di Giancarlo Elia Valori. “Vi son tre governi….” il vecchio incipit dell’illuminista Montesquieu, nel Maghreb, si riduce ad uno o al massimo due autorità politiche.

Se vogliamo che l’accordo siglato poco fa a Roma tra le due fazioni libiche funzioni, a parte la difficoltà di avere, tra quaranta giorni, l’assenso di tutti i partecipanti, dobbiamo pensare ai soldi, ovvero alla immensa quantità di denaro libico che le due frazioni governative dovrebbero spartirsi.

Hassan Bouhadi è il presidente della LIA, Libyan Investment Authority, nominato dal governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk.

Quello sostenuto, guarda caso, da Turchia e Qatar, gli stessi stati che operano a favore del Daesh/Isis tra Siria e Iraq.

Il progetto sunnita per la Mesopotamia è incompatibile con la linea attuale della NATO, mentre l’Iran sta gestendo in modo ambiguo, come dimostrano i recentissimi risultati delle ispezioni IAEA, il suo accordo sul nucleare P5+1.

Occorrerà che l’Alleanza Atlantica ripensi tutta la sua presenza in Medio Oriente e la colleghi al “braccio lungo” che occorre possedere per controllare i mari regionali asiatici e le linee terrestri della nuova “Via della Seta” programmata da Xi Jinping.

E’ poi questa la direzione politica della LIA che ha iniziato le pratiche legali, a Londra, in relazione la frazione della Libyan Investment Authority legata al governo concorrente di Tripoli.

Bouhadi, come spesso capitava ai migliori giovani libici, ha studiato ottimamente all’University College di Londra ed è stato un dirigente prima dello Stabilization Team per il National Transitional Council, il governo provvisorio che preparò le prime elezioni postgheddafiane del 7 luglio 2012, prima Bouhadi aveva lavorato per la Bechtel nordamericana, la BASF e la General Electric.

Deve aspettare Gennaio 2016, prima che la Corte britannica si pronunci, ma la trattativa politica tra le due fazioni potrebbe essere più rapida, dopo la Conferenza di Roma del 13 Dicembre 2015.

L’altro direttore della LIA, per il governo opposto, è Abdlulmagid Breish, che opera dalla sua sede di Malta.

Bene: le riserve della Banca Centrale Libica erano, prima della “rivoluzione”, pari a 240 miliardi di Usd, mentre oggi si tratta, secondo la fonte della LIA di Malta, di una “riserva operativa” di meno di 70 miliardi di Usd.

Le operazioni della National Oil Corporation, della Banca Centrale Libica e della LIA si intersecano e creano dei costi inutili di duplicazione e gestione. La Conferenza di Roma, con somma improntitudine, parla di “nuovi dirigenti alla Banca Centrale Libica” ma non alla LIA, e qui saranno dolori.

Sono costi che vanno, ridotti a rendite, a sostenere alcune forze armate locali.

La LIA ha due azioni legali in corso, una con Goldman Sachs, per 3,3 miliardi di Usd, e l’altra contro Societé Générale, che, secondo i libici prerivoluzionari, per una somma totale di 3,3 miliardi che vale sia per Goldman Sachs che per l’altra banca internazionale.

I manager libici pensano che Goldman Sachs abbia guadagnato un profitto illecito di ben 350 milioni sui fondi LIA gestiti, ma per alcuni analisti la casa finanziaria potrebbe essere responsabile di soli 128 milioni di perdite per gli investitori gheddafiani e post-gheddafiani.

I due istituti finanziari sono sostanzialmente accusati dai manager libici di aver perso alcuni miliardi di usd, per errate valutazioni, provenienti da fondi statali del paese gheddafiano. Molti, in effetti, lo vedremo, hanno “consigliato” pessimi investimenti al Colonnello, e tra questi figura Tony Blair, mediatore per conto di JP Morgan con Gheddafi.

Viene in mente il vecchio detto autoironico dei banchieri svizzeri: “vuoi un piccolo capitale da gestire?

Dai a un banchiere svizzero un grosso capitale”.

Peraltro, è stata proprio la decisione di distribuire denaro a tutti quei libici che erano o credevano di essere stati danneggiati dal regime ghaddafiano o dalla guerra civile per distruggerlo ad armare le innumerevoli milizie.

Le quali, tra l’altro, fanno la guerra o la minacciano a seconda che il governo, i governi, siano o meno sensibili alle loro richieste economiche.

Sarebbe bastata in questo caso la lettura del testo di Niccolò Machiavelli Dell’Arte della Guerra, ma ormai nessuno legge più i classici e se ne vedono i risultati.

Oggi, l’economia libica è al tracollo e c’è il rischio concreto della bancarotta statale, e questo vale per entrambi i governi, che sono quindi alla ricerca di un accordo che permetta loro di arraffare i residui tesori della LIA e delle altre strutture finanziarie del vecchio regime gheddafiano.

Le riserve della banca di emissione sono passate dai 240 miliardi di Usd immediatamente prima della “rivoluzione” a soli 70, secondo le analisi della LIA con sede a Malta.

I due governi, poi, duplicano le loro azioni nei confronti della Banca Nazionale e della stessa Libyan Investment Authority, emanando spesso direttive divergenti e per le quali non sono disponibili fondi che, peraltro, non possono più provenire dal petrolio: le imprese del settore britanniche e francesi ormai hanno deciso di non investire più nei loro terminali e pozzi in Libia.

La LIA maltese ha incaricato lo studio di avvocati londinesi Stephenson, Harwood and Enyo, mentre Bouhadi, il capo della Autorità finanziaria in Libia ha incaricato lo studio, sempre di Londra, Keystone Law Firm.

Deloitte, nel 2014, ha certificato che i fondi attivi della Libyan Investment Authority erano pari a 67 miliardi di Usd, con le proprietà all’estero intatte,

Il portafoglio della LIA è comunque strutturato in due parti: partecipazioni e azioni in bel 550 aziende, sparse tra Africa, Medio Oriente, Europa, che detengono tutta o parte della proprietà di alberghi, beni immobiliari, materie prime non-oil, agricoltura e, naturalmente, la distribuzione di gas naturale e petrolio da autotrazione.

L’altro 50% degli assets attivi della Libyan Investment Authority è puramente finanziaria: titoli a reddito fisso, quote di hedge funds, e tutte le altre tipologie di investimenti finanziari.

La LIA possiede parte di Oilinvest, una società con altri soci libici, registrata in Olanda, proprietaria di due raffinerie, una in Svizzera (a Collombey) e l’altra in Germania,a Holborn.

Oilinvest ha un deposito a Cremona, capace anche di raccogliere 90.000 barili/giorno, oltre 3000 stazioni di servizio con marchio Tamoil, proprietà immobiliari collegate alla distribuzione del petroli, investimenti diretti, per circa il 34% del suo valore, della stessa Tamoil, che ha un turnover di 19 miliardi di Franchi svizzeri, ovvero circa 20 miliardi di Usd.

Sul piano della nostra sicurezza nazionale, è bene anche ricordare che oltre il 20% degli idrocarburi arriva da Genova via la pipeline via la valle del Reno e il Cantone Vallese.

Il progetto di Breish, il responsabile della “frazione” maltese della LIA, è quello di dividere gli attivi in tre fondi: il Future Generation Fund, alimentato dalle vendite di molte tra le 550 aziende della attuale LIA, aziende da liquidizzare in due-tre anni, poi un Budget Stabilization Fund, che si alimenta con il 20-30% delle vendite di petrolio libico, un terzo Fondo che investirà, sempre alimentato dalle rendite petrolifere, nelle imprese locali libiche e soprattutto nell’immobiliare e nella ricostruzione dopo la guerra civile postgheddafiana.

Magari, sarebbe bene che le autorità centrale, ormai riunita dopo l’Accordo di Roma, evitasse di permettere il contrabbando di petroli, peraltro fortemente sussidiati dai governi, che è la principale fonte di finanziamento di Alba Libica.

Occorrerà, poi, vedere come risolvere la questione delle proprietà libiche in Italia, dalle quote ENI fino ai terreni di Pantelleria, che non sono affatto secondari alla efficacia della riunione dei due governi, che potrebbe durare meno di quanto sperato se non ci fosse la possibilità di riunire la LIA e di riavere indietro l’immensa ricchezza libica.

Il governo nuovo avrà legittimità se riuscirà ad utilizzare le proprie immense risorse per risolvere la crisi economica che attanaglia almeno la metà della popolazione libica, che è di 6,3 milioni di abitanti, dare una casa agli oltre 100.000 sfollati, sostenere l’assistenza umanitaria per 2,44 milioni di libici tra i quali 1,35 milioni sono donne e bambini.

Il tempo rimasto è minimo: la Banca Centrale sta vendendo le sue riserve e le spese previste per il welfare sono state dimezzate.

E’ qui che si parrà la nobilitate del nuovo governo “unitario”, ed è qui che si vedrà se la straordinaria rete finanziaria libica all’estero sarà sufficientemente abile da rifornire di liquidità, subito, il nuovo governo nato dagli Accordi di Roma.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France