di Giancarlo Elia Valori. Come diceva Marco Aurelio, “l’universo è cambiamento, la nostra vita è il risultato dei nostri pensieri”.

 Il pensiero vecchio, l’abitudine ad accettare tacitamente ciò che più non funziona, l’inerzia nei nostri giudizi sono i primi pericoli di chi si accinga a fare una analisi serena e attenta di quello che accade intorno a noi.

 Il problema, oggi, è infatti l’Europa, quella che abbiamo sempre pensato come una delle soluzioni dei nostri problemi.

 L’Ungheria di Victor Orbàn sta costruendo un muro ai confini della Serbia lungo 175 chilometri e di quattro metri d’altezza, la Bulgaria ha già costruito delle recinzioni lungo i  240 chilometri  che separano Sofia dalla Turchia, secondo membro per dimensioni  della NATO; che pure ha prima destabilizzato la Siria e poi ha usato i flussi dell’immigrazione dall’area del Califfato del Daesh/Isis per imporre la sua volontà ai membri della UE, per non parlare della  lotta di Ankara contro i curdi, ben più virulenta di quella contro il jihad sirio-iracheno.

 Il Montenegro sta saltando.

 Da settimane nella capitale Podgorica vi sono scontri pesanti tra i sostenitori dell’attuale premier Milo Djukanovic e i partiti che lo avversano. Il pomo della discordia è l’adesione alla NATO, avversata sottilmente, ma non troppo, dalla Serbia e dalla Federazione Russa.

 Se Mosca, dopo aver securizzato  il suo spazio ucraino e egemonizzato quello sirio-iracheno, gestirà parte dei Balcani e le linee marittime dello Shatt el Arab e dei mari regionali arabi, l’Alleanza Atlantica diverrà una unione regionale, priva di un “braccio lungo” per controllare l’Oceano Indiano e le grandi rotte commerciali che arrivano dai Mari Asiatici; e che saranno l’asse del prossimo sviluppo geoeconomico.

 Fine quindi  del privilegio europeo, marginalità futura della penisola eurasiatica, fine del rapporto positivo tra economia USA e Unione Europea. Fine della NATO? Non ancora, vi sarà una lunga fase di indebolimento strutturale, mentre i Paesi delle aree-cuscinetto scopriranno l’utilità di non alearsi stabilmente con nessuno, utilizzando quella tecnica che i politologi anglosassoni chiamano “free-riding”.

 Dov’è allora, per la Turchia,  l’art.5 del Trattato dell’Atlantico del Nord? Dove si trova oggi la politica unitaria europea rispetto a fenomeni colossali come quello dell’immigrazione, capace di stravolgere prima e poi distruggere sia il welfare di massa europeo, già in crisi per i bassi tassi di produttività EU, sia il suo già debolissimo mercato del lavoro?

 Ricordiamoci che il nostro welfare è da tempo costruito sul debito pubblico e la sua sempre minore sostenibilità a medio termine.

 E’ vero che l’immigrazione può, nell’arco di cinque anni, rimettere in sesto i conti della previdenza sociale, ma a patto che tutti gli immigrati trovino lavori regolari e stabili, cosa che mi sembra del tutto improbabile.

 In Italia, la ripresa è lentissima. La previsione IMF è dello 0,8% per tutto quest’anno 2015 e dell’1,3% per l’anno successivo.

 Non si recuperano quindi, nemmeno oggi, i dati di fine 2014, il punto più basso della crisi: PIL a -10%, consumi a -8%, investimenti a -35%, capacità inutilizzata nell’industria al 30%, disoccupazione al 13%.

 E’ bene ricordare che la ripresa italiana è stata fino ad ora alimentata dalle scorte (80% nel primo semestre di quest’anno), come peraltro quella, ben più robusta, degli USA, e le scorte sono la componente più volatile della domanda.

 Anche la stessa piccolissima ripresa è sotto la minaccia della deflazione, che nessun Quantitative Easing della BCE riesce a sventare, perché non stimola la domanda e, addirittura, lo stesso svilimento dell’Euro stimolerà in futuro svalutazioni competitive tra le grandi valute mondiali.

 Con le conseguenze, tra i nostri paesi a moneta unica, che è facile immaginare.

 Anche la marginalizzazione dell’Euro dovremo mettere nel conto, e prima di quanto si pensi.

 Per non parlare di un “rischio Volkswagen” che, anch’esso, pesa come un macigno sull’export europeo. Le guerre commerciali si fanno anche con le leggi e i regolamenti.

 L’Euro è ancora una goffa moneta pattizia.

 La sua introduzione è derivata in gran parte dal vecchio modello di Robert Mundell sulle “aree monetarie ottimali”.

 L’Euro, allora, sembrava ai nostri esperti, coprire proprio l’area ottimale monetaria di tutta la penisola eurasiatica. In parte vi era l’idea di “fare concorrenza” al Dollaro USA, in parte vi era il mito, tipico dell’economia neoclassica universitaria, che la domanda e l’offerta di moneta possano controllare direttamente tutti gli altri fattori economici.

 Allargando l’Euro, il che è stata una vera follia, abbiamo fatto entrare nell’area della nostra moneta unica Paesi dalle finanze pubbliche disastrate che si sono allegramente indebitati con i nuovi tassi Euro.

 L’allargamento rapido dell’Unione e dell’area della Moneta Unica è stata, lo ripeto, una pericolosa sciocchezza.

 Per di più, se il Dollaro USA è un governo e una politica estera, l’Euro sembra talvolta più un numerario che un denaro, per dirla con la vecchia e mai refutata teoria di Luigi Einaudi.

 Le monete sono specchi di un potere reale ed efficace; e se l’Europa non si dà, né può oggi farlo, una politica estera omogenea, se essa poi non riesce a controllare il suo Estero Vicino e nemmeno le trattative per il nuovo Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, che dal 2013 stiamo elaborando con Washington a porte chiuse, allora o l’Euro è troppo grande per l’Europa attuale, o troppo piccolo per fare da scudo alle tempeste finanziarie prossime venture, che lo vedranno come moneta di conto o come polo di speculazione a breve-medio termine.

 Mi ricordo che Francesco Cossiga, che parlava meglio il tedesco dell’inglese, trattò malissimo il suo vecchio amico Kohl proprio sui temi dell’allargamento dell’Euro e dell’entrata a spron battuto dei paesi dell’est nell’area della moneta unica.

 Non occorreva un grande economista per prevedere ciò che sarebbe puntualmente accaduto.

 Ma Francesco poteva, quando voleva, essere un finissimo analista finanziario.

 Quindi, tutti i pilastri su cui abbiamo costruito il Secondo Dopoguerra sono destinati a rovinare presto: la NATO si restringerà e, magari, rimarrà come scudo per alcune tecnologie di Difesa che non è possibile fare da soli, per i Paesi UE, mentre si rafforzerà la necessità di una politica estera e militare sempre più legata ad un interesse nazionale potenzialmente differente da quello degli altri Paesi dell’Unione Europea.

 L’Euro sarà sempre più un costo e sempre meno una opportunità, dato che gli investitori globali non si accontentano più dei dati unitari della Moneta Unica e vanno a “vedere”, come a poker, i conti reali di ogni Paese indebitato.

 Se l’Euro rimarrà “alto”, allora sarà necessario per i Paesi che lo adottano diminuire il costo di tutti i fattori di produzione, riducendo ulteriormente la dimensione del mercato interno e operando, sulla riforma del welfare, con una concorrenza al ribasso, sui fattori prodjuttivi, rispetto agli altri paesi UE.

 Con gli effetti politici e economici che è ben facile immaginare.

 I costi della Difesa si assommeranno a quelli per il welfare, sempre meno sostenibile dati gli antiquati sistemi produttivi,  ad alti costi intrinseci, e le strategie politiche nel Maghreb, in Medio Oriente, nei riguardi dell’Asia Centrate tenderanno sempre più a divergere.

 Cosa fare? Una nuova crisi è alle porte. O si arriva ad una svalutazione dell’Euro che permetta a tutti i Paesi che lo adottano un po’ di respiro sul mercato-mondo, oppure la moneta unica dovrà essere radicalmente riformulata.

 O un Euro-Sud ed uno del Nord, come è stato autorevolmente proposto da qualche tempo, oppure un ritorno ad una “moneta di riferimento” astratta che definisce il massimo di oscillazione in basso ed in alto delle varie monete nazionali: Euro-Italia, Euro-Germania, Euro-Francia….

 Certo, far diventare “governo” la moneta unica europea potrebbe essere la soluzione ancora ottimale, ma ormai i tempi ragionevoli per questa operazione sono finiti. Il governo monetario sarà ancora incarico del Dollaro USA, sempre più assente dalla UE e sempre meno interessato a togliere le castagne dal fuoco ai suoi concorrenti globali, gli europei.

 Il prossimo TTIP, lo dico tra parentesi, sarà con ogni probabilità una riedizione dell’”Anno dell’Europa” che Henry  Kissinger propose nel 1973: si trattava, a parte le liberalizzazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, di scaricare sull’Europa l’inflazione nordamericana, derivante dal combinato disposto della New  Society di Lyndon B. Johnson e dai costi stratosferici della guerra in Vietnam.

 Il problema è che nessuna classi dirigente EU sembra accorgersi oggi di questi grandi fenomeni di destabilizzazione globale, e i nostri governi europei si rifugiano tutti in un business as usual di tipo pubblicitario.

 Si magnifica semplicemente la concessione ad un gruppo sociale di piccolissimi privilegi che sono stati peraltro già tolti ad un’altra platea elettorale in quel momento meno ampia o meno potente politicamente.

 Tutto cambia, lo ripeto: Vladimir Vladimirovic Putin ha tolto, diciamolo brutalmente, l’UE e tra poco gli Stati Uniti dal Grande Gioco mediorientale.

 Se il Medio Oriente non è più “viabile” per l’Occidente, la penisola eurasiatica diviene marginale e deve pagare pegno per ogni attività geoeconomica e, in futuro, finanziaria.

 E pensare che il nostro capitalismo europeo, cifra della modernità, nasce dalla rielaborazione, da parte delle potenze del Nord Europa, delle politiche commerciali verso l’Est e l’Asia che avevano fatto la fortuna delle nostre Repubbliche Marinare!

 Mosca sta rendendo pedine del suo gioco l’Ucraina, che è il ponte tra l’antica Rus dei Variaghi e il punto tra i Balcani e il Mediterraneo Orientale, la Siria, porta di tutto il Mediterraneo dall’area dell’Asia Centrale, lo stesso Egitto, che pure ha stretto con il Cremlino un accordo militare e un memorandum per la costruzione di un sito nucleare.

 Regionalizzazione e marginalizzazione dell’Europa, mentre gli USA ritornano stabilmente, e questo accadrà con qualsiasi Presidente, centrati sulla loro vecchia Dottrina Monroe e sull’area del Pacifico.

 Non è un caso, poi, che un politico attentissimo alla geopolitica globale, come Benyamin Netanyahu che vola a Mosca per gestire bilateralmente la guerra in Siria. Gerusalemme e la Federazione Russa hanno un interscambio energetico e agricolo di 3,5 miliardi di Euro l’anno, GAZPROM ha chiuso l’accordo per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale al largo di Haifa.

 Israele non si fida più degli USA e cerca il suo ruolo globale, da secondo investitore dopo la Cina in Crimea e da   potenza regionale stabile, mentre i suoi nemici arabo-islamici sono tutti in crisi strutturale.

 Mosca, Pechino e Gerusalemme sono destinate a fare molte cose insieme, mentre l’Europa dorme e non comprende.

  Gli altri fatti che ci fanno pensare ad una nuova dislocazione dei poteri globali sono sostanzialmente due: l’accordo tra Russia e Cina e quello, benedetto esplicitamente da S.M. La Regina d’Inghilterra, tra Regno Unito e la stessa Cina.

 Il primo accordo è il sigillo dell’esclusione di EU e USA dallo Hearthland centro-asiatico.

 La “fine del sovranismo” e la creazione di un potere policentrico nel mondo, obiettivi filosofico-strategici di Russia e Cina, si materializzeranno tramite questi accordi.

 Li ricordiamo: ben 32 accordi separati, siglati durante la parata militare per ricordare il 70° anniversario della vittoria della Russia sovietica contro il nazismo, con un trattato specifico per evitare la cyberwar tra i due paesi.

 Prima, era già stato firmato un accordo unitario per cedere 38 miliardi di metri cubi da Mosca alla Cina, in un periodo che va dal 2018 al 2048.

 USA e Asia si autonomizzano progressivamente dagli idrocarburi mediorientali, noi no. E’ tutto dire.

  L’accordo Cina-Regno Unito è, per certi aspetti, ugualmente interessante.

 Pechino si è assicurata una quota di maggioranza, insieme a Electricité de France, nella nuova centrale nucleare britannica di Hinkley Point, un affare da 37,9 miliardi di sterline, garantiti peraltro da un prestito di 2 miliardi di sterline che Londra ha già garantito alla Cina precedentemente alla visita di Xi Jinping a Londra del  20-23 ottobre 2015.

 Un passo che mette in crisi gli equilibri nucleari o, meglio, postnucleari dell’intera UE, che da ora in poi dovrà rimeditare completamente lo sconsiderato abbandono dell’energia nucleare che l’ha economicamente azzoppata proprio quando si delineava la crisi degli Stati-nazione e la ricomposizione dell’Ordine Globale.

 Detto tra parentesi, anche il mito della globalizzazione sta per cedere spazio ad una nuova redistribuzione dei potenziali mondiali: avremo un mondo multipolare, com caratteristiche differenziate per l’accesso alle materie prime, ai mercati e ai capitali, che nulla avrà a che fare con il mito universalista della globalizzazione che risolve ogni problema.

 Il che peraltro non è mai avvenuto.

 Ma,in questo nuovo Grande Disegno, qual’è il ruolo dell’Italia? Nessuno, è presto detto.

 Il nostro Paese vive una sorta di vacanza da ogni serio  impegno di politica estera, bloccato da valutazioni economicistiche ingenue e deboli e da una sudditanza al “vecchio pensiero” che ha dello straordinario.

 Posso dirlo, l’ultimo Ministro degli Esteri che ha pensato bene e in proprio è stato il mio vecchio amico Gianni De Michelis.

 Dov’è, quindi il progetto geopolitico dell’Italia, oggi?

 Mettiamo anche nel conto che la “fuga dei cervelli” italiana è ai suoi massimi storici, oltre 100.000 bravi neolaureati sono andati all’estero nel solo 2014.

 E allora, con cosa ricostruiremo il nostro Paese? Stiamo importando manodopera a basso costo e a bassissima qualificazione e esportiamo, primi nel mondo, giovani ad altissima qualificazione, che ci sono costati molto e che dovremmo mettere in risalto.

 La differenza tra questi due flussi non ci porterà molto lontano, è ovvio.

 Viene in mente lo straordinario dibattito che, nel Giornale degli Economisti, intorno agli anni ’10 del ‘900, si svolse tra teorici che si chiamavano Luigi Einaudi, Vilfredo Pareto, Alberto Beneduce.

 C’era chi sosteneva che l’emigrazione era divenuta un costo, perché si sottraeva forza-lavoro al nostro Paese dopo aver mantenuto indirettamente la popolazione eccedente, e chi ripeteva, con la vecchia ricerca di Franchetti e Sonnino sul Meridione, che l’unica soluzione era l’emigrazione dell’alta quota di sovrappopolazione relativa, le “conigliere del Sud”, come le chiamava il napoletano barone Francesco Compagna.

 Nessun dibattito oggi: si ripete, come un mantra vedico, che bisogna rendere sempre più facili le università e diffusi i titoli accademici, come se, in questo caso, valesse l’automatismo hegeliano tra quantità e qualità.

 Università che dipendono dalle corporazioni di chi ci lavora già e chiudono tutti i battenti alle nuove leve, che se ne vanno all’estero a renderci ancora più difficile la vita economica e scientifica.

 Come peraltro accade in ogni settore del nostro Paese, istituzioni che riflettono solo i loro interessi e non hanno nessuna capacità di adattamento al nuovo. Come i dinosauri.

  Ma quale potrebbe essere, allora, la soluzione per una politica estera e per una strategia globale del nostro Paese, fuori dall’economicismo bottegaio degli attuali governi  e dal “pensiero vecchio” che è ormai diventato retorica e non conoscenza?

 La soluzione è sotto i nostri occhi, dato che, come diceva Napoleone I, la politica estera deriva dalla geografia.

 Si tratta del Mediterraneo.

 L’Italia nasce, come progetto geopolitico romano e unitario, dopo la vittoria sui mari nelle Guerre Puniche. Il potere terrestre di Roma si fonda sul controllo marittimo di tutto il Mediterraneo.

 Lo stesso accade con le Repubbliche Marinare, lo abbiamo già visto, e perfino con il Regno Unitario, che delinea una sua politica, tutt’altro che banale, tra Balcani, Nordafrica e Mediterraneo Orientale, fino almeno alla fine della Prima Guerra Mondiale.

  Il progetto ha rilievi culturali, finanziari, economici, militari, strategici e, oserei dire, filosofici.

 Mi ricordo che Amintore Fanfani mi diceva sempre che “occorre scoprire di nuovo le nostre origini greco-mediterranee”.

 Quindi, si tratta di costituire un asse di collaborazione mediterranea non tra Nord e Sud dell’UE, visto che l’unica follia che questa politica ha prodotto è la distruzione della Libia, forse anche per prendersi l’ENI e farla finita con questo campione petrolifero dell’indipendenza nazionale, ma tra l’Italia e i nuovi Grandi Attori globali.

 E, prima della Libia, altri disastri si erano compiuti in Iraq, in Kuwait e, ora, nella lotta finale tra sunniti e sciiti in Yemen, negli Emirati, in Asia centrale e, tra poco, nella stessa Arabia saudita, che è più periclitante di quanto pensiamo.

 Dobbiamo cambiare mentalità, pensare in grande, come ha fatto Bibi Netanyahu andando a Mosca.

  L’asse sarà quindi tra la Cina, che vuole arrivare al Mediterraneo per chiudere gli USA tra i due Mari Globali, e perché, per sua stessa natura, deve espandere la sua area di interscambio fuori da una infausta geografia nazionale, l’Italia, che ha bisogno di rientrare autonomamente nel mercato-mondo e di trovare capitali, tecnologie, mercati per rinnovare il suo apparato produttivo e portarlo fuori dal quadrato dei concorrenti-avversari della UE, la Federazione Russa, che ha bisogno di stabilizzare la propria presenza nel Mediterraneo e scoprire una sua vocazione commerciale globale fuori dal mercato determinato degli idrocarburi, e infine Israele, insieme al Maghreb in evoluzione che dobbiamo integrare nel nostro Nuovo Mediterraneo: l’Algeria, il Marocco, la Tunisia, l’Egitto di Al Sisi.

 Si potrebbe pensare ad una nuova Pentagonale come quella che l’amico Gianni De Michelis elaborò nei Balcani alla fine dell’impero sovietico, si può inoltre immaginare un Trattato internazionale che ricomponga questa nuova area ridefinendo i poteri regionali, le aperture, le aree di non-sovrapposizione.

 Un trattato che riguardi i reciproci accessi favorevoli all’export, una Banca Internazionale che gestisca i fondi e gli investimenti, magari con una alta autonomia nella gestione e nella creazione di titoli di debito e credito, un Equilibrio Strategico che definisca le collaborazioni militari e i punti esclusivi di proiezione strategica per tutti i firmatari, con la definizione di un’area ottimale, certamente, non solo per una futura unità di cambio, ma per tutti i fattori di produzione.

 Paesi diversamente globali hanno bisogno di ricostruire la strategia del grande asse futuro dello sviluppo e degli equilibri mondiali, ovvero il Mediterraneo.

 Chi giocherà questa sfida vincerà la partita per il potere mondiale, chi non la giocherà o non si accorgerà che sono questi i veri problemi sul tappeto perderà o, nel caso dell’Italia, sparirà dalla Storia o, magari perderà definitivamente la sua unità nazionale.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France