di Giancarlo Elia Valori. L’Arabia Saudita ha condannato a morte, il 3 Gennaio u.s., tra gli altri, Nimr al Nimr, 56 anni, l’Imam sciita nel proprio territorio, e il capo di Al Qaeda Faris Al Zahrani.

La condanna di Nimr al Nimr era stata confermata dalla Corte Suprema lo scorso ottobre; e riguardava i reati di “sedizione”, “disobbedienza” e lo specifico reato del “portare armi”.

Nimr, capo spirituale dei due milioni di sciiti presenti nella provincia saudita di Oriente, ricchissima di petrolio, aveva chiesto nel 2011 la secessione della sua provincia dal Regno wahabita degli Al Saud e la sua fusione con il Bahrein, quando, in quel momento, l’Emirato era percorso dalle rivolte della maggioranza sciita contro la famiglia sunnita degli Al Khalifa, che lo governa con una piccola minoranza di funzionari legati a Riyadh.

Gran parte dei 47 condannati erano membri del gruppo principale di Al Qaeda operante nel Regno e sono stati ritenuti responsabili delle azioni terroristiche nella Arabia Saudita dal 2003 al 2006.

Tra gli altri, sono stati uccisi dal boia saudita un cittadino egiziano ed uno del Ciad.

Il fratello di Nimr Al Nimr ha richiamato gli sciiti del Regno alla calma, nelle province dell’Est e nelle altre nazioni sciite dell’area.

Nimr aveva studiato, prima di essere ucciso dalla spada del boia, a Qom ed era il leader dei molti militanti sciiti della città di Qatif, ma non ha mai condannato la casa reale saudita.

L’ Imam del “partito di Alì” era stato arrestato nel 2012 e il suo processo era stato condannato come irregolare da molte ONG e da gran parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Tutti si aspettavano che il Re Salman, salito al potere dopo la morte del fratellastro Abdullah nel gennaio del 2015, desiderasse mostrare clemenza, ma così non è stato. Alla morte di Nimr è stata decretata, dai sauditi, la fine del “cessate il fuoco” il vigore dal 15 dicembre u.s. nello Yemen.

Il che era, evidentemente, un obiettivo strategico: deprivare il morale dei guerriglieri Houthy sciiti nello scontro con lo Yemen filosaudita, che è ormai il “Vietnam di Riyadh” e permetterà, se gli sciiti vincono, di controllare l’area strategica e economica primaria del Regno.

Il tutto diviene chiaro se esaminiamo la equazione strategica del Regno wahabita.

In primo luogo, Riyadh costringe gli USA, con questa condanna a morte dell’Imam sciita, a scegliere tra una prosecuzione dell’accordo del P5+1 con l’Iran e il nesso, strategico come finanziario, con il Regno Saudita.

Il dato strategico è noto, dato che l’alleanza USA-Sauditi è l’asse della presenza americana nel Medio Oriente, insieme all’accordo tra Washington e Israele.

Il legame finanziario opera fin dall’accordo, successivo alla guerra dello Yom Kippur, tra le banche USA e Riyadh per il riciclaggio riservato dei petrodollari.

Quando essi diminuiscono di quantità, come oggi accade con la caduta dei prezzi del barile di petrolio, l’accordo Sauditi-USA perde d’importanza, mentre, appunto, Washington sembra creare un sistema di equilibrio tra l’Iran sciita e il mondo sunnita legato a Riyadh.

I Sauditi stanno depotenziando l’OPEC, per l’ottimo motivo che, ormai, l’Agenzia viennese tiene insieme gli interessi petroliferi di due nemici mortali, l’area sciita e quella sunnita. Non è improbabile che Riyadh rinverdisca tra poco l’alleanza sunnita, interna all’OPEC, denominata OAPEC, l’organizzazione, con sede in Kuwait, che è stata fondata nel 1968 da Arabia Saudita, Kuwait e, guarda caso, Libia, per evitare gli embargo politici dopo la guerra “sei giorni”.

Ecco una buona ipotesi per chiarire le future evoluzioni del governo, ancora di fatto “doppio”, operante in Libia oggi.

Un’altra equazione strategica è legata alla diversa conformazione dello scontro sciiti-sunniti nel Grande Medio Oriente: le minoranze, rilevanti, del “partito di Ali” sono presenti ovunque, ma sono al potere solo in Iran, mentre in Turchia sono il 20% (e tra poco vedremo la lotta anti-sciita operante ad Ankara) in Iran gli sciiti sono l’87%, con il Libano dove il Partito di Alì è al 47% (e i sunniti al 24%) e la Siria dove gli sciiti veri e propri sono al 15%, a parte gli alawiti arrivati al potere con gli Assad che l’Imam Mussa Sadr, fondatore del partito “Amal” in Libano, dichiarò “sciiti veri e propri”, per poi sparire, in Tripoli di Libia, il 31 Agosto 1978.

Tutto si tiene, nel Grande Medio Oriente.

In Egitto gli sciiti censiti sono il 3%, nello Yemen il 44%, nel Bahrein il 73%, in Kuwait il 21%, nel Qatar il 18%, e nell’Oman, l’emirato meno incline agli ordini di Riyadh, gli sciiti sono il 5%.

In totale, a parte la regola della taqiyya, la negazione ufficiale della propria fede nell’Imam Alì, che è permessa dalle regole religiose sciite, gli sciiti sono 121 milioni, mentre i sunniti sono 191 milioni.

L’Iran, peraltro, opererà con ogni probabilità per l’autonomia del movimento Amazigh, i Berberi, in Libia, che si muovono nella regione di Bengazi contro gli islamisti, e gli Hezbollah libanesi, che già operano a favore delle forze di Assad in Siria.

L’Iran, dopo la cessazione delle sanzioni, la “vendita” delle sue ambigue politiche di riduzione del nucleare all’ingenuo Occidente, ha la possibilità e la lucidità politica di mettere in azione, se non ora tra poco, le rilevanti minoranze sciite in tutte le nazioni a gestione sunnita.

E’, anche per Teheran, un obiettivo di egemonia sul greggio che funziona proprio quando il prezzo del barile scende e le scelte geopolitiche diventano, per alcuni, questioni di vita o di morte.

Una lotta per l’egemonia possibile, che riguarda, e qui arriva la seconda coordinata strategica, la “presa” dei pozzi petroliferi dell’una parte o dell’altra, in una guerra che, per ora, è di attrito (gli Houthy in Yemen) e che poi, se la pacificazione in Siria sarà a favore degli Assad e della Russia, diverrà esplicita e “tradizionale”.

La Russia ha due interessi: il mantenimento della sua presenza nel Mediterraneo e la conquista di un potere di interdizione globale nell’area che gli USA stanno abbandonando, tutti presi dalla passione per il loro shale-oil. Restringere la NATO a sud, verso la sua giugulare nel Medio Oriente, e escludere l’Alleanza Atlantica dal corridoio terrestre che va dalla Ucraina alla Georgia fino alla Polonia. Mosca mira alle linee di terra e di mare che chiudono il Mediterraneo e lo sottomettono al comando della Federazione Russa.

La Federazione Russa vuole tutto il Mediterraneo, ed infatti la NATO, con qualche ottusità, sostiene la Turchia anche dopo l’abbattimento del Sukhoi 24 russo, che era in effetti un modo per richiamare tutta l’Alleanza Atlantica alla guerra contro Mosca.

Obiettivo raggiunto solo in parte, visto che SHAPE, pur con tutte le ingenuità possibili, non ha seguito Ankara in tutte le sue opzioni contro Mosca a favore dei suoi guerriglieri “Turcomanni”, che sono un progetto di egemonia sull’area quando i sunniti, maggioranza in Siria, saranno liberi dalla famiglia Assad e, quindi, quando la linea di egemonia di Ankara potrà legare a sé tutte le popolazioni di etnia turca fino allo Xing Kiang.

Ma lì si troverà la Cina davanti, che non permetterà la presenza di un Paese NATO sui propri confini, che è appunto il motivo per cui gli USA sostengono Ankara.

Israele è ancora il big winner strategico nell’area: ha visto diminuire fortemente la pressione siriana sulle Alture del Golan, vede la crisi nel mondo islamico, gli Hezbollah libanesi sono ormai quasi tutti in Siria, alcuni contatti segretissimi con l’Arabia Saudita sono già all’opera, in funzione antiraniana, che lancerà la sua prima bomba nucleare contro quella che Teheran chiama “l’entità sionista”.

Tutti i players locali si stanno indebolendo, ma immagino che Gerusalemme si stia armando contro chiunque dei due che vincerà, ma oggi la guerra si preannuncia lunga e complessa.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France