

GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France