La Francia ha collaborato efficacemente con i siriani di Bashar el Assad e le Forze Aerospaziali russe nella guerra contro il Daesh/Isis. Hollande ha inviato la portaerei Charles del Gaulle. Il tutto mentre Parigi era in azione anche con Inherent Resolve diretta dagli USA.

La pressione di Washington, dopo questo assetto strategico francese, è stata tale che il Presidente Hollande ha lentamente e silenziosamente (ma la dichiarazione filorussa era stata pubblica) abbandonato l’alleanza con le forze di Putin dislocate in Siria.

I servizi francesi, malgrado le falle dimostrate negli ultimi tempi, dal Bataclan alla tragedia di Nizza, sbagliano soprattutto perché sono sottoposti a tensioni politiche opposte: una lotta senza quartiere contro il jihad voluto dall’opinione pubblica; e un approccio più morbido, che corrisponde ad una dirigenza di governo tesa all’”inclusione” e a una riduzione propagandistica del pericolo del jihad. Questa seconda linea di azione è quella favorita dagli americani. Che hanno scoperto il potenziale di destabilizzazione della UE contenuto nel jihad.

C’è poi da mettere in conto l’opposizione, di stile gollista, di Parigi al TTIP. Abbiamo quindi il concreto pericolo che, dall’Arabia Saudita, alleato degli USA, fino alla Giordania e alla Turchia prima del recentissimo golpe-controgolpe di Erdogan, vi siano dei Paesi arabi che finanziano il jihad in Francia anche in funzione di un “ammorbidimento” geopolitico del governo di Parigi.

Per quanto riguarda la Turchia, vi sono fondati motivi che la rete di Fathiullah Gulen, colui che Erdogan accusa di essere stato l’ispiratore del recentissimo golpe, sia dietro buon parte della rete dei finanziamenti di Hillary Clinton. Gokhan Ozkok è stato vicepresidente del PAC, l’organizzazione di raccolta fondi dei candidati clintoniana. Alcune fonti USA affermano che Ozkok e altri dell’area di Gulen hanno arruolato come gruppo di pressione lo studio Podestà, per fare operazioni di Lobbying sul Congresso.

I kemalisti ancora operanti in Turchia e all’estero, corroborati dalla recente valutazione del National Security Council, ritengono Gulen un finto islamista progressista che vuole trasformare la Turchia in una teocrazia sunnita. D’altra parte, l’AKP ha sempre avuto problemi, dalla sua fondazione nel 2001 ad oggi, con una sua ala saudita, islamista radicale, totalitaria, e questo accadeva quando Erdogan e Gulen andavano d’accordo e fondavano quel partito oggi al potere in Turchia.

La Francia è poi un obiettivo del jihad perché Parigi è la seconda forza d’urto dopo gli USA nella operazione Inherent Resolve in Siria contro l’Isis. Nell’Africa subsahariana la Francia dispone di 3000 militari  inquadrati nella Operazione Barkhane, che ha per obiettivo la lotta contro Al Qaeda nel Maghreb Occidentale e le altre sigle jihadiste. Inoltre, il governo di Parigi ospita la maggior comunità islamica in Europa e la più grande comunità islamica composta da cittadini francesi di seconda generazione. Sono ben 600 i cittadini francesi che hanno raggiunto i territori dell’Isis e una cifra similare vale per   tunisini e marocchini francofoni.

Non bisogna inoltre dimenticare che il governo di Parigi ha una sola vera ossessione, le prossime elezioni presidenziali del 2017. Con François Hollande che è a picco nei sondaggi e il pericolo che la destra del Front National vinca, il jihad che opera in Francia può avere due coperture involontarie: la corsa interna all’amministrazione dello Stato per il riposizionamento politico e la futura, probabile, vittoria della Le Pen alle prossime elezioni. In questa terra di nessuno sorge la “forbice di possibilità” per il jihad. Non vi è nemmeno da dimenticare che i Servizi francesi sono stati recentemente “bonificati” dai vecchi, espertissimi agenti analisti e operativi, mentre sono entrati vasti gruppi di intellectuels che non hanno la minima esperienza di intelligence, ma in compenso, hanno la stessa ideologia integrazionista che porta direttamente alla “sottomissione” per usare il titolo di un fortunato romanzo di Houllebecq. E’ la prima volta che degli analisti gauchistes dirigono la strategia globale di Parigi.

La rivista teorica di Al Qaeda, Inspire, ha analizzato a fondo l’efferato attacco di Nizza. I dati centrali del periodico sono importanti per capire la logica attuale del jihad. Si tratta di “instillare la paura in tutta la Francia” e, di riflesso, nell’intera Europa. La paura blocca la reazione, mette in stato di inferiorità il Paese  colpito, ed è questo appunto il ruolo del “lupo solitario” (Inghimaasiin arabo) nel jihad, che “deve essere creativo nell’inventare mezzi per intimidire l’Occidente senza utilizzare i mezzi tradizionali del jihad”. Che sono tracciabili dalle Polizie e dai Servizi. Questi mezzi tradizionali verranno dopo, afferma la rivista, dopo che il jihad dei lupi solitari avrà sufficientemente intimidito gli stati europei e estremizzato le comunità islamiche locali.

Bouhlel, il terrorista alla guida del TIR, o come lo chiama il testo, Al Huwaji, ha fatto quello che doveva fare: ha usato appieno l’effetto sorpresa, ha scelto un obiettivo che massimizzava il numero delle perdite francesi, ha usato un’arma impropria, un TIR, irrilevante per le  forze di sicurezza di Nizza. La strategia globale del terrorismo jihadista ha tre obiettivi,  oggi in Francia ma anche nella UE, in futuro: egemonizzare non gli imam più o meno “democratici” e scelti dai paesi arabi moderati, ma le masse immigrate o di seconda generazione. Il jihad utilizzerà queste comunità come basi per uno stato islamico di Francia o di qualche altro Paese europeo, poi combatterà manu militari il resto della popolazione, proprio come ora accade in Siria e in Iraq, ma non con il jihad, che una strategia di preparazione e di apertura delle ostilità, bensì con una guerra convenzionale, seppur ferocissima. Il problema che è allo studio del jihad globale è quello di sapere quando le masse islamiche saranno talmente grandi e radicalizzabili per iniziare la seconda fase, quella successiva ai “lupi solitari”.

Il quadro europeo è ottimale, per l’Islam. Paesi che nulla comprendono del fenomeno, salvo qualche manifestazione di tipo pubblicitario, sono ossessionati dal pacifismo e dal mito dell’integrazione, panacea di tutti i mali; e subiscono poi la pressione evidentissima degli investitori con la mano di Creso (che infatti era mediorientale) che poi finanziano  anche il jihad.

Il Qatar ha da tempo investito 100 milioni di Euro per la riqualificazione delle banlieues, ed è facile immaginare quale tipo di indottrinamento politico farà seguito a questo “regalo”. Naturalmente l’ingenuità idiota dei politici spera che questo favorisca l’integrazione e la riqualificazione delle aree, per le quali il governo francese ha solo belle parole. Sempre il Qatar ha comprato quote di società come la Louis Vuitton Moet Hennessy (la più famosa LVMH) la Total e il gruppo di media Lagardére. Tramite l’investimento in LVMH, il Qatar ha un interesse diretto sull’EADS, la società europea per l’astronautica lo spazio  e la difesa. E’ EADS che costruisce l’Airbus.

Il Qatar desidera poi mettere le mani su un 7,5% di EADS di proprietà dalla fabbrica di automobili tedesca Daimler. Fuori dalla Francia, il Qatar ha una piccola quota nella Royal Dutch Shell, nel  supermercato londinese Harrod’s e nell’altro “negozio globale” britannico Sainsbury. E’ dal 2010 che  l’emirato possiede Miramax, la casa di produzione cinematografica americana. Ecco, da una parte c’è il comando-controllo finanziario islamico dell’Europa e di buona parte degli USA, dall’altro c’è la preparazione della guerriglia di massa prossima ventura.

 

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France