di Giancarlo Elia Valori. Dopo il Wang-Koo summit del 1993, tenutosi tra l’Associazione per le Relazioni Attraverso lo Stretto di Taiwan, la società di Pechino che si occupa dei rapporti con Repubblica di Cina;  e la sua controparte del Kuomintang,  la Straits Exchange Foundation, e il successivo incontro tra le due entità a Shangai nel 1998, il 7 novembre scorso  le due entità politiche  si sono incontrate al più alto livello.

 Prima ancora, nel 2008, c’era stato il Primo Summit Chien-Chiang.

 Ma non bisogna mai dimenticare che nel 1996 l’Esercito Popolare di Liberazione cinese lanciò alcuni missili balistici sul territorio della Repubblica di Cina, durante le elezioni per la presidenza e nelle more della Terza Crisi dello Stretto di Formosa.

  Sul piano delle relazioni interstatali, l’incontro a Singapore, sabato 7 novembre,  tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou era stato già preparato dall’incontro, breve ma importante, tra i due leaders nel Marzo 2015 per il funerale del presidente di Singapore Lee Kwan Yeuw.

  Certamente, l’amministrazione della città-Stato ha avuto un ruolo determinante nella gestione delle trattative preliminari all’incontro.

 Ma, comunque, sono sessantasei anni, quelli che ci allontanano dalla fuga del generalissimo Chiang kai-Shek a Formosa, che i due massimi dirigenti delle  “due Cine” non si ritrovano.

 Il vecchio  “consensus” del 1992, il primo risultato dei contatti tra Pechino e Taipei,  è evidentemente superato.

 Il testo del 1992, in accordo con le due entità, riconosceva il principio che “vi è una sola Cina”, che entrambi i partiti-Stato intendevano rappresentare in toto.

 Viene in mente la vecchia battuta di Francesco I contro suo fratello Carlo V: “quello che vuole mio fratello lo voglio anch’io”. Era il ducato di Milano.

 In correlazione con questo principio politico, al quale Pechino non rinuncerà mai, quello della “Cina Unica”,  la RPC propose, e ancora oggi suggerisce, una collaborazione economica e una sorta di mercato comune pancinese che, peraltro, generò scontri di piazza, a Taipei, già nel 2008.

 L’integrazione economica, foriera di quella politica, esclude Taipei sia dall’area giapponese che da un suo ruolo autonomo come ponte naturale tra Asia costiera e Occidente nordamericano.

 Ed è infatti proprio questo che la RPC vuole evitare.

  Ma l’attuale Presidente di Taipei, che fa parte del Partito Democratico Progressista, quello che riconosce la Repubblica Popolare Cinese “come Stato”, era il partner ideale per aggiornare le relazioni tra quelle che, impropriamente, continuiamo a definire “le due Cine”.

  Il quadrante strategico di Pechino è quindi chiaro.

 In primo luogo, la nuova apertura del PCC alla Repubblica di Cina vuole segnalare come la Cina Popolare non abbia in alcun modo intenzioni espansionistiche nell’area del Pacifico centrale e meridionale.

 E’ un segnale necessario: Pechino sta espandendo la sua area di influenza tra le isole Spratly e il Giappone, e la Cina progetta anche la costruzione di isole artificiali (la “Grande Muraglia di Sabbia”) per gestire l’asse strategico marittimo tra le proprie coste e il centro del Pacifico, quindi il punto medio del più grande Oceano Mondiale.

 E’, questa, l’uscita ad Est dalla chiusura strategica che ha sempre  caratterizzato la Cina continentale, e che ad Ovest si risolve invece con la proposta di Xi Jinping “one belt, one road” è essenziale per Pechino.

  Essenziale sia sul piano strategico e militare e sia, soprattutto, per la gestione autonoma dei grandi flussi commerciali, finanziari, demografici che, presto, passeranno dalle coste cinesi orientali a quelle occidentali degli USA.

 Pechino vuole controllare, anche militarmente, tutte le sue rotte commerciali, che possono anche diventare linee di difesa.

 Alleati con uno Stato distante mentre attacchi uno vicino, uno dei 36 Stratagemmi.

 L’area delle Spratly è peraltro contesa dalla Cina, dal Vietnam, dalle Filippine, dalla stessa Repubblica di Cina, dalla Malesia.

 Non è certo da escludere che, nell’incontro di Singapore, si sia parlato anche di questo.

 Nelle Spratly c’è il petrolio, il 10% delle riserve mondiali, vaste aree pescose, ed è il punto di passaggio dell’80% delle risorse energetiche dirette verso la RPC.

 Le Spratly sono per Pechino quello che gli Stretti delle Molucche sono per il commercio globale occidentale.

 E infatti la Cina intende militarizzarle.

 In secondo luogo, la politica  della Repubblica Popolare Cinese vuole, oggi, per penetrare meglio le geoeconomie USA e UE, sostituire l’espansione militare, la minaccia o l’ingerenza con l’interscambio e l’integrazione economica, il che renderebbe Taipei e Pechino sostanzialmente simili, indipendentemente dalla storia e dalle ideologie politiche.

 La Repubblica Popolare Cinese sta utilizzando a proprio vantaggio lo spaesamento e la omologazione che sono il correlato culturale e identitario della universalizzazione degli scambi.

 L’incontro tra Pechino e Taipei è un segnale anche per l’Occidente: la Repubblica Popolare Cinese non vuole, in nessun caso, generare uno scontro militare, un attrito, una tensione in nessuna delle aree che ritiene vitali per la propria espansione economica e geopolitica.

 Se poi la Repubblica di Cina si integra in questo progetto di Pechino, allora il legame strategico tra Taipei e gli USA non può non indebolirsi.

  E quindi la Repubblica Popolare Cinese acquisisce una profondità marittima necessaria proprio mentre il Giappone, che ha recentemente  costruito ex novo un suo Servizio Segreto estero, si rafforza militarmente.

  Viene in mente un’altro dei 36 Stratagemmi dell’arte militare cinese: rumore ad Est, attacco ad Ovest.

   Ma non bisogna nemmeno dimenticare che Pechino ha, con questo incontro, facilitato il lavoro elettorale a  Ma-Ying-jeou, che gioca la sua rimonta elettorale sui nuovi rapporti con la RPC per le prossime elezioni presidenziali del 16 gennaio 2016.

  Ma,  se vincesse la candidata  del PDP, il raggruppamento conservatore, Tsai Ing-wen, oggi  largamente favorita, Pechino si troverebbe con un governo, a Taipei, molto più attento  alla tutela della sua autonomia, pur non rinnegando di certo il rapporto “primario” con la Repubblica Popolare Cinese.

 Sul piano economico, gli accordi di Singapore sono molto interessanti.

  La RPC è, da alcuni anni, il primo mercato per l’export di Taiwan, e nel 2014 l’interscambio tra le due Repubbliche è stato di 174,5 miliardi di Usd.

 La progressiva abolizione delle barriere tariffarie, commerciali e per gli investimenti tra Taipei e Pechino, basata sull’ Economic Cooperation Framework Agreement del 2010 procede a grandi passi.

 Il turismo bilaterale vale 7 milioni di turisti della RPC e a quasi altrettanti, da Formosa,  di recarsi nella Cina comunista.

 In altri termini, se l’avvicinamento tra la Repubblica Popolare Cinese e quella della Cina si mantiene pacifico, Pechino stabilizzerà militarmente il suo Oceano orientale, e non creerà tensioni con gli USA o il Giappone, proprio nel momento in cui  integra nel suo spazio geoeconomico la Cina del Kuomintang e le altre aree di primario interesse.

  Il fine è il controllo dell’Oceano Pacifico e la proiezione di potenza, certo pacifica, della RPC verso le Filippine, il Sud-Est asiatico e la buonafede di Pechino si dimostra soprattutto nei suoi rapporti con la Repubblica di Cina.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France