Il riequilibrio strategico e nucleare globale si sviluppa, oggi, in tre punti, tutti collegati tra di loro.

Il primo elemento riguarda l’Europa, che è marginalizzata, dopo la fine della guerra fredda, e tale rimarrà negli anni a venire.

L’UE, sia per l’Eurozona che per l’area a 28 Paesi, non ha oggi una strategia globale per il futuro, non ha armi atomiche credibili fuori dalla NATO, nemmeno per il binomio franco-britannico, che peraltro nasce da considerazioni e interessi ben differenti tra di loro.

L’Europa è destinata a integrarsi malamente, avendo perso quella particolare “terza guerra mondiale” chiamata globalizzazione, con il Medio Oriente e il Maghreb, che saranno per la UE l’equivalente di quello che furono le economie e le società dell’Europa meridionale all’inizio del processo di unificazione della penisola eurasiatica che era funzionale unicamente alla pressione contro l’URSS e il suo patto militare.

Anzi, la nuova geopolitica di Barack Obama, che certamente sarà mantenuta dal suo successore alla Presidenza USA, è quella di accerchiare la Federazione Russa, quindi la nuova Alleanza strategica della Shangai Cooperation Organization, infine la Cina.

Sarà infatti Pechino il prossimo competitor globale degli USA, sia sul piano euro-mediterraneo che nel quadrante del Pacifico, che sarà sempre più importante per Washington.

In questo contesto, occorrerà ripensare completamente la NATO, che non può più essere il punto di coalescenza di due assi strategici in progressivo allontanamento tra di loro, l’UE e gli Stati Uniti.

Ripensare l’Alleanza Atlantica vuol dire soprattutto riformulare la sua minaccia nucleare.

NATO, il Trattato di Non Proliferazione, la stessa ONU, ovvero tutti i pilastri sui quali si è basata, fino ad oggi, la pace mondiale postbellica.

La NATO era pensata per uno strike nucleare finale verso il Patto di Varsavia, in funzione difensiva rispetto ad una vasta invasione da terra.

Non vi era linkage, all’inizio, tra la difesa dell’Europa Centrale e protezione del nesso tra Medio Oriente e Mediterraneo.

Il Patto di Varsavia ha però sempre pensato al nucleare militare come ad un sistema d’arma valido come qualsiasi altro, in relazione alla dimensione e agli obiettivi dello scontro per la conquista dell’Europa; quell’azione che Raymond Aron chiamava la “battaglia per la grande pianura europea centrale”.

Il secondo tratto di rinnovamento geopolitico riguarda l’Asia, dove cresce la regionalizzazione delle tensioni e delle dottrine geopolitiche.

La Cina vuole la sicurezza dei suoi mari vicini e il pieno controllo dell’area terrestre che va dallo Xingkiang fino all’Afghanistan e arriva al contatto della Terra della Hearthland con il più grande mare regionale del mondo, il Mediterraneo, che sarà peraltro il pivot dello sviluppo globale futuro.

Terra e Mare, i due assi del pensiero strategico di Carl Schmitt sono, nella logica di Pechino, un continuum, non una opposizione tra “talassocrati” tucididei anglosassoni e forze ctonie europee e romano-germaniche.

La Cina, poi, avrà sempre più seri contrasti con il Giappone, che ha iniziato un timido riarmo, ancora dottrinalmente poco efficace; ma si tratta comunque dell’uscita di Tokyo dalla mentalità imposta al Giappone dal vincitore MacArthur, dopo la fine della II Guerra Mondiale.

Il “mondo senza armi nucleari” proposto da Obama durante l’attuale summit di Washington è stato tradotto, da Mosca ma anche da Pechino, come l’ipotesi di un globo senza armi nucleari non USA.

Pechino vuole o la sicurezza piena verso l’area di Taiwan, con una proiezione militare verso il Pacifico, oppure la integrazione de facto della Repubblica di Cina nella sua area.

Il che porterà inevitabilmente ad una tensione fortissima con Tokyo, che però non sappiamo quanto possa acquisire sostegno dagli USA, in questo nuovo scenario asiatico.

Il terzo elemento di trasformazione geopolitica globale riguarda, appunto, ne abbiamo già fatto cenno, il Medio Oriente.

Esso si è frazionato militarmente tra sunniti e sciiti dopo che la guerra fredda lo ha lasciato privo di tutele e di controlli; ma nessuna delle due potenze regionali di riferimento, Iran e Arabia Saudita, ha la capacità, da sola, di gestire un progetto geopolitico unitario per tutta l’area.

Integrare il caos mediorientale dentro un’area senza guida geopolitica globale, salvo il ricatto petrolifero, e con un armamento ormai obsoleto, come è oggi la UE, è un invito alla guerra, non alla pace.

Il petrolio poi, oggi, è in tensione sui mercati sia perché il suo prezzo è trainato dai futures settoriali, sia perché i costi della proiezione armata sunnita o sciita sono ingestibili dagli stessi attori, date le sempre minori riserve petrolifere e le necessità di stabilità sociale interna per i due Paesi.

Se si espandono acquisiscono, Iran e sauditi, nuove fonti energetiche, ma appunto espandendosi destabilizzano il mercato dei loro compratori e deprimono, per pagare le spese militari, il prezzo del barile.

Per non parlare dell’industria dello shale oil and gas USA e canadese, che è in crisi a causa del prezzo del barile oggi ma che potrebbe, in futuro, sostenere almeno i consumi del mercato interno nordamericano.

Una tensione destinata, quindi, nel Grande Medio Oriente, a rimanere tale per un tempo oggi imprevedibile.

Gli Stati Uniti, peraltro, hanno recentemente aumentato i fondi per l’aggiornamento dell’arsenale nucleare, per oltre 1 miliardo di Usd; il che implica l’inserimento delle armi atomiche in vettori ad alta precisione, in una prospettiva strategica che vede le nuove armi N agire in correlazione con le strutture militari convenzionali.

I sottomarini USA della classe Ohio, i più efficienti sul piano nucleare, saranno, per esempio, integralmente rinnovati a partire dal 2012.

Le armi di nuova concezione Usa, ma non nucleari, sono già in fase di verifica sul terreno.

E ciò accade sia negli Stati Uniti che nella Federazione Russa così come in Cina.

Oggi siamo alla “seconda età nucleare”; ed è quasi inutile parlare dei vecchi arsenali N senza collegare le riduzioni al nuovo ambiente geopolitico e tecnologico che è oggi, di per sé, lo si voglia o no, multipolare.

Il timore cinese di una nuova corsa agli armamenti è, quindi, del tutto fondato.

E la nuova arms race si porrebbe, comunque, in un contesto che si va strategicamente diversificando, mentre i tradizionali punti di contatto globali sono di fatto obsoleti.

Il quarto Summit Nucleare del 2016, con oltre 56 nazioni partecipanti, ma senza la Russia, che non ha accolto l’invito, è comunque un punto di svolta per il ridisegno dei potenziali nucleari.

Ma occorre pensare bene al fatto che il mondo è davvero cambiato.

Mosca ha letto le proposte di Obama e la politica USA in Medio Oriente come atti potenzialmente ostili contro la sua sicurezza, per non parlare delle nuove dislocazioni di armi e militari nordamericani ai confini europei del vecchio Patto di Varsavia.

La Russia non vuole essere regionalizzata e la Cina sospetta che il nuovo accerchiamento NATO e USA verso Mosca sia la seconda linea di una difesa avanzata che ha per obiettivo primario il containment di Pechino sull’asse terrestre.

Un accerchiamento che arriverebbe fino ai mari regionali del meridione asiatico, per raggiungere le linee di difesa USA, NATO e perfino UE con quelle del Giappone (e della Corea del Sud).

Ma, in questo contesto, come si pone la questione del nucleare nordcoreano e del suo inserimento negli equilibri globali?

Pyongyang ha il nucleare per molti motivi: 1) alzare il prezzo della sua possibile riunificazione con la Corea del Sud, ma anche 2) per garantire la sua autonomia dopo la definizione dei confini interni alla sua penisola, infine 3) per sostenere marginalmente i potenziali nucleari difensivi sia della Russia che di Pechino.

Pyongyang non ha mai davvero abbandonato l’idea di un linkage “antimperialista” con Mosca e Pechino, ma oggi i tempi sono cambiati e i due grandi Paesi ex-comunisti fanno da soli.

E Mosca ha liberato per sé l’asse tra Ucraina e Mediterraneo orientale.

La Corea del Nord, è noto, ha messo in atto dei test nucleari nel 2006, 2009, 2013 e perfino quest’anno, in gennaio, anche se è improbabile che l’ordigno sia stato, come afferma Pyongyang, di natura termonucleare.

La Corea del Nord, quindi, non può ragionevolmente utilizzare il suo arsenale nucleare per la sicurezza a Nord, dove la Cina continua ancora a sostenere, ma sempre più freddamente, il regime di Kim Yong Un.

Non ha poi alcuna necessità, Pyongyang, di securizzare il suo mare regionale, dove l’unica ipotetica minaccia è connessa ad un linkage tra una offensiva sudcoreana di terra e una azione missilistica USA.

Una azione, questa, che scatenerebbe immediatamente le reazioni della Cina, della Russia, dell’India, dell’Iran e perfino dell’Arabia Saudita, minacciata nelle sue aree di riferimento dalle testate di risposta agli attacchi su Pyongyang dell’alleato americano.

Una ipotesi da escludere certamente, per ora.

I Nodong di Kim Yong Un hanno una gittata di 1300 km, il Musudan di 4000, i Taepodong 1 e 2 raggiungono rispettivamente i 2000 e gli 8000 chilometri di gittata.

Una minaccia globale, da parte di un Paese come la Corea settentrionale, non è una vera e propria minaccia, ma un’assicurazione sulla lunga vita di quel regime.

Se si scioglierà nella globalizzazione del suo Sud “capitalista”, Kim vorrà mantenere il ruolo di contatto armato tra Seoul e la massa continentale centroasiatica.

Se invece Pyongyang rimarrà come una sorta di Shangrilà marxista-leninista, il suo potenziale N sarà utile per spuntare trattamenti economici e politici migliori da parte di Cina e Russia, che avrebbero tutto l’interesse a integrare una riottosa Corea settentrionale nel loro assetto continentale.

Non sarebbe nemmeno impossibile pensare, in un non lontano futuro, di “fluidificare” le FF.AA. nordcoreane nella Shangai Cooperation Organization, che finalmente potrebbe rendersi utile anche per alcuni Paesi occidentali.

I six party talks tra Corea del Nord, quella del Sud, il Giappone, la Cina la Russia e gli USA sono inziati, come è noto, nel 2003, immediatamente dopo l’uscita di Pyongyang dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

La finalizzazione dei talks, la denuclearizzazione di tutta la penisola coreana, oggi non è più un progetto efficace.

Inoltre, diversamente da quello che accadeva nel 2003, e questo implica una specifica lettura da parte della Corea del Nord sulle azioni USA contro il jihad in Asia Centrale, tutti i partecipanti ai talks hanno oggi strategie N diversificate e talvolta in contrasto tra di loro.

La Cina ha un nucleare militare à tous azimuts, ma che sarà allargato progressivamente in funzione della protezione della sua espansione economica e strategica.

Gli USA hanno un sistema N anch’esso globale, ma che non differenzia abbastanza, figlio com’è della guerra fredda e della coazione a ripeterla, tra zone a rischio elevato a aree in cui una diminuzione della pressione militare americana non potrebbe che essere utile.

La Russia vuole un sistema N per proteggere il suo meridione e le sua aree petrolifere, proiettare ancora la sua potenza verso gli orfani del Patto di Varsavia, impostare una nuova espansione strategica, ma pacifica, verso il Mediterraneo e l’area indiana.

Quindi è inutile unire, per diminuire la minaccia di Pyongyang, i six “ladri di Pisa”, che si accordano di notte e poi litigano di giorno.

Poi, occorrerebbe mettere qui insieme le trattative sul nucleare con quelle sulle armi chimiche e batteriologiche, nonché le eventuali discussioni al vertice sui nuovi sistemi d’arma in fase di sperimentazione.

Se la Corea del Nord dicesse di sì ad un curbing del suo potenziale N, avrebbe subito la tentazione di espandere, copertamente o meno, le sue ricerche e azioni sul resto delle armi non-convenzionali.

Dobbiamo evitarlo creando un comprehensive talk.

Quindi global talks, ma con una idea di fondo: occorre garantire in primo luogo la sovranità della Corea del Nord, un vecchio rimasuglio inutile della guerra fredda, quel periodo immediatamente postbellico in cui i decisori del Cremlino pensavano di disseminare tante guerre regionali.

Si trattava di fomentare scontri militari in tutto il quadrante che va dall’Iran settentrionale al Vietnam, per depotenziare le forze NATO e USA e arrivare, con la strategia del domino, a circondare di fatto l’area europea e neutralizzarla contro il Patto di Varsavia.

Inoltre, la destabilizzazione dell’Indocina avrebbe minacciato direttamente il Giappone, isolato le basi USA nel Pacifico e portato infine la minaccia comunista fino alle coste californiane.

Una manovra a tenaglia che è riuscita, in parte; e solo per il Vietnam, che era l’asse centrale di rottura della “collana di perle” americana, con il possibile controllo comunista degli Stretti di Malacca da terra, dal Vietnam del Sud “liberato”.

Garantire quindi la autonomia nazionale di Pyongyang, dicevamo, per diluire il suo potenziale N e BC nell’asse russo, in prima istanza, e poi cinese.

Le sanzioni del CS ONU contro la Corea del Nord sembrano, infatti, danneggiare principalmente gli interessi strategici di Mosca.

Ma la Russia non ne può più nemmeno delle azioni dimostrative, sul piano nucleare, di Pyongyang, che isolano la penisola coreana e mettono in gravi difficoltà i piani russi di controllo delle rotte dal Golfo Persico alla Cina e al Sud Est asiatico, dove Mosca ha ancora vasti interessi che saranno maggiori in futuro.

I russi, peraltro, ritengono ancora il sudest asiatico la base per la sicurezza militare della parte meridionale della Siberia; e non hanno quindi alcun interesse a destabilizzare la penisola coreana.

Allora, gli interessi di Mosca nella stabilizzazione dell’arsenale NBC della Corea del Nord sono molto profondi, e vanno utilizzati fino in fondo.

Niente più six party talks, quindi, ma un meccanismo trilaterale tra Cina, Federazione Russa e Stati Uniti, in cui Washington garantirebbe la sicurezza di Pyongyang da attacchi che partano da suolo o basi USA, la Russia invece potrebbe proiettare una parte del proprio arsenale missilistico N per proteggere il Nord, derubricando progressivamente le batterie di vettori nordcoreane.

Infine, la Cina potrebbe sostenere una parte dello sviluppo economico di Pyongyang, garantendo i suoi confini a nordest e espandendo le “Zone Economiche Speciali” coreane che sono da sempre in netta crisi.

La prima SEZ (Special Economic Zone) nordcoreana è stata Razon, la prima costruita nell’area Raijn-Sombong nel 1991.

E’ strategica perchè potrebbe collegare le aree interne del confine cinese al mare.

Sinuiju è stata fondata nel 2002 sul fiume Yongbion, ma il businessman sino-olandese che la dirigeva viene poco dopo la fondazione inquisito in Cina per truffa, mentre il progetto di SEZ nell’area va avanti, ma senza particolari successi.

Kaesong, al confine tra le due Coree e sul territorio di entrambe, non è ancora pienamente partita e i due leader che l’abhho fondata, Kim Jong Il e Roo Moh Youn, già progettavano una nuova SEZ ad Haejou, sulla costa.

Poi abbiamo le SEZ più recenti, Hwanggumpyong e Wihwa, nelle isole omonime, con le addirittura quattordici nuove zone economiche che il regime nordcoreano ha programmato di fondare.

Il linkage è semplice: quello tra una cessione di potenziale N e BC e l’espansione delle vecchie e nuove SEZ di Pyongyang, sostenute soprattutto dalla Cina, mentre la Federazione Russa, in triangolazione con Pechino e gli USA, sosterrebbe il ciclo dell’uranio e del plutonio nordcoreano, con criteri non dissimili da quelli adottati prima e dopo il JCPOA con la Repubblica Islamica dell’Iran.

Altrimenti, la vecchia guerra fredda dimenticata tra le due Coree potrebbe riscaldarsi e incendiare il nesso tra il Grande Medio Oriente e lo Hearthland centroasiatico, un disastro che non conviene a nessuno.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France