di Giancarlo Elia Valori. Alcuni analisti prospettano, dopo l’abbattimento del Su-24 russo da parte della squadra di F-16 turchi, uno scenario futuro di guerra guerreggiata.

Niente si può escludere, ma l’ipotesi di una terza guerra mondiale visibile e aspramente combattuta, in armi, per la Mesopotamia, l’area nella quale, peraltro, è nata l’identità euroasiatica, non è del tutto razionale.

Certo, l’aereo russo Su-24M è stato abbattuto alle 10.24′ ora di Mosca, non vi sono testimonianze delle comunicazioni di rito tra due Paesi che non sono in guerra tra loro, come sempre accade in questi casi, e peraltro le regole NATO sono stringenti su questi temi, mentre Mosca dichiara che il suo aereo è stato abbattuto a quattro chilometri dal confine turco.

Peraltro, c’è da chiarire la fine dell’elicottero russo Mi-8AMTSh che, corso a raccogliere i piloti del Su-24 è stato attaccato, e immaginiamo non solo dai “Turcomanni” che operano ai bordi della regione di Latakia, con filane distruzione dell’elicottero con missili anticarro TOW di fabbricazione USA, probabilmente finiti lì con qualche trangolazione tra il Golfo, Cipro e Turchia.

La Federazione Russa ha già posto diversi missili S-400 per la difesa aerea ad al-Humaymin, in territorio siriano, e saranno questi, con ogni probabilità, i primi asset militari contro un attacco turco, a meno che Ankara non raccolga una “crociata dei bambini” di Paesi UE ancora vogliosi, dopo l’immane strage di Parigi, di “portare la democrazia” in Siria.

Il problema non è il punto di caduta del Fencer, come chiamano il Sukhoi 24 alla NATO, ma la logica politica che sottostà al fatto.

Ora, mentre scriviamo, le agenzie giornalistiche moscovite dimostrano, con i loro documenti, che il bombardiere a bassa quota russo è caduto dentro i confini siriani ma, ripeto, la questione è un’altra: Ankara, il maggiore paese islamico dell’Eurasia e la seconda potenza militare NATO dopo gli USA, vuole far cadere l’Alleanza Atlantica dentro il marasma sirio-iraqeno, con gli esiti che è facile immaginare.

Gli USA hanno, finora, sostenuto la Turchia, che dovrebbe essere, peraltro, il futuro pivot geopolitico NATO, contro la Russia.

Washington guarda alla Cina e, nel frattempo, circonda la Federazione Russa di sistemi d’arma elettronici evoluti.

Gli USA, anche se magari non lo sanno fino in fondo, vogliono separare la penisola eurasiatica dal sistema centrale russo-sinico, una riedizione del sistema atlantico, ma senza una presenza militare nordamericana in loco.

E nemmeno senza quelle garanzie che hanno permesso alla guerra fredda di entrare a pieno titolo nei “trenta gloriosi”, come l’economista Jean Fourastié chiamò gli anni dal 1943 al 15 agosto 1971, quando finì il sistema di Bretton Woods, basato sulle parità fisse tra dollaro Usa e monete di Europa, Canada, USA, Giappone.

Cosa rimane all’”Europa Invertebrata”, oggi, in un contesto in cui gli USA se ne vanno, ed anzi apparecchiano un TTIP, un Trattato Commerciale, complesso e ancora segreto, il Medio Oriente sta bruciando e il Maghreb diviene, dopo il disastro libico, la pistola puntata all’Italia e al’Europa continentale, che però non se ne accorge?

Nulla, ma è un nulla privo di razionalità strategica.

Si potrebbe però pensare ad una comunità di intenti tra UE, Federazione Russa, Cina, alcuni Paesi dell’Asia Centrale,

Niente è mai certo oggi nella guerra delle informazioni belliche tra Turchia e Russia, ma alcune conseguenze sono facilmente deducibili dal contesto delle azioni sui cieli di Latakia: 1) la Turchia vuole internazionalizzare il conflitto sirio-iracheno, magari inserendo in esso lo Stato Ebraico.

Il quale, peraltro, non avrebbe posto dove stare. Non può certo allinearsi con la coalizione iraniano-russo-siriana, la silloge, a parte Mosca, dei suoi più feroci e tradizionali nemici.

Non può nemmeno, e siamo al punto 2) lo Stato di Israele, inserirsi nella Coalizione di “ribelli” che va da Jabat al Nusra, la filiale qaedista in Siria, alla “Brigata 30” addestrata dagli USA e poi immediatamente inseritasi tra le forze del Califfato, o ancora insieme agli USA che ogni tanto si scontrano con il jihad della spada e talvolta lo aiutano contro, ci risiamo Bashar El Assad.

Senza un progetto, senza una idea strategica, senza veri alleati, senza, peraltro, garanzie per lo Stato Ebraico. L’unico centro mediorientale di cui ci possiamo fidare.

Tutti fanno la loro guerra sullo stesso terreno, senza un obiettivo geopolitico serio: gli Usa vogliono la caduta del “tiranno” Assad, evidentemente la caduta del “tiranno” Saddam Husseyn non ha loro insegnato nulla, per non parlare della lotta contro l’altro “tiranno” Muammar Al Minyar El Gheddafi, finita come sappiamo. I tiranni, in Medio Oriente, non esistono, lo sono tutti.

Sembra che Washington voglia ancora applicare pedissequamente, nel mondo arabo-islamico, la stessa teoria del frazionamento che Zbigniew Brzezinsky aveva utilmente gestito con i Balcani.

Brzezinsky, uno dei più geniali analisti della politica estera degli ultimi decenni, era figlio della sua Polonia e pensava che, sulla base delle idee anticomuniste del generale Pilsudski: distruggere la Russia rivoluzionaria frazionandola per linee etniche.

Oggi, nel mercato-mondo e nella finanza globale, progetti del genere sono destinati a finire rapidamente: i piccoli Paesi sono destinati o ad essere autosufficienti, e allora sopravvivono, oppure ciò non accade, e arriva il convitato di pietra mozartiano che li porta a morte, la criminalità organizzata.

Se quindi non si pensa in modo radicalmente nuovo, non sarà possibile ridisegnare utilmente l’ordine mondiale.

La Federazione Russa, poi, ha chiuso con le sue azioni in Siria lo spazio geopolitico della penisola eurasiatica.

E siamo al punto 3): o da sopra o da sotto, Mosca ha chiuso lo spazio geopolitico europeo.

Sul confine del vecchio Patto di Varsavia, la Russia è sufficientemente bene armata da poter dissuadere una NATO sempre più debole e confusa.

Sul quadrante mediorientale, Mosca, con la sua presenza in Siria, può tranquillamente trattare una gestione pacifica del differend con l’Ucraina e comunque chiudere l’Est all’Europa Unita.

Che sarebbe proprio quello di cui ha bisogno, con la nuova politica cinese di Xi Jinping di “nuova Via della Seta”.

Gli USA ormai chiaramente se ne vanno, lasciando la Mesopotamia allo scontro tra sciiti e sunniti, con una Unione Europea che, sconsideratamente, è già piena di popolazione islamica che è spesso radicalizzabile o piena di “compagni di strada”.

La soluzione potrebbe essere un Patto Eurasiatico con Mosca.

Certo, la Russia Eterna punta alla penisola eurasiatica presentandosi come “Terza Roma”, secondo le fascinose teorie eurasiatiche di Alexander Dugin, ascoltato consigliere di Vladimir Putin, ma occorre ricordare al premier russo che ben due grandi politici (oserei dire strateghi) della nostra Europa peninsulare parlarono, in tempi non sospetti, di unione tra penisola e Hearthland.

Uno fu Papa Giovanni XXIII, di cui poco si ricorda l’esperienza di diplomatico e teorico della politica estera pontificia, in anni terribili e poi durante la guerra fredda.

Papa Roncalli parlava di “Europa dal Mediterraneo agli Urali”, mentre l’altro sommo statista, si poneva il progetto di unire “l’Europa dall’Atlantico agli Urali”.

Non era una minaccia all’unità dell’URSS, lettura quanto mai ingenua.

Era l’idea di un continuum di civiltà che va dalla Prima alla Terza Roma, magari passando per la seconda, Costantinopoli, e che riguarda l’interesse profondo di molti popoli.

La Russia di etnia europea non può non essere parte dell’Europa peninsulare, mentre le grandi steppe dominate anticamente dall’”Orda d’oro” sono ancora da sfruttare e gestire con la sapienza dell’Imperium romano.

Senza questa unione, il mondo islamico ci sommergerà, sia presente o meno washington nel quadrante europeninsulare.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France