Qual’è il ruolo della Germania oggi dentro la UE e nel sistema economico mondiale? A quale gioco gioca Berlino?

Si tratta di domande alle quali non si può rispondere in modo univoco e semplicista, come spesso accade oggi.

Intanto, la Germania è causa o soluzione della crisi politica e finanziaria europea?

Certamente, l’attuale situazione negativa dell’economia UE nasce nel momento in cui i mercati finanziari globali perdono fiducia nella capacità greca di ripagare i debiti contratti.

Il contagio della sfiducia costringe anche altre nazioni periferiche, ma non certo la Germania, a cercare bailouts del proprio debito sovrano nel contesto della comunità internazionale, ovvero della stessa UE e del Fondo Monetario Internazionale.

E’ il momento in cui, al G20 di Toronto del giugno 2010, viene stabilita la priorità assoluta del consolidamento fiscale e, quindi, della stretta sulla spesa pubblica.

Ma, se andiamo più in profondità, si vede che è stata proprio la deregulation finanziaria e l’abbassamento dei tassi di interesse la causa prima della crisi dell’Eurozona.

E’ stata appunto la nuova disponibilità di finanziamenti da parte delle banche, come è accaduto anche negli USA, a stimolare troppo i consumi e a generare una serie di “bolle” finanziarie, soprattutto immobiliari, che hanno apparentemente aumentato le entrate fiscali e quindi la spesa pubblica ma, poi, si sono rapidamente sgonfiate, creando uno squilibrio strutturale che fa la differenza, oggi, tra la Germania e i Paesi “periferici” della UE.

Occorre poi ricordare che l’introduzione dell’Euro ha fatto lievitare gli scambi bancari infraeuropei del 40% con relativo aumento dei prezzi immobiliari e dei beni primari.

Troppo credito e a bassi tassi ha “drogato” sia i consumatori dell’Europa del Sud sia i loro governi.

Ma i paesi centrali della UE, e soprattutto la Germania, hanno mantenuto, in questo contesto di crisi, un margine di competitività maggiore derivato soprattutto dalla bassa crescita relativa dei salari.

Quindi Berlino ha potuto, anche nella recente crisi, aumentare le sue esportazioni verso i paesi della Periferia UE, mentre le sue banche facevano prestiti proprio ai Paesi marginali della Unione al fine di comprare beni e servizi tedeschi.

La Germania, quindi, va vista come causa e soluzione insieme della depressione economica dei Paesi periferici dell’Eurozona.

Ma Berlino soffre oggi di una crisi invisibile o no, come alcuni analisti fanno notare?

Anche in questo caso, la questione è più complessa di quanto non appaia.

La Germania, ricordiamolo, è la quarta economia mondiale e il terzo più grande esportatore del G20, e dipende dalla sua export economy nella stessa proporzione in cui l’Arabia Saudita dipende dalla vendita del petrolio.

Berlino deriva oggi il 45,7% del suo PIL dalle esportazioni, ed è quindi destinata e costretta a dover sopportare gli squilibri e le crisi di liquidità dei Paesi che comprano beni e servizi tedeschi.

Ma sono ancora sostenibili le strategie che i tedeschi hanno finora adottato per sostenere e stabilizzare la loro crescita tramite l’export?

E’ qui lecito avere qualche dubbio.

Tutti i Paesi tipicamente esportatori, dalla Cina alla Russia fino ai sauditi e alla Corea del Sud sono in crisi, peraltro.

E la Germania, quindi, potrebbe spingere sempre di più l’acceleratore sul suo modello esportativo, mantenendo l’UE come area di libero scambio ma facendo concorrenza, una durissima concorrenza, ai Paesi periferici europei, che vivono anch’essi di esportazioni e si vedrebbero bruciare il terreno dall’economia tedesca, come peraltro accade in molti settori già oggi.

L’abbiamo visto anche con la crisi del 2008: la recessione ha reso ingestibili i debiti sovrani di molti Paesi alla periferia della UE e la Germania, creditrice netta, ha sempre richiesto il taglio della spesa pubblica e il rapido rientro dei capitali concessi.

Ma se Berlino detiene la gran parte dei titoli di debito europei, e in particolare di quelli in crisi, allora se le economie dell’Europa meridionale collassano (e questa possibilità non è ancora da escludere) allora la Germania non ha più un mercato sufficientemente vasto per il suo export; dato che non può compensare le perdite in Europa con l’aumento corrispondente delle esportazioni in Cina, nel resto dell’Asia o nei Paesi arabi, tutte nazioni, a vario titolo, in fase di contrazione economica.

Se quindi la Germania stimola la crescita dell’Eurozona che le è debitrice, aumentano i debiti delle periferie EU, ma se aumentano i debiti con Berlino dei Paesi già in crisi, allora quest’ultimi sperimenterebbero una durissima crisi bancaria e un probabile default sul loro debito sovrano.

Il tutto in presenza di una disoccupazione che, in vario modo, arriva al 20% nel Meridione europeo, un tasso da Grande Depressione USA.

Quindi l’economia tedesca, in questo scenario, non può non contrarsi fino a rendere, anche nella “locomotiva economica” della UE, impossibile il mantenimento del modello tedesco della export economy.

D’altro canto, i Paesi in crisi finanziaria della UE-Sud non potrebbero nemmeno, in queste condizioni, sostituirsi alla Germania nelle esportazioni.

Una trappola produttiva e finanziaria dalla quale è estremamente difficile uscire.

E Berlino non ha nessun interesse a cambiare modello di sviluppo, peraltro.

E’ proprio quello che ha prodotto tutti i vantaggi comparativi tedeschi, da poco prima dell’introduzione della moneta unica ad oggi.

E oggi i segnali della crisi tedesca, che la Germania proietterà sull’intera UE, sono già evidenti.

Le quote di mercato estero per i prodotti Made in Germany stanno calando, il ritorno sugli investimenti è calato, molte aziende tedesche stanno abbassando i prezzi per mantenere le loro tradizionali quote di mercato.

E, se Berlino passa da una export economy ad un sistema produttivo legato alla crescita del mercato interno, l’alto tasso di risparmio dei tedeschi, che ha permesso l’aggiornamento tecnologico delle imprese, non sarà più disponibile.

La Francia, per esempio, non è più il primo mercato EU dei beni prodotti in Germania.

Nel 2015 le esportazioni di Berlino in Cina sono calate del 4%.

Aumenta una parte dell’export germanico negli USA (il 19%) ma la quota americana dei mercati non può essere sostitutiva per lungo tempo.

Anche gli USA sono oggi un paese a bassa crescita, e stanno aumentando i risparmi degli americani.

Il ciclo delle crisi dell’economia USA è in media di circa sette anni, e occorre quindi aspettarsi che, tra un anno o al massimo due, il mercato nordamericano tenderà di nuovo a contrarsi.

Il ciclo bubble-boost, la bolla che si sgonfia rapidamente, è quindi ormai engrammato nell’economia americana.

Questo, detto tra parentesi, dovrebbe farci ripensare in modo nuovo alla teoria di Marx sulla inevitabilità delle crisi capitalistiche.

Il ritorno dei capitali sugli investimenti in Germania è, poi, lo accennavamo prima, sempre meno grande.

Negli ultimi due anni, i grandi gruppi tedeschi hanno visto un calo della redditività dei capitali impiegati dal 13% al 3%.

I prezzi in tutta l’Eurozona stanno, peraltro, calando.

Nel Gennaio u.s., i prezzi si sono abbassati in media del 3% e la tendenza al calo dei prezzi medi è sempre più evidente e stabile.

Se, quindi, la Germania dovesse andare in recessione, la soluzione di Berlino sarà, con ogni probabilità, quella di far ritornare rapidamente, anche con qualche sconto, i debiti della Eurozona meridionale; e poi di abbattere duramente la concorrenza degli altri Paesi esportatori UE, anche con pratiche commerciali scorrette o pericolose.

L’esposizione tedesca verso le banche italiane, lo ricordiamo, è di 120 miliardi di Euro, e i nostri istituti di credito hanno una percentuale di NPL (non performing loans, debiti non riscossi) di oltre il 17%.

In termini assoluti, l’esposizione tedesca verso le banche italiane vale da sola il 3% del suo PIL.

Quanto durerà allora la pazienza di Berlino in una fase di ciris economica?

Poi, ancora, dobbiamo mettere nel conto che quest’anno i profitti di Commerzbank sono calati del 52%, mentre Deutsche Bank ha avuto un calo dei profitti del 58%, con un sistema bancario tedesco che ha ben 41,9 trilioni di titoli derivati iscritti nei bilanci.

Se cade la DB, la Deutsche Bank, cade l’Euro, è bene ricordarlo.

Se poi Berlino “salva” DB, tutti noteranno il diverso trattamento riservato all’istituto di credito tedesco rispetto alle banche greche.

Sarebbe il “liberi tutti” dentro l’Euro, e i proclami di Bruxelles diverrebbero grida manzoniane.

E se le banche tedesche (e non solo la DB) vengono salvate dal loro governo, allora il rapporto debito/PIL della Germania passerebbe dall’attuale 71% al 110%.

Non ci sarebbe più spazio per le prediche sull’austerità da parte di Berlino, che non potrebbe non accettare lo “sforamento” italiano, spagnolo, greco, portoghese.

E’ però la DB che finanzia gran parte dell’export tedesco e, quindi, se la si lascia cadere, l’economia di Berlino entra subito in grave crisi.

Quindi, le previsioni sono queste: se Berlino entra in recessione, la prima reazione sarà probabilmente quella di far rientrare rapidamente i crediti provenienti dall’Eurozona per poi fare terra bruciata dell’export del resto d’Europa.

Se invece la Germania riesce a “tenere”, allora avrà tutto l’interesse a rifinanziare l’Eurozona meridionale per farsi comprare i suoi beni.

Ma, in ogni caso, la situazione della UE non è affatto né buona né stabile, e occorrerà vedere quanto, in futuro, la moneta unica terrà o se Berlino, o anche Roma, non tenteranno di uscire dall’Euro, in un modo o nell’altro.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France