La regione autonoma dello Xingkiang, nella Repubblica Popolare Cinese, a maggioranza relativa (il 45%) di popolazione musulmana di etnia turkmena, con gli han cinesi che dal 1949 sono passati dal 6% al 41% della popolazione. Non è solo un tema della Cina, ma una questione geopolitica di rilievo almeno eurasiatico.

22 milioni di abitanti in totale, un sottosuolo ricco di idrocarburi e minerali, una forte tensione, che è arrivata anche al terrorismo jihadista, tra la parte turkmena minoritaria e quella han; e infine a una diffusione delle azioni di matrice terrorista uighura nel resto del territorio cinese e altrove.

Secondo affidabili fonti cinesi, il Partito Islamico del Turkestan Orientale, il braccio militare degli uighuri, ha compiuto dal 1990 al 2001 oltre 200 atti terroristici in territorio cinese e all’interno dello Xingkiang.

Il suo braccio politico, l’Organizzazione per la Liberazione del Turkestan dell’Est, è stato fondato in Turchia nel 1990 per combattere il governo cinese nello Xingkiang, in modo esplicito.

E’ già grave che un Paese NATO si inerpichi in operazioni così importanti senza il sostegno evidente dell’Alleanza, e questo sarebbe da solo, qualora la NATO fosse ancora una struttura vitale, materia sulla quale valutare la presenza o meno di Ankara nell’Alleanza Atlantica.

Perchè, però, la Turchia, paese della NATO e sua seconda forza armata, sostiene la lotta, politica e militare, dei separatisti uighuri?

Per due chiari motivi principali: Ankara persegue un suo progetto panturanico che va dall’Anatolia a tutta l’Asia Centrale fino, appunto, allo Xingkiang, punto di arrivo della colonizzazione etnica turkmena.

Poi, il regime turco intende capitalizzare dalle “piccole jihad” dell’Asia Centrale un ruolo di “protettore islamico sunnita” che riporterebbe Ankara ad una sorta di impero neottomano. E’ il vero delirio di Erdogan.

Vuole forse la NATO seguire i sogni machbettiani della Turchia dell’AKP, il partito, già escluso nei suoi componenti dalla Corte Costituzionale turca, in Asia centrale? E con quali forze?

Non si sa quanto questi progetti, ampiamente noti a tutti i decisori internazionali, siano coerenti appunto con la presenza turca nella NATO, ma sappiamo che l’Alleanza Atlantica non ha emesso una sola parola su questa nuova postura strategica di Ankara.

Che anche l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord stia diventando forse obsoleta, dopo non la fine, ma la trasformazione della guerra fredda?

Ma torniamo subito agli uighuri.

L’Organizzazione per la Liberazione del Turkestan dell’Est vuole unire, contro Pechino, anche i Kazaki presenti in Xingkiang, ed infatti il Kazakhistan ha designato da tempo questo gruppo come “organizzazione terroristica”.

Non bisogna poi dimenticare che, nell fase più acuta del jihad dei Taliban in Afghanistan contro le forze ISAF, operava una intera brigata composta solo da uighuri ed organizzata da Al Qaeda, con presenze cecene, mentre alcuni dirigenti del jihad uighuro dirigevano, per conto della “base” di Bin Laden, perfino l’area delle FATA pakistane.

Quindi: il movimento islamista-jihadista uighuro è ormai un pericolo anche per la Federazione Russa, dato il legame tra il Partito Islamico del Turkestan orientale e il separatismo jihadista ceceno, con numerosi scambi di militanti-terroristi e, probabilmente, un forte sostegno di tipo finanziario e logistico.

E’ questo, ovviamente, un pericolo per la stabilità della Cina Popolare, che non può permettersi un’area di impianto del jihad in una posizione così nevralgica per le sue difese e per la sua espansione pacifica terrestre e marittima così come è stato prefigurato da Xi Jinping.

Sarà questo il punto di inizio della guerriglia jihadista, nel prossimo futuro, la linea della Belt and Road Initiative definita nel 2013.

E’ un pericolo serio anche per l’India, data la penetrabilità delle aree islamiche del Centro-Nord della Federazione Indiana, che non può certo tollerare un incendio jihadista nelle sue aree di religione coranica.

E’ infine un pericolo perfino per gli stessi USA, che non possono permettersi, soprattutto per motivi economico-finanziari, una Cina Popolare con un jihad attivo in un’area strategica per l’espansione economica e per la stabilità politica di Pechino.

Vogliono forse gli americani destabilizzare il principale detentore di US Bonds, ancora oggi?

A meno che Washington, succube di Ankara in Siria, non voglia accettare la geopolitica turca anche in tutta l’Asia Centrale, per “circondare la Cina” e per, eventualmente, minacciare ad Est e Sud la Federazione Russa così come sta facendo ai nuovi confini tra Europa a 28 e Russia.

Sarebbe un suicidio strategico di proporzioni colossali, ma non improbabile, data la attuale inefficienza della politica estera USA sul piano globale.

Tralasciamo qui l’Unione Europea, che nulla conta e che si fa ricattare perfino dalla Turchia per la questione degli immigrati.

Ma ci sono casi personali significativi sulla questione uighura: quello di Dolkun Isa è appunto un caso di specie.

Dolkun è stato un capo del movimento “del Turkestan dell’Est” nello Xingkiang, è fuggito dalla Cina nel 1997 ed è arrivato nel facile paradiso del nuovo jihad, l’Europa, fino a divenire cittadino della Germania Federale nel 2006.

E’ attualmente segretario del World Uighur Congress, una organizzazione di copertura di uighuri all’estero che opera però sia all’interno che all’esterno dello Xingkiang.

Tale “Congresso” è finanziato parzialmente dal National Endowment for Democracy americano ed è stato fondato, a metà dell’Aprile 2004, a Monaco di Baviera, città vicina alla sede dei Servizi tedeschi, e non appaiono oggi i rapporti espliciti, che pure esistono in filigrana, tra il WUC e i gruppi militari della rivolta jihadista nello Xingkiang.

La Cina ha emesso nei suoi confronti un “avviso rosso” di Interpol, un mandato di cattura internazionale, che però non è stato recepito dalla Germania o da altri Paesi europei e dagli USA, come per la stessa Italia, dove Dolkun Isa ha viaggiato e svolto attività politica e di copertura delle azioni dell’ala militare del movimento jihadista uighuro.

Anche in Italia, Dolkun ha operato tramite il Partito Radicale.

Vi è poi un nesso organizzativo tra le reti della rivolta tibetana e quelle degli uighuri, che tendono a utilizzare una rappresentazione falsata della situazione in Tibet per giustificare la “repressione” cinese verso gli uighuri, che in effetti riguarda solo una lotta antijihadista.

A Dolkun Isa è stato negato l’ingresso in Corea del Sud, nel 2009, mentre egli è riuscito a compiere una visita, dall’evidente sapore anticinese, in India, il 22 Aprile 2016.

Insomma, la rete politico-militare uighura sta raccogliendo sostegni tra tutti i Paesi che hanno contrasti regionali potenziali con la Cina Popolare.

Il che designa facilmente la rete uighura come futuro strumento di una serie di proxy wars tra i competitor asiatici della Cina e Pechino.

Ma perché i tedeschi sostengono apertamente Dolkun Isa e gli altri dirigenti presenti in Germania della rete uighura?

Possiamo pensare ad un interesse interno, visto che gli uighuri della diaspora possono collegarsi facilmente con la vastissima rete turca presente storicamente in Germania; possiamo inoltre supporre che Berlino intenda favorire la sconsiderata azione turca in Medio Oriente, per “abbattere i (sedicenti) tiranni” ma, di fatto, pe creare una egemonia di Ankara sui prossimi e attuali failed states dell’area, fino appunto allo Xingkiang.

Dalla quale ogni europeo, NATO o meno, sarà ferocemente escluso.

Una scelta strategica fortemente irrazionale che, immagino, abbia molto a che fare con il ricatto turco operato tramite la massa di profughi della guerra creata dalla Turchia e dagli USA, ovvero la distruzione della Siria, alla quale seguiranno altre “operazioni” per “portare la democrazia”.

Il presidente del WUC è Rebiya Kadeer, ricca donna d’affari tra la Cina e la Russia e poi cittadina USA, il che indica l’utilizzo da parte di Washington del “Congresso” uighuro come strumento per la destabilizzazione futura della Cina, secondo il modello, ormai evidentemente nefasto, delle “rivoluzioni arancione”.

E’ questo il vero interesse americano? Lo dubitiamo e lo speriamo fortemente.

Il presidente onorario, deceduto, è il cittadino turco Riza Bekin Pascià.

Il consulente capo del WUC è poi Erkin Alptekin, cittadino tedesco, figlio di un dirigente uighuro che, all’arrivo dei cinesi nello Xingkiang, fuggì in Jammu e Kashmir, a Srinagar, poi ha studiato giornalismo a Istanbul e ha lavorato a lungo a Radio Free Europe.

I vicepresidenti sono Seyit Tumturk, cittadino turco che si occupa della ricezione in Turchia dei molti uighuri fuggitivi, tramite la Thailandia e l’India, poi Khariman Hojamberdiyev, un leader autonomista kazako; ed è bene ricordarsi che oltre 250.000 uighuri vivono in Kazakhistan, altro polo del progetto panturanico turco.

Il terzo vicepresidente è Omen Khanat, residente negli USA.

Gli altri due vicepresidenti sono Asgar Khan, sempre cittadino tedesco, e Semet Abia, residente in Norvegia.

Il segretario generale è il già citato Dolkun Isa; e i vice segretari generali sono Erkin Emet, un turco, Abdulrashid Turdiyev, del Kazakhistan, e poi Tuyghun Abduweli, residente in Canada. Due probabili amici della Turchia.

I portavoce sono Dishad Reshit, residente in Svezia, e Alim Seytoff, che vive negli USA.

Vi è inoltre un “Partito della Gioventù” collegato al WUC che opera a partire dagli USA.

I soldi del WUC sono tanti: oltre ai denari raccolti direttamente nello Xingkiang, ogni anno il National Endowment for International Peace concede al movimento uighuro 215.000 Usd, oltre a finanziamenti dei governi tedesco, svedese e norvegese.

Insomma, qui vi è la necessità imprescindibile di far cessare la rete del WUC all’esterno della Cina e, soprattutto, del separatismo militare jihadista in Xingkiang. Due reti strettamente collegate.

E’ il vero interesse di tutti i global players, compesi gli USA.

Per questo, si propone qui una Conferenza Internazionale sullo Xingkiang, composta dalla Federazione Russa, dalla Cina Popolare, dall’India, dagli USA e dagli altri Stati dell’Asia Centrale; tali che riconoscano il jihad turkmeno-uighuro come pericolo primario per le loro società e la stabilità strategica di tutta l’Asia.

Se questo non accadrà, l’Asia Centrale potrebbe lentamente collassare, la Cina concentrarsi sulla reazione al jihad uighuro, e buona parte dei choke-points terrestri del confine, quanto mai importante oggi, tra Russia e Cina, incendiarsi, per debilitare entrambi i Paesi. Non è l’interesse di nessuno.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France