“Siamo sul crinale finale dei secoli”, dissero i futuristi italiani nel 1909, all’inizio di quello che fu chiamato poi “il secolo breve”.
Oggi la simultaneità, altro concetto futurista, ha raggiunto tutto il mondo e, soprattutto, tutti i popoli in ogni classe sociale.
Ciò che è simultaneo influenza tutti i nostri miti, comportamenti, valori, non è solo una semplice transazione economica o finanziaria.
Il World Wide Web collega infatti, quasi istantaneamente, masse infinite di poveri, ricchi, élites, popolo.
Ecco, in un contesto come questo, del tutto nuovo per l’esperienza psicologica, culturale, antropologica di infinite masse di gente, è forse utile ripensare le discriminanti culturali e religiose del mondo che abbiamo conosciuto e di quello che contribuiremo a costruire.
L’Europa non è più al centro delle vie culturali del globo. E’ un fatto.
La sua idea di fondo, il suo mito di fondazione,  è diventata ormai l’”idea della tecnica”, la trasformazione continua e ripetitiva dell’universo in una civiltà, appunto, della techne nella quale, secondo Heidegger, l’uomo è sempre più circondato da poteri da lui creati che non seguono la sua volontà ma che, al contrario, adattano l’uomo alla volontà della tecnica.
La tecnica come Faust goethiano, quasi un daimon liberatosi dalla materia che, se contribuisce al miglioramento del sapere il come e il cosa è la natura, non modifica né eleva affatto la natura dell’uomo, che rimane sempre quello che i medici illuministi denominavano homme plante e homme machine.
E’ l’universo dell’uomo comune, senza radici, che si erge con i suoi “bisogni materiali” a centro dell’universo.
Uomo-pianta, uomo-macchina, infine uomo-massa, l’Io che diviene i Molti, le forme attuali di democrazia oligarchica che ben conosciamo, prima di aver sperimentato l’Io dei Molti dei Totalitarismi.
La vita non come destino ma la sopravvivenza biologica umana, rafforzata, allungata e dinamizzata, come dimostrazione del potere autonomo  di téchne.
Sul piano geopolitico, la questione si è poi radicalmente trasformata con la translatio imperii avvenuta alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, per pagare i fortissimi debiti generati dal lunghissimo conflitto, la Gran Bretagna ha ceduto il suo British Empire agli USA.
Ma gli Stati Uniti, al di là del loro povero tessuto culturale neopositivista, non avevano nessuna rete concettuale per gestire e fornire di significato e simboli la grande crescita economica che si realizza nei “Trenta Gloriosi”, gli anni dal 1943 al 1973, dominati da un sistema di cambi fissi tra le principali monete (occidentali) del globo.
Ecco quindi prodursi  la sequenza della cultura della guerra fredda, incentrata sul mito del “mondo libero” di contro all’autoritarismo sovietico e comunista, un regime certamente durissimo ma che non si qualificava solo con le sue credenziali antidemocratiche o con il rifiuto, almeno nel mercato interno, del “libero scambio”.
Il comunismo fu una religione materialista del futuro, un futurismo appunto in cui la “scienza marxista” (ultimo ritrovato del mito scientista del capitale) permetteva il salto alla fase finale dello sviluppo dell’uomo borghese, la realizzazione piena dei suoi bisogni materiali.
Una bipartizione globale tra Est e Ovest in cui, da entrambi i lati, venivano sottolineati il produttivismo, la tecnica, il mito dell’uomo dedito all’accumulo di beni materiali sempre più complessi e adatti ad una vita facile, spensierata, libera in quanto libera dal passato e dalla sua pesante eredità sapienziale.
Che non si può cancellare.
Successivamente, dopo la complessa evoluzione politica e culturale del mondo sovietico (e cinese) l’Occidente materialista ha acquisito alcuni dei tratti che John Stuart Mill definiva appunto “cinesi”, ovvero ipermassificati, mentre l’Oriente ha riacquisito, insieme alla dominance geoeconomica, l’idea del proprio passato e della propria identità, quella che si perde quando si è ormai conquistati, come l’Europa, avendo diffuso ovunque il proprio pattern culturale.
Anche Nietzsche, nei suoi “Frammenti Postumi” del 1887, parla dello Spirito futuro come l’”olio lenitivo” che verrà versato sui “cinesini”, tutti uguali, della grande produzione di massa.
Oggi, sul piano della sapienza (e non della banale “cultura”) lo sviluppo degli equilibri culturali e religiosi è determinante anche rispetto a quello dei valori materiali.
Confucio, odiatissimo da Mao Zedong (che era un taoista) era secondo il PCC  uno dei “quattro vecchi” e l’ideologo del feudalesimo, sempre secondo le Guardie Rosse fedelissime al Grande Timoniere.
Ma oggi Confucio è il modello filosofico della “società armoniosa” e della stabilità sociale cinese, amatissimo dal Partito, mentre molti filosofi cinesi contemporanei riadattano il confucianesimo, che pure Renè Guenon riteneva “l’essoterismo del Tao”, a filosofia universale, valida anche per i non cinesi.
Ecco: se l’Idea di Europa è ancora oggi legata alla ripetizione del finto miracolo dell’Illuminismo, una teorica della “liberazione” da ogni tradizione, da ogni sapienza, da ogni separatezza tra Idea e techne, e lo vediamo nelle tragiche risposte che fornisce al jihad, l’Asia e la Cina in particolare stanno invece ripercorrendo, oltre ai passi della tecnologia, anche quelli della loro Tradizione.
Proprio quella Tradizione che l’Europa vuole azzerare, credendosi ancora il luogo del Tutto, Tutto Materiale, mentre si ripresenta evidentissima il tutto il contesto eurasiatico e in molte aree del Mediterraneo la rinascita delle filosofie, dei modi di vita antichi, dei simulacra dei vecchi dèi che il mito materialista dell’Occidente aveva decretato essere tutti “falsi e bugiardi”.
Mentre il capitalismo si sta trasformando come forse mai nella sua storia, diventando fenomeno di massa e mondiale, finisce l’ideologia materialista, positivista, ateistica, antitradizionale che lo aveva in gran parte generato.
Un paradosso.
Oggi, e lo si vede anche nella organizzazione delle nuove aziende, il capitalismo è simbolo, modello culturale,  rete sociale, oggetto e soggetto della Tradizione locale.
Nella Via della Seta, ci ricordano molti antropologi contemporanei, stanno ritornando le identità pre- e sovra-islamiche che caratterizzavano le tradizioni sciamaniche, così come, nella vecchia Turchia di Ataturk, l’Islam sunnita si sovrapponeva alla filosofia sincretista e occulta delle varie confraternite sufi dove il Corano è “infinito” e lo si amplia con il nesso tra Tradizione e illuminazione mistica personale.
Anche l’Occidente ha avuto il suo momento mistico, negli anni ’70 e ’80, ma si trattava di una sapienza del Cuore che mirava al benessere fisico, come al solito.
E pensare che il grande capitalismo industriale nasce proprio dall’esoterismo e dall’occultismo degli ebrei frankisti che fondarono, per esempio, la Banca Commerciale, appassionati teosofi d’Oriente e d’Occidente, o da veri e propri maghi come Walther Rathenau.
Non si deve peraltro dimenticare che la perestrojka e la glasnost furono pubblicizzate ed elaborate, sia in URSS che negli USA, da una filiale della Società Teosofica Internazionale.
La rimasta Tradizione dell’Occidente è occulta e sincretista, e si copre con il manto povero del materialismo volgare, mentre quella Orientale è ugualmente separata tra Iniziati e Profani, ma collega ancora oggi con fili sottili l’Indicibile e il discorso comune.
“Voi occidentali vi droghereste anche con l’acqua minerale”, come affermò un poverissimo  Imam  ad un militare italiano laggiù in missione.
Ecco, l’Occidente è il luogo dove la prassi e la materia imitano lo Spirito.
Il punto di rottura, anche politico-militare oltre che culturale, è però quello del jihad.
L’ideologia dello Stato Islamico nasce, prima che nel 2014, negli anni ’70, con il filone detto sawha, la fusione del salafismo, il mito dell’Islam delle origini, con le idee tipiche dell’Islamismo rivoluzionario e, spesso, laicizzato dalle ideologie occidentali (e materialiste).
Da qui si arriva al takfirismo, la possibilità di una scomunica inviata da un islamico ad un altro islamico, senza mediazioni dell’Imamato.
Si tratta quindi di una complessa ibridazione tra varie ideologie e tradizioni islamiche: il wahabismo, che nasce peraltro da una radicalizzazione letteralista della tradizione legale e interpretativa hanbalita e dalla Fratellanza Musulmana.
Sul piano socio-economico, la massificazione delle  popolazioni  islamiche, sottoposte ad una rapida ideologia della modernizzazione dopo la fine dei regimi protezionisti e populisti degli anni ’70 e ’80, ha concluso la  fase dello Stato Sociale autoritario.
Le liberalizzazioni occidentaliste  hanno poi generato masse infinite di poveri vecchi e nuovi, mentre la liberalizzazione dei commerci e delle materie prime locali ha generato un future shock che ancora non ha sviluppato tutti i suoi effetti, nel mondo arabo.
Diceva Pareto che il “socialismo è un protezionismo”, ma senza protezione delle loro materie prime i Paesi Terzi, con l’aggravante delle liberalizzazioni forzate del Welfare, non riescono ad andare avanti.
O fanno la guerra all’Occidente, con il jihad, o i autodistruggono in una nuova massa indistinta islamica anazionale, senza tradizioni che non siano quelle di qualche predicatore farlocco.
Il vuoto del nazionalismo laicista  e tradizionale che non paga più gli stipendi è divenuto quindi  il pieno del jihad, della “internazionale” dell’Islam violento e criminale contro quelli che hanno generato la crisi, secondo loro: gli occidentali.
Sul piano culturale e georeligioso, la Via della Seta sta divenendo una collana di Islam regionali dove l’ibridazione tra il Corano e le tradizioni locali viene spesso incentivata e, comunque, non proibita dall’autorità.
In Cina, il confucianesimo ha riempito il vuoto ideologico nato dalla crisi del marxismo-leninismo come propaganda,  immediatamente prima della globalizzazione, mentre le regole contabili dello Stato continuano, fortunatamente, ad essere quelle classiche.
In Russia, la crisi del marxismo, crisi del suo materialismo prima che della sua capacità predittiva, ha riportato alla luce quello che non si era mai spento.
Ovvero l’esoterismo della Terza Roma, dell’Eurasia che espande la Tradizione della sua penisola mediterranea e atlantica verso il Centro del Mondo, lo Hearthland dove, all’inizio del XX secolo, andavano a cercare la Sapienza Occulta i teosofi e i loro figli maligni, i  nazisti, oltre che gli Iniziati della Massoneria internazionale.
Il mito georeligioso è sempre all’origine delle scelte strategiche, non viceversa: la Russia di oggi concentra su di sé le speranze di una stabilizzazione e di una crescita del mondo attraverso il dominio della Terra di Centro, insieme alla Cina, mentre l’Islam sta prendendo il posto, sia esso jihad della spada, “jihad permamente”, jihad culturale, delle grandi ossessioni rivoluzionarie globali che hanno caratterizzati gli ultimi due secoli.
Il jihad sunnita è diretto contro di noi occidentali, contro i governi islamici che collaborano con noi; e contro gli sciiti.
La rivolta sciita, spesso con interessanti novità culturali e sapienziali prodottesi nei nuovi centri della rivolta, è un tentativo di conquista dell’area islamica tra l’Asia Centrale, l’Oceano Indiano  e Medio Oriente. Una ibridazione verso Est, mentre prima la Shia si era mescolata con le Tradizioni sapienziali dell’Ovest, dal cristianesimo primitivo al neoplatonismo fino addirittura ai rimanenti mysteri greci.
E’ l’altra faccia della rivolta globale sunnita, jihadista o meno, quella appunto che vuole raccogliere tutti i nuovi “dannati della terra” e convertirli al Corano, per lanciarli nella lotta contro il Primo Mondo, l’Occidente, e poi il nuovo Primo Mondo, l’Asia Centrale in crescita e in evoluzione culturale e religiosa.
La Shia potrà essere diversa.
L’Ebraismo, nella sua nuova evoluzione globalista, incentrata peraltro su Israele e il suo nuovo dibattito culturale e religioso interno, porterà sia la cultura e la Tradizione della Nuova Asia verso l’Occidente, che non è solo techne, e poi trasformerà, separandolo in due, l’universo islamista: una cultura del dialogo e della costruzione sapienziale rispetto alla Tradizione dei Libri, e la successiva lotta contro un jihad sempre meno di massa.
Il Cattolicesimo, con il Papato di Francesco, il primo Vescovo di Roma appartenente alla Compagnia di Gesù, organizzerà la sua Tradizione intorno ai popoli non-asiatici resi marginali dalla globalizzazione.
E comunque la Tradizione rimarrà, poiché è invisibile a chi la dovrebbe infrangere, l’asse di gran parte della evoluzione culturale e perfino economica del nostro mondo.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France