Dopo il 1989, la “caduta del Muro di Berlino”, la Brexit è il più grande shock strategico avvenuto in Europa.

Il mito del 1989 era stato, peraltro, coltivato dalle piccole élites culturali della UE, che vedevano in esso l’inizio del secolo europeo distinto da quel secolo americano che è stato analizzato, prima e dopo la globalizzazione, da Geminello Alvi.

Milioni di Euro sono stati peraltro spesi in finanziamenti a vari intellettuali, spesso irragionevolmente famosi, per creare il mito del 1989 e del “nuovo inizio” dell’Europa.

Era un grave errore di prospettiva: la caduta del Muro, costruito nell’Agosto 1961 dai tedeschi dell’est, non significava la fine della contrapposizione tra i blocchi comunista e liberaldemocratico, ma la sua trasposizione in un contesto diverso e superiore.

Vladimir Putin affermò, nel 2006, che “la caduta dell’URSS è stato il più grande disastro geopolitico del XX secolo” e non ha certo cambiato idea nel frattempo.

La Federazione Russa pensa, e non da oggi, ad una grande Eurasia, non a una riedizione del vecchio impero bolscevico.

Le repubbliche baltiche sono ormai del tutto atlantiche ed europeizzate, la Georgia e molte delle repubbliche centroasiatiche della vecchia Unione Sovietica hanno una economia e una strategia più complessa, che non guarda solo al Cremlino.

La Georgia, poi, smembrata da tempo con le rivolte dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud, non entrerà mai, in queste condizioni, nella sfera di influenza europea e NATO.

Tanto basta per la Russia.

Mosca, invece, vuole penetrare ed egemonizzare tutta l’Asia centrale, dopo che sarà finita la fallimentare esperienza afghana.

Il vero progetto postsovietico di Putin, che spiega molto di quello che sta succedendo oggi con la Brexit, è stato quello delineato dal presidente russo in un vecchio articolo delle Izvestija il 4 ottobre 2011.

Si tratta di una nuova “unione eurasiatica” che metta insieme, proprio come ha fatto la UE, le vecchie repubbliche sovietiche, il vecchio Est europeo del Patto di Varsavia, le grandi economie in espansione del sistema Asia-Pacifico.

In questo quadro, ogni rafforzamento della vecchia Unione Europea va in direzione opposta alla linea di marcia impressa alla Federazione Russa da Vladimir Putin che, peraltro, non può vedere di buon occhio il coordinamento tra la PESC (Politica Europea di Sicurezza e Difesa) e la NATO, che si sta riallocando ai nuovi confini della Russia e a Sud, in correlazione con la crisi ucraina.

Anzi, in qualche corridoio circola la voce, per ora senza fondamento, di un sostegno forte alla Brexit da parte di Mosca per evitare che, negli stessi giorni, avvenisse l’irreparabile di una operazione NATO e UE in Ucraina.

La notizia non è verificabile, ma ci indica come si stia rimodulando un equilibrio strategico a Sud e in Medio Oriente tra Mosca e l’Occidente.

Un equilibrio in cui l’UE arretra e Mosca entra nel vuoto lasciato da Bruxelles.

L’Unione Doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakhistan del 2012 fu un primo tassello del progetto putiniano, poi arriveranno i trattati con i Paesi dell’EFTA (Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein) e successivamente quello con la Nuova Zelanda, il nuovo asset russo nel Pacifico.

Altro obiettivo russo, con la Norvegia, è quello di controllare le immense risorse dell’Artico.

Insomma, Putin gioca con la UE un gioco a somma zero. Se non ci sarà più l’UE, non ci sarà nemmeno una presenza significativa degli Usa in Europa e soprattutto ai nostri confini, così ragiona Putin oggi.

Progetto russo che prevede anche un rilievo militare e strategico: se si indebolisce il cuscinetto rappresentato storicamente dalla Unione Europea nei confronti della Federazione Russa, i Paesi dell’UE saranno certamente più sensibili al richiamo commerciale di Mosca e a una futura serie di accordi militari regionali nel Mediterraneo e nei Balcani.

Ma i dirigenti europei saranno soprattutto meno attenti al nesso tra Europa e NATO, che esce certamente indebolita dalla Brexit, uscita di una grande potenza nucleare, militare presente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il tesoro britannico ipotizza poi che il PIL inglese sarà minore del 3,6% e che la sterlina perderà il 12% del suo valore rispetto ai tempi della presenza di Londra nella UE.

Da ciò deriva una stretta, già annunciata dal governo Cameron, del 2% sulle spese militari, esattamente la stessa percentuale dell’aumento del budget richiesto quest’anno dall’Alleanza Atlantica.

I nuovi sottomarini nucleari britannici, probabilmente, non vedranno più la luce degli abissi.

Se questo avverrà, la Gran Bretagna dovrà ridisegnare tutti i suoi impegni marittimi e la sua partecipazione nella Inherent Resolve, creando un vuoto che sarà certamente riempito dall’alleanza tra Russia, l’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad e le forze gestite dall’Iran sciita.

Saranno poi indebolite tutte le azioni NATO e UE per controllare la Russia e i suoi alleati nei Balcani, in Mali, in Somalia e nel Mediterraneo.

Anche le azioni in Libia, dove i corpi speciali di Londra operano da tempo, saranno rese meno rilevanti.

E, per ora, il modello per la ridefinizione dei rapporti tra Londra e la UE segue quello svizzero e norvegese, ovvero il sistema dell’area EFTA.

Oggi l’EFTA ha 25 accordi commerciali in essere, mentre l’UE gestisce esattamente il doppio degli accordi con i third parties.

Se Londra aderisse all’EFTA, pagherebbe il 17% in meno dei contributi finora versati a Bruxelles.

Non vi è libertà di movimento stile Schengen nei trattati EFTA e, inoltre, l’UE ha scarso potere di influenza e di leverage commerciale nei confronti dell’European Free Trade Association.

Ma, diversamente dalla UE, l’EFTA non ha alcun rilievo geopolitico, strategico e militare.

Una buona sorpresa per Mosca.

La Cina non si cura molto della Brexit, che viene ritenuta irrilevante, a lungo termine, per le prospettive di sviluppo economico cinese in Gran Bretagna e in EU.

Anzi, una caduta del valore della sterlina potrebbe favorire gli scambi bilaterali, secondo alcuni analisti finanziari cinesi.

Peraltro, nessun dirigente di Pechino ha accennato ad una nuova definizione dei rapporti bilaterali con Londra.

Tra il 2010 e il 2014, le società cinesi hanno investito in EU 46 miliardi di Euro per 1047 Investimenti Esteri Diretti.

La Gran Bretagna è poi stata il maggior beneficiario di questi FDI cinesi, con 12, 2 miliardi di euro, sempre nel periodo 2010-2014.

Sul piano strategico, Pechino non vuole deformazioni dell’ordine mondiale, di nessun genere.

La Cina è stata apertamente a favore del Bremain, mentre, diversamente dalla Russia, legge ancor oggi l’UE come un potenziale elemento di indebolimento e separazione, nell’area europea della NATO, tra gli interessi degli Usa e quelli dei vari paesi europei. Segnatamente della Germania.

Peraltro, l’abbandono delll’EU da parte della Gran Bretagna potrebbe favorire un miglioramento dei rapporti economici bilaterali tra Londra e Pechino.

Nel settore immobiliare e in quello finanziario e borsistico, è del tutto improbabile che la Brexit cambi qualcosa nei rapporti anglocinesi.

Peraltro, questa situazione potrebbe favorire la strategia cinese di internazionalizzazione del renmimbi, che troverebbe nella sterlina un tramite efficace e, comunque, ampiamente diffuso nel mondo finanziario.

E ancora, con una Europa divisa e indebolita, la Cina avrebbe un potere di trattativa ben maggiore non solo con Londra, ma anche con i Paesi membri della UE.

Una UE “troncata in due”, come dicono alcuni analisti britannici, è comunque meno competitiva del solito sul mercato-mondo.

E quindi è possibile prevedere che, se l’interscambio russo-britannico è al minimo e quello con la UE destabilizzato dalle sanzioni imposte dagli USA e dalle controsanzioni russe, che la Cina sia l’unico vincitore effettivo della Brexit.

Per Israele, la caduta temporanea delle economie europee e di quella britannica in particolare può divenire un problema, a parte l’ormai diffuso e ingenuo antisemitismo europeista, dato che l’interscambio con la UE è una delle principali fonti di liquidità per Gerusalemme.

L’indebolimento della sterlina e dell’Euro nei confronti dello shekel non può non danneggiare l’economia da esportazione israeliana, anche se Netanyahu ha dichiarato che non ci saranno impatti diretti della Brexit su Israele e il governo, con la banca di Israele, ha creato una situation rooom per monitorare gli effetti dell’uscita della Gran bretagna dall’EU.

In sostanza, chi è causa del suo mal pianga sé stesso: l’Unione Europea è stata, finora, un potere impositivo sui Paesi membri che spesso ha sfiorato o raggiunto il ridicolo: dalle regolamentazioni sul basilico a quelle sulle carote, dai caloriferi degli appartamenti fino alle matite, tutto è diventato “europeo” con una spesa burocratica e una lentezza tali da far perdere ai paesi dell’Unione buona parte dei loro vantaggi comparativi su quel mercato-mondo che si apriva dopo la già citata “caduta del Muro” e la successiva globalizzazione-americanizzazione.

L’Euro è infatti nato sopravvalutato, per fare un dispetto al dollaro Usa, ma certe azioni ricadono prima di tutto su chi le compie.

In Italia, è stato dichiarato autorevolmente, la lira è stata svalutata di sei volte, con il suo passaggio alla moneta unica europea.

La strategia globale della UE è inesistente, quando non banalmente declamatoria.

Con l’economia non si fa la politica, con l’eccesso di regolamentazioni si perdono i mercati globali e aumentano i costi di produzione, amplificati da una moneta unica “napoleonica”.

Ed è naturale che sia così, sul piano strategico: la Germania non ne può più delle sanzioni alla Federazione Russa, non ha alcun interesse a fare un favore alla Polonia smembrando l’Ucraina, non intende entrare pesantemente nel Mediterraneo.

L’Italia avrebbe una necessità vitale di stabilizzare il Mediterraneo, soprattutto in Libia, ma si trova di fronte alcuni alleati UE che sono ben più attenti a spartirsi la torta petrolifera e finanziaria libica che, prima, era quasi competo appannaggio dell’ENI e delle nostre banche di sistema.

La Spagna pensa alla sua sfera tradizionale di influenza in America Latina, e poco si occupa del sistema continentale e mediterraneo, a parte l’area del Sahara ex-spagnolo e delle coste atlantiche dell’Africa Settentrionale.

Dov’è la ratio strategica della UE, quindi?

Era meglio, con il senno di poi, mantenere la vecchia idea di Charles De Gaulle, che non cedeva altro che una “Europa delle patrie” che si unisce per arrivare, nella prospettiva di una dissoluzione dell’impero bolscevico, “dall’Atlantico agli Urali”.

I confini culturali, spirituali, storici della nostra idea di Europa, che sono quelli dimenticati sia dall’affanno di accettare chiunque dopo la caduta dell’URSS, il che ha portato ad un apparato elefantiaco della UE, sia alla ossessione europeista di crearsi uno spazio strategico senza le “armi proprie”, quelle che Machiavelli consigliava ad ogni Principe che volesse rimanere al potere.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France