di Giancarlo Elia Valori. Sono ben ventiquattro i Paesi che si sono riuniti il 2 febbraio scorso per decidere, finalmente, come quanto e dove iniziare il contrasto all’espansione del Daesh/Isis in Siria-Iraq e, soprattutto, in Libia.

Tra di essi c’è la Turchia, accusata da varie fonti di essere una parte del problema e non della soluzione, o l’Arabia Saudita, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad alcune delle fazioni islamiste in Siria e in Iraq collegate al Califfato.

Oppure ancora troviamo alla Conferenza il Qatar, emirato che sostiene direttamente, in contrasto con i sauditi, la Fratellanza Musulmana ed alcuni gruppi della rivolta contro Assad in Siria.

Ma anche gli USA hanno sostenuto e talvolta addestrato il gruppo siriano legato ad Al Qaeda, Jabat Al Nusra in funzione anti-Isis, come peraltro consigliava il gen. Petraeus, memore del suo surge in Iraq contro, appunto, Al Qaeda, organizzato con la mobilitazione delle tribù sunnite di Al Anbar.

Usare il nemico contro il nemico è una vecchia formula dell’alchimia quattrocentesca, ma temo che il pensiero strategico sia un’altra cosa.

Hillary Clinton poi, secondo alcuni reports ottenuti tramite il FOIA, Freedom of Information Act, nel suo periodo come Segretario di Stato, avrebbe sostenuto ed armato brigate della Fratellanza Musulmana e qaediste in funzione anti-Daesh sia in Libia che nell’arco di crisi che va dalla costa siriana all’Iraq.

La riunione del 2 Febbraio alla Farnesina, che ufficialmente viene denominata “Riunione Ministeriale della Coalizione Globale anti-Daesh/Isis in formato small group” è quindi, nell’ambito ristretto della guerra al Califfato, non una “coalition of the willing” ma semmai una coalizione di coloro che non vogliono agire; o che lo fanno con un ritardo colossale che mette, già oggi, ogni azione di contrasto al Daesh in Libia e in Siria in gravissimo pericolo.

In effetti, mancano alla riunione quelli che davvero hanno operato delle decisioni nell’area minacciata da Al Baghdadi: i russi, che hanno finora lanciato decine migliaia di operazioni aeree contro il califfato, riducendone pesantemente le dimensioni territoriali.

Oppure gli stessi siriani del regime baathista di Assad, con l’Esercito Arabo Siriano, rafforzato dall’apporto russo; oppure ancora i cinesi che, pur rifiutandosi di partecipare ad ogni tipo di coalizione, sostengono, con armi, mezzi e intelligence, lo sforzo russo che ha, finora, evitato il punto strategico di Al Baghdadi: arrivare alla costa del Mediterraneo e minacciare direttamente l’Alleanza Atlantica e i paesi arabi “moderati”.

La operazione Inherent Resolve diretta dagli USA ha poi finora compiuto oltre 20.300 azioni contro obiettivi Isis.

E perché, allora, il Daesh/Isis è ancora una minaccia terribile? Ovvio, perché il suo territorio è limitato al minimo indispensabile per gestire le operazioni e poi perché il califfo Al Baghdadi è stato straordinariamente bravo a gestire rapporti complessi e differenziati tra i suoi sostenitori islamici.

Ha giocato il nemico con l’amico e i suoi nemici tra di loro.

“Allah si burla di loro, lascia che sprofondino nella ribellione, accecati” (Sura Al Baqara, La Giovenca, v. 15)

Ma lo stato islamico del Califfo Al Baghdadi, ha perso già circa il 14% del suo territorio iniziale, grazie soprattutto alle azioni russo-siriane e iraniano-iraqene, ma comanda ancora città essenziali per i passaggi di uomini, mezzi e risorse in tutta l’area: Mossul, Sinjar, Qaim, una buona parte di Falluja, le periferie di Ramadi e alle raffinerie di Baiji.

La Turchia ha fatto solamente la sua guerra regionale, soprattutto contro i curdi del PKK, talvolta copertamente sostenendo il Califfato in funzione, appunto, anticurda, e ha poi gestito alcuni gruppi islamisti in funzione antirussa.

Ognuno, in quel quadrante, si è ritagliato la guerra che più gli aggradava.

L’obiettivo dei dirigenti di Ankara è infatti quello di annettersi di fatto l’area sunnita della Siria che riguarda il 74% della popolazione e partire, da lì, verso una riunificazione egemonica dell’Asia Centrale, utilizzando le tante minoranza turcomanne, fino ad arrivare ai confini della Cina.

Un ritorno all’indietro della civilizzazione turca: da tribù che scende dall’Asia Nord-orientale verso il Mare e l’area del vecchio Vello d’Oro degli Argonauti, le ricchissime messi ucraine asiatiche occidentali, a civilizzazione che ritorna dal Mediterraneo verso la sua radice asiatica.

Ne ebbe l’intuizione, molti anni fa, Carl Schmitt, che pensava ad una ricostituzione dei grandi imperi terrestri contro le “talassocrazie” nordamericane e britanniche.

L’obbiettivo dell’Arabia Saudita è invece di distruggere un regime, come quello baathista e alawita, legato all’Iran; e quindi Riyadh vuole regionalizzare e isolare dal Mediterraneo Teheran, priva di un cuscinetto necessario come la Siria; utile per controllare e gestire tutti i traffici petroliferi e non che vanno dall’Iran verso il Mare Nostrum e l’UE.

E pensare che fu la sapienza di Louis Massignon, insigne arabista e uomo del Deuxiéme Bureau, a favorire gli alawiti (detti anticamente anche nusayri, gnostici islamici influenzati dal primo Cristianesimo) e a sostenere i quasi-sciiti alawiti nella gestione del potere in Siria, evidentemente per evitare lo strapotere sunnita.

E se l’Iran e i suoi alleati seguaci, a vario titolo, del “partito di Alì”, la shi’a, l’Arabia Saudita viene chiusa a nord da uno Yemen ormai gestito dagli Houthi, anch’essi sciiti; mentre nelle province orientali del Regno wahabita e nel Bahrein scoccherà la rivolta sciita degli operai dei più grandi campi petroliferi e gazieri dell’Arabia Saudita, con l’Iran che, dall’altra parte del Golfo Persico, gestirà la rivolta e, quindi, diverrà padrone assoluto dello Shatt el Arab.

Gestire il passaggio marittimo, militare e economico, del braccio di mare dove passa oltre il 70% del commercio mondiale su acqua è, per la Repubblica Islamica dell’Iran, un obiettivo vitale. Il coronamento di una egemonia non più regionale e nemmeno direttamente religiosa.

Peraltro Washington ha accettato, insieme al P5+1, il Piano di Denuclearizzazione militare dell’Iran, alleato centrale di Mosca nell’area mediorientale.

Ma questo dovrebbe far pensare agli americani, indipendentemente alla reale sostanza del trattato JCPOA raggiunto dal P5+1 con Teheran, che l’equazione strategica dell’area va cambiata.

Ovvero, una utilizzazione dell’Iran in funzione antijihadista e di riequilibrio strategico rispetto ai sauditi, in cambio di un “nuovo corso” con Israele e la creazione di un corridoio di alleanze tra gli sciiti iraniani, la Russia, la Cina e le altre nazioni della Shangai Cooperation Organization.

Invece di legarsi mani e piedi alla “lobby saudita”, gli USA potrebbero iniziare a giocare su più tavoli, garantendosi una maggiore autonomia strategica e una più decisa pressione sull’area del Grande medio Oriente.

Una grande azione di contenimento, quindi, che allenterebbe le tensioni interne a quel quadrante strategico e mette in campo, oltre alla SCO, una nuova possibile alleanza a braccio lungo legata alla UE e agli USA.

L’unico modo, questo, per gestire al meglio la prossima via della seta terrestre e marittima progettata da Xi Jinping.

Ma le nostre classi politiche sono ancora prigioniere di quello che i libertini del Seicento chiamavano “il vecchio pensiero”; e oscillano tra una strategia globale di generici accordi economici e il ritorno della vecchia guerra fredda, mentre il jihad globale bussa alle nostre porte, anzi è già ferocemente entrato tra noi.

C’è quindi qualcuno che può davvero pensare di utilizzare gli islamisti “moderati” nella nuova cold war? E per quale fine, vista l’espansione della Cina e la sua dominance economica?

A parte la Federazione Russa e i Paesi sunniti, oltre all’Iran che attivamente sostiene anche con forze di terra il regime di Assad e gli stessi russi, nessuno del ventiquattro membri riuniti alla Farnesina ha le idee chiare su cosa fare davvero contro il Daesh/Isis sia in Siria che in Libia.

Gli USA vogliono, ovviamente, evitare la mainmise russa sul quadrante sirio-iraqeno, ma da questo deriva logicamente che devono, in qualche modo, sostenere alcuni gruppi islamisti che dicono di lottare contro il Califfato. Tertium non datur.

E’ bene ricordare qui che furono proprio degli addestratori nordamericani a mettere in piedi, con elementi islamisti “moderati” legati in qualche modo alla Fratellanza Musulmana, il vero “Koninform” del jihad, una Brigata 30 che, in una prima fase, dopo il suo passaggio dalla Giordania, si rifiutò di lottare contro la frazione di Al Qaeda in Siria, poi alcuni della Brigata defezionarono addirittura verso l’Isis, partendo dalla Turchia. Si parte per suonare e si finisce suonati.

Gli USA, in sostanza, non vogliono un’area sirio-iraqena dove sia la Russia a “dare le carte”, nella prospettiva di un nuovo scontro bilaterale tra Washington e Mosca. Ma, a parte le antiche necessità del “complesso militare-industriale”, che anche Eisenhower temeva, qual’è la logica strategica di una nuova struttura bipolare del mondo, con Pechino che si avvia ad essere la prima economia globale?

Le Forze USA in Europa stanno infatti aumentando di numero (diverse migliaia in più) e efficienza, per “indurire” la resistenza dei Paesi dell’Est europeo contro l’influenza russa.

Una pericolosa bipartizione della sicurezza europea, che o è unitaria o non è.

Ma qui l’equazione strategica diviene banale: o si contrasta globalmente Mosca; e allora si lascia aperta la ferita del Califfato in Siria e in Iraq, oppure si ridefinisce un nuovo tipo di rapporto tra Federazione Russa e NATO, in modo da avere un progetto politico e le risorse umane e materiali sufficienti per debellare il jihad da Siria e Libia.

Anche qui, tertium non datur.

Ed è bene ricordarsi che l’ampiezza degli attacchi terroristici sicuramente aumenterà, insieme alla loro apparente casualità e alla loro distribuzione in tutto il globo.

Si tratta di una guerra per l’egemonia infraislamica tra jihad e aree coraniche “apostate”, ma il punto di arrivo è la dominazione anche sui paesi occidentali, sulle loro popolazioni immigrate, sugli “infedeli”.

E’ questa la vera posta in gioco, non dimentichiamolo.

Nel caso della Libia, abbiamo a che fare anche qui con una quasi totale mancanza di visione strategica e geopolitica.

Intanto, le varie fazioni libiche non hanno nessun interesse a riunirsi per poi accettare l’aiuto militare di Italia, Gran Bretagna, Olanda, USA e Francia.

Anzi, è probabile che ormai il territorio tripartito della Libia postgheddafiana rimanga quello che è oggi: il Fezzan, la Cirenaica, la Tripolitania e le zone dei Toubu e dei Tuaregh, con le ulteriori differenziazioni interne.

E’ vero che qualcuno, tra gli europei, dice che si potrebbe intervenire anche senza la richiesta ufficiale di un governo libico unitario ma, ovviamente, l’alleanza nostra con una sola delle forze libiche in campo vorrebbe automaticamente dire che le altre sono in guerra contro di noi.

Come è noto, il parlamento di Tobruk, l’unico riconosciuto internazionalmente, non ha accettato la lista dei ministri proposta da Al Serraj, il candidato premier del governo di “unità nazionale”.

La scusa ufficiale riguarda l’eccessiva lunghezza della lista dei ministri, ben trentadue, ma la sostanza del contrasto politico è ben altra.

Si tratta della dura opposizione del generale Khalifa Haftar, capo della Operazione Dignità e inoltre capo supremo dell’esercito dello stesso parlamento di Tobruk.

Il jihad “della spada” del Califfo Al Baghdadi, intanto, sta organizzandosi sulla costa, punta alle infrastrutture petrolifere e, quindi, a mordere alla giugulare il sistema europeo.

Il tramite è il petrolio e, soprattutto, il punto strategico del jihad è qui la gestione degli ormai oltre dieci milioni di migranti che, svuotatasi la Mesopotamia, arriveranno, con i tempi decisi da loro, i jihadisti, in Europa.

E che la Turchia si farà pagare a caro prezzo gestendo i suoi tre milioni di rifugiati come arma di strategia indiretta contro la UE, in Medio Oriente e in Libia.

Una bomba demografica destinata a distruggere il welfare state della UE in una prima fase, e poi a destabilizzare le nostre democrazie.

Certo, dietro alla superficiale idea di una azione “chirurgica” in Libia, c’è soprattutto la voglia dei governanti della UE di diminuire la tensione delle loro opinioni pubbliche, ancora preoccupate dagli attentati a Parigi e da tante altre azioni di tipo paraterroristico, si pensi qui alle 635 donne di Colonia che hanno denunciato alla loro polizia i tentativi di stupro e le altre offese, subite da oltre un migliaio di arabo-maghrebini.

Ma le “sensazioni” e la psicologia non fanno una strategia.

E i jihadisti presenti in Libia sono già tra i 2800 e i 3500, tra i quali 1600 nell’area di Sirte, nella “mezzaluna petrolifera” della Libia.

Gli uomini del Daesh/Isis non sono quindi moltissimi ma del tutto sufficienti ad innescare una maglia di potere simile a quella sirio-iraqena: la gestione di alcune città e dei punti di contatto tra di esse, senza espandersi su un territorio desertico che è inutile tenere.

Il califfo Al Baghdadi è la riedizione islamista e jihadista di Lawrence d’Arabia: il tenente britannico non si interessava al territorio, il deserto per lui era militarmente da intendersi come il mare, si controllano solo le linee e non l’intero e immenso specchio d’acqua.

La definirei come una guerra di interdizione, quella dell’Isis/Daesh, e quindi si tratta non di “mangiare” il territorio, ma di elaborare una strategia e una tattica uguali e contrarie.

Noi dobbiamo organizzare la tenuta e la protezione delle città che l’Isis ha necessità di conquistare, la gestione durissima delle linee di collegamento; e infine far annegare l’avversario nel vuoto che si stende tra i nostri punti nevralgici e le loro linee.

Siccome, poi, la strategia dell’Isis/Daesh è asimmetrica e “ibrida”, anche noi dovremmo fare altrettanto.

Si può e si deve usare contro il Daesh/Isis quello che impropriamente viene chiamato “terrorismo” (che è in effetti il jihad) per destabilizzare, impaurire i suoi militanti e soprattutto le sue coperture tra i civili, infine restringere l’area di azione dei terroristi.

Le guerre en dentelles, oppure il vecchio grido dei capitani francesi, durante la guerra dei Trent’Anni, messieurs les Anglais, tirez le premier non sono più possibili.

Non oso nemmeno immaginare cosa, invece, sarà scritto sulle ROE, le Regole di Ingaggio di una eventuale azione euroamericana sul territorio libico.

Mi vengono in mente le ROE italiane nella prima fase del nostro impegno in Afghanistan, che sembravano scritte da Monsignor della Casa, l’autore del Galateo.

Nella guerra moderna, lo hanno sperimentato i russi durante le loro azioni in Ucraina, non si possono fare troppe differenze tra civili e militari, tra militari in divisa e guerriglieri, tra azioni di guerra psicologica e operazioni di guerra vera e propria.

E poi, cosa dovrebbero fare i soldati occidentali in Libia?

Limitare o eliminare lo strapotere dell’Isis, che può contare su alleanze di fatto che rimarrebbero in piedi, come quella con “Alba Libica”, anch’essa nemica delle forze di Haftar?

Fare la solita azione onusiana di “costruzione dello Stato”, anche se molti in loco non vogliono uno Stato ma solo il loro sistema politico, e chi parteciperebbe a questo state building?

Le forze che ora si combattono sanguinosamente oppure i soliti “jihadisti moderati” reintrodotti per l’occasione?

Dovrebbero organizzare, i nostri militari, forse, la protezione delle città dall’Isis (che è un problema anche politico, oltre che militare) oppure la protezione delle infrastrutture petrolifere, senza pensare alla rete dei trafficanti di uomini?

Insomma, c’è un dato che è ormai chiaro: l’Occidente non sa più fare la guerra, quindi non saprà mai fare davvero la pace.

E qui siamo in guerra, in un terreno e con azioni definite dal nostro nemico, un avversario che abbiamo lasciato sostanzialmente in pace per tre anni.

L’asimmetria strategica gioca quindi tutta a nostro sfavore.

E non escludo nemmeno che una parte dei governi che vogliono intervenire non abbia già pensato a trattare con una parte delle forze islamiste libiche, per evitare il peggio e per ridurre al minimo la presenza dei nostri militari sul vecchio “scatolone di sabbia”.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France