Oggi, la Corea del Nord è passata dall’essere una minaccia regionale al ruolo di imprevedibile player strategico mondiale.

E questo implica che occorrerà, in futuro, trattare ragionevolmente con un potere coreano che è però tutt’altro che irrazionale nelle sue scelte globali.

Dipingere la Corea di Kim Jong Un come una Shangrilà diretta da un tipo inaffidabile non è la verità, e non facilita la soluzione dei problemi coreani, a nord come a sud.

Il materiale fissile oggi posseduto da Pyongyang può essere utilizzato per elaborare da sei a trenta armi nucleari, ma qual’è la strategia della Corea settentrionale nell’uso di questo arsenale atomico, che peraltro cresce stabilmente ad un ritmo, secondo le analisi più aggiornate, del 18% annuo?

Ci sono, secondo gli esperti, quattro motivazioni utilizzate da Pyongyang per mantenere e gestire una autonoma minaccia nucleare, che peraltro va oggi da un’area regionale ad un raggio d’azione che può colpire con i propri vettori gli USA e, quindi, l’Europa.

La prima ipotesi è quella dell’uso del nucleare militare, per Pyongyang, al fine di raggiungere delle concessioni internazionali sul piano diplomatico o più direttamente politico.

Quali concessioni? Certamente la prima sarebbe uno status geopolitico internazionalmente riconosciuto, magari in stabile correlazione con la Corea del Sud.

Uno status che permetterebbe a Pyongyang l’espansione della propria area politico-economica in tutto il Sud-Est asiatico, magari in connessione con le vecchie alleanze regionali: magari perfino la SEATO, South East Asia Treaty Organization, dissolta nel 1977, il vecchio “zoo di tigri di carta”, come lo definì un diplomatico britannico, uno zoo che potrebbe però ricostruirsi intorno alle due Coree.

Occorre, oggi, costruire una rete di alleanze credibili e multilaterali che ingabbino e stabilizzino il sistema strategico nordcoreano, proteggendo Seoul e garantendo a Pyongyang la stabilità del proprio regime.

Oppure potrebbe anche andar bene la nuova alleanza recentemente proposta dalla Cina per l’Asia Centrale, con Pakistan, Cina, Afghanistan e Tagikistan, un raggruppamento nato per contrastare la perdita di rayonnement russo nella regione; e che potrebbe allungarsi verso le coste delle due Coree, per inglobarle in un contesto di pesi e contrappesi ragionevoli e, soprattutto, credibili.

La Cina, per bocca di Xi Jinping, ha ammonito le potenze regionali asiatiche dal costruire alleanze militari nuove, proposte in questi anni soprattutto dagli USA.

Ma Pechino, con il suo recente CICA, Conference on Interaction and Conference Building Measures in Asia, ha l’interesse primario di mettere fuori gioco e circondare strategicamente le offerte di alleanza militare che Obama ha proposto a Giappone, Filippine e Vietnam.

Le tensioni che la Cina verifica nei mari asiatici dell’Est e in quelli regionali del Vietnam e del Myanmar sono tali da costringere Pechino a creare alleanze esterne (ed autonome) alla vecchia Shangai Cooperation Organization, che ha un ruolo specificamente terrestre.

Pyongyang potrebbe entrare perfino nella SCO, e qui la Cina certamente controllerebbe, insieme alla Federazione Russa, il potenziale nucleare e missilistico nordcoreano; oppure in una nuova alleanza a tre, con la Russia e Pechino, dove la geopolitica nordcoreana si dovrebbe sciogliere in un contesto più vasto e molto ben controllato.

L’importante, per evitare che l’escalation di Pyongyang prosegua, è che la Corea del Nord venga inserita in un contesto strategico capace di utilizzare la sua proiezione di potenza e, in particolare, di securizzare i confini e la stabilità del regime di Pyongyang.

Senza queste assicurazioni credibili, la Corea del Nord avrà tutto l’interesse a gestire un suo ruolo di free rider internazionale, che massimizza gli effetti politici dei suoi esperimenti nucleari e che quindi rende più difficile e costoso, per gli altri players internazionali, un accordo con Pyongyang.

Si tratta di un modo per “alzare il prezzo” della propria collaborazione, e di richiamare l’interesse mondiale sul proprio Paese.

Per non parlare del confine con la Corea del Sud.

La Zona Demilitarizzata Coreana intorno al 38° parallelo è, per la dirigenza di Pyongyang, una costante minaccia e l’ultimo, odioso, relitto della guerra fredda.

L’armistizio del 27 luglio 1953 ha congelato un dato strategico che, oggi, non ha più motivazioni di tipo internazionale.

Non si tratta più di coprire, da parte degli USA, la loro presenza in Giappone e nel Pacifico, non si pensa più di chiudere l’espansione sovietica nel Pacifico ai bordi della Cina.

Oggi tutto è cambiato, ed occorre inventare meccanismi politici nuovi per chiudere la fase della guerra fredda nella penisola coreana, che non è più in “dente” strategico di Mosca nel Mar Cinese meridionale, proprio quando il legame tra l’URSS e il maoismo diveniva critico.

O si costituisce, quindi, una commissione internazionale per la definizione di un confine definitivo tra le due Coree, oppure si continua a regalare alla Corea Settentrionale il ruolo di free rider strategico globale, un ruolo che Pyongyang non può non esercitare, a pena di non essere più credibile, con dosi sempre maggiori di forza militare e minaccia nucleare.

Che non è certamente il toccasana per l’economia della Corea del Nord.

Occorre quindi interrompere, con una visione strategica globale e innovativa, la spirale militare del regime di Pyongyang che è, paradossalmente, in proporzionalità diretta con la sua crisi economica interna.

La NNSC, Neutral Nations Supervisory Commission, sorta in base all’armistizio del 1953, ha ormai un semplice ruolo di comunicazione tra le due Coree, per costituire relazioni affidabili tra di esse.

Ma non è certo un organo che possa determinare un progetto geopolitico credibile, non è la sua finalità.

Il secondo dei quattro obiettivi del build-up nucleare di Pyongyang è quello di internazionalizzare la crisi della penisola coreana (e dell’area) in modo da causare la mediazione o degli USA o della Cina.

L’integrazione finanziaria tra la Corea (del Sud) e la Cina, l’accordo di libero mercato tra i due Stati, siglato l’anno scorso, è visto da Pyongyang come una minaccia.

E, a dire il vero, la Corea del Nord non ha tutti i torti: l’accordo suddetto prevede che venga costituito, a Shangai, un mercato di titoli direttamente scambiati nelle due divise, il Won e il renmimbi, e che il governo coreano meridionale possa emettere dei titoli del proprio debito sovrano direttamente in moneta cinese, titoli che potranno essere venduti, appunto, nel grande mercato finanziario di Pechino.

Si può allora immaginare un modo di internazionalizzare il debito sovrano nordcoreano sul mercato cinese, o russo, per stabilizzare l’economia di Pyongyang, facendo in modo che le assicurazioni strategiche di Pechino e di Mosca blocchino la corsa al nucleare nordcoreana.

Un nuovo Trattato, tra Corea del Nord, Corea del Sud, che sta vivendo un periodo di deleveraging finanziario degli investitori stranieri, ovvero una fuga di capitali, che è peraltro una forma di guerra economica, poi gli USA, la Cina Popolare, la Federazione Russa e, inevitabilmente, l’ormai inutile UE.

A questo gruppo dovrebbero unirsi il Giappone e la Federazione Indiana.

Questo Comitato dovrebbe stabilire: a) il confine internazionalmente riconosciuto tra le due Coree, con la cessazione esplicita della pretesa egemonia di entrambe sull’intera penisola coreana, b) una Commissione per lo sviluppo economico, organo paritario tra Pyongyang e Seoul, c) una commissione militare che controlli lo sviluppo del nucleare militare di Pyongyang, con la possibilità per Mosca, come è accaduto con l’Iran, di gestire una parte del materiale fissile, d) un accordo internazionale per la gestione del materiale nucleare della Corea Settentrionale, che sarebbe realizzato nell’area dalla Russia e dalla Cina.

Con la garanzia della sovranità nazionale della Corea del Nord, naturalmente.

Un terzo motivo per la creazione e l’ampliamento dell’arsenale nucleare da parte di Pyongyang sarebbe, per gli analisti internazionali, la risposta ad eventuali attacchi militari che minaccino l’esistenza del Partito e dello Stato nordcoreano.

Questo è ancora un impegno della Conferenza che proponiamo, la quale dovrebbe esplicitamente negare ogni minaccia, politica e militare, nei confronti del regime nordcoreano, accettandolo progressivamente nel concerto delle alleanze e delle organizzazioni internazionali.

Una normalizzazione che conviene a tutti: agli USA, che risparmieranno sulla dislocazione delle loro forze nel quadrante asiatico, alla Cina, che potrà ricostruire una relazione privilegiata con Pyongyang, alla Russia, che potrebbe avere interesse a sviluppare relazioni economiche e strategiche con la Corea settentrionale.

Per Mosca, che ha fortemente a cuore gli interscambi con Seoul, la sicurezza nel sistema nordasiatico deve essere generata da una vasta rete di partnership multilaterali in vari settori: la sicurezza energetica, quella nucleare, la sicurezza dei trasporti, quella sul cibo e, infine, una garanzia multilaterale sulla sicurezza informatica.

E’ la base giusta per partire.

Infine, la quarta motivazione analizzata dagli esperti, per giustificare il rilevante build up nucleare di Pyongyang, è quella di compensare, con l’armamento atomico, l’inevitabile debolezza strutturale e convenzionale della Corea settentrionale in relazione agli Stati Uniti e alla Corea del Sud, due potenze che, a vari livelli, sono pesantemente superiori a Pyongyang nell’aggiornamento, nella quantità e nell’armamento convenzionale delle loro forze.

Si potrebbe perfino immaginare una serie di confidence building measures, gestite dalla Conferenza che abbiamo proposto, per diminuire in parallelo e simultaneamente il potenziale militare del Nord e del Sud della penisola coreana, e quindi per rimodellare la strategia USA in tutta l’area del Pacifico in relazione alla Corea settentrionale.

Si può fare, se ci sarà la volontà politica e la presenza efficace di Mosca e Pechino. Vale provarci.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France