di Giancarlo Elia Valori. Occorre osservare con estrema attenzione quello che è accaduto recentemente nelle elezioni polacche.

  A parte gli effetti sul sistema politico interno di Varsavia, è utile analizzare l’equazione strategica del “nuovo populismo” che si delinea tra Ungheria, la Polonia attuale, la Baviera in sempre meno sorda opposizione alle aperture della Cancelliera Merkel sull’immigrazione, una quota di voto del Nord italiano, Marine Le Pen in Francia, infine il “Brexit”, l’uscita paventata e spesso sperata degli (e dagli) inglesi dalla Unione Europea.

  E pensare che siamo appena sfuggiti all’operazione di scardinamento della UE che si avvaleva della crisi greca, per poi innescare quella del debito sovrano italiano e poi ancora spagnolo.

  Populismo, termine improprio, per parlare della machiavellica e dura realtà effettuale della cosa: il vero e proprio attentato all’Unione Europea come pericoloso “terzo” nell’economia mondiale che potrebbe, rinsavendo, diventare addirittura primo.

  Un modo quindi per farla finita con un pericoloso incomodo, noi dell’Europa, proprio da parte dei nostri concorrenti nel mercato-mondo, ovvero utilizzare il “populismo” per destabilizzare dall’interno l’Unione Europea e la sua sventata e puerile incapacità di porsi una Strategia Globale che sia finanziaria, fiscale, militare, tecnologica.

 E pensare a quanto pensiero e azione ci volle, da parte dei cattolici democratici, da Camaldoli in poi, per portare l’Italia nell’Europa!

  Non si tratta allora di populismo: termine generico che, nella nostra cultura politica ha tutt’altro significato.

 Il “populismo” dell’Uomo Qualunque era una rivolta contro la “Repubblica dei Partiti” che si delineava dopo la proclamazione della Repubblica, oltre che un Partito che utilizzava il divide, già fortissimo, tra Nord e Sud.

 Una rivolta politica non di massa, quella antifascista, che si credeva invece tale, dopo la Resistenza e la Repubblica, e che il partito di Giannini, L’Uomo Qualunque, rivelò essere priva di basi, appunto, di massa.

 Solo il genio politico di Togliatti, infatti, riuscì a sgonfiare la rivolta, quella sì davvero populista, del commediografo napoletano.

 Marine Le Pen e il suo Front National sono ancora, malgrado le due cose che François Mitterand aveva pensato per la “sua” nuova destra francese, con il padre di Marine: uno strumento per depauperare la conservazione post-gollista e integrarla in un progetto in cui il suo PS fosse ancora egemone.

  Portare via la destra radicale (altro termine insulso, nella cultura politica europea) alla destra repubblicana in pericolosa concorrenza con il PS, per creare, grazie al sistema elettorale presidenziale francese, un costante margine di vantaggio ai socialisti, capaci di dare le carte nel sistema politico di Parigi come aveva fatto, a suo tempo, il Generale De Gaulle, quello che Mitterrand aveva accusato, da capo dell’opposizione, di “colpo di Stato permanente”.

  Non sappiamo quanto François Hollande sia cosciente di questa “Drōite du President”, ma temo di no.

 Il dato primario, comunque, è che le elezioni in Polonia pongono per la prima volta la questione europea, che non è il populismo, ma, più esattamente, la fine del mito europeista tra le masse europee.

 La separazione tra classi politiche e burocrazia europea, inventata per far fare le riforme modernizzatrici ai governi più riottosi, compreso il Nostro, ha prodotto il suo contrappasso dantesco: la colpa, per i popoli, oggi, è tutta dell’Europa, mentre i ben più colpevoli Governi nazionali sembrano, per ora, graziati dalla rabbia delle masse.

 Che si manifesterà, prima o poi, siatene certi. Non si impoverisce così rapidamente un Continente, e non lo si pone nelle retrovie della globalizzazione, senza effetti probabilmente devastanti sul piano dell’ordine pubblico.

 E’ bene esserne coscienti.

  E se la fine dell’europeismo di massa è un dato, occorre aggiungere altre funzioni alla nostra equazione strategica: la nuova rigidità dei confini UE verso la Federazione Russa, con un rapporto speciale tra Ungheria, Cechia, Polonia e USA, e la ristrettezza sempre maggiore del mercato interno europeo, che si rifletterà sul rapporto tra Euro, Dollaro USA, Renmimbi cinese e  Rublo Russo.

 Altro che “area di diffusione ottimale” per l’Euro, secondo la teoria di Mundell, premio Nobel per l’economia, che tanto stimolò i banchieri centrali UE per la rapida introduzione della moneta unica.

 Senza area vasta per la sua circolazione naturale, la moneta unica non farà concorrenza al Dollaro USA, mentre i nuovi progetti cinesi di “divise di riferimento collegate”, per ricostruire una nuova “Bretton Woods”, utilizzeranno l’Euro come moneta-cuscinetto.

  Con una concorrenza al ribasso per l’Euro, peraltro, e quindi con la sua emarginazione finale sui mercati internazionali dei capitali.

 Ciò che gli USA volevano fin dall’inizio e l’asse Russia-Cina paventa, visto che sulla moneta unica europea si sta combattendo una delle più straordinarie guerre finanziarie e geopolitiche degli ultimi due secoli.

  Una EU, quindi, in cui aumenteranno gli incentivi ad uscire, la Gran Bretagna farà risuonare ancora il grido di Margaret Thatcher (we want our money back!, “vogliamo indietro i nostri soldi!) e una Unione Europea che, proprio per la sua debolezza strategica e geopolitica, non riuscirà a determinare una politica fiscale unitaria per i Paesi che saranno meno attratti dall’uscita, ufficiale o implicita, dall’Unione.

  Il caso Polonia, con le sue ultime elezioni, lo accennavo prima, è perfetto a questo riguardo.

 La destra, non “populista” ma vera e propria destra tradizionale in Polonia, il 25 Ottobre scorso, si è riaffermata a Varsavia con il Partito Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) una formazione fortemente euroscettica guidata da Beata Szydlo ma diretta, dietro le quinte, da Jaroslaw Alexander Kaczyńsky, primo ministro tra il 2006 e il 2007.

  Naturalmente, questa destra al Governo a Varsavia complicherà i rapporti con la Germania, già tesissimi e non solo per le tragiche memorie della Seconda Guerra Mondiale, oltre che per la questione antica delle Fosse di Katyn, che ancora risuona con i suoi terribili ricordi nella morte del gemello di Kaczyńsky sui cieli bielorussi.

 Sono ben ventuno gli incidenti maggiori tra Federazione Russa e NATO tra Marzo 2014 e il corrispondente mese dell’anno successivo, sul confine Nord-Est che interessa la Polonia e gli Stati baltici, non bisogna mai dimenticarlo, anche in un contesto di strategia divergente tra UE e USA nel quadrante siriano.

 “Diritto e Giustizia” ha ottenuto il 38% dei voti validi, una percentuale utile per arrivare, da soli, alla maggioranza assoluta dei seggi che è di 230.

 Il precedente governo di “Piattaforma Civica”, diretto da Ewa Kopacz, è caduto elettoralmente sia per la corruzione interna che per quello che gli elettori hanno visto come un continuo cedere alle richieste di Bruxelles proprio sull’immigrazione.

 E’ proprio questo il populismo attuale in Europa: la sintesi tra corruzione endemica della politica, che è un problema globale dei nostri anni e un effetto pericolosissimo della globalizzazione, e la paura della concorrenza al ribasso della manodopera che arriva da fuori.

  Che è un dato reale al quale rispondere: tanto diminuisce il controllo nazionale sulle nuove imprese, sempre più globalizzate, tanto diminuiscono le protezioni salariali e non per la manodopera, che sperimenta una pressione inusitata tra prezzi interni e salari “globalizzati”.

 Occorrerà che una nuova sinistra, pratica e idealista insieme, si prenda cura di queste nuove tipologie e patologie del lavoro, che finiranno per colpire poi anche i lavoratori immigrati.

 Che ce ne faremo di salari che non servono a costruire nemmeno uno straccio di mercato interno, con economie export-led che possono combattere la concorrenza globale solo limando tutti i costi di produzione?

 Infatti la “Sinistra Unita” di Barbara Nowacka, nelle ultime elezioni polacche, ha raggiunto a stento l’8% dei voti, dopo un lungo peregrinare tra la nostalgia per il kommunismus e le istanze neoradicali e libertarie dell’americanismo leftist.

  L’”Invasione dei migranti”, lo slogan con il quale il Partito vincitore a Varsavia ha fatto campagna elettorale, non è un tratto populista, perché si è accompagnato a misure finanziarie e fiscali per il sostegno ai lavoratori e alle imprese nazionali e a un forte impegno sul piano identitario e nazionalistico.

 Ecco, appunto, il nuovo populismo o, meglio, il nuovo nazionalismo sociale: identità, contro la retorica dell’Europa delle Monete, percezione che le vecchie Alleanze sono coperte troppo piccole, e ritorno alla Difesa Nazionale, protezione dei ceti più poveri e delle imprese locali contro il Grande Capitale predatorio globale.

 E’ finita la globalizzazione, nelle menti e nei cuori degli europei, che vogliono tutti maggiore sicurezza militare e non, che non gli viene conferita dalle vecchie Coalizioni nate dalla guerra fredda, vogliono una securizzazione dei salari e del posto di lavoro, vogliono infine proteggersi dagli evidenti effetti “sovversivi” della globalizzazione.

 Se l’UE si attrezzerà per rispondere razionalmente a queste domande, bene, essa sopravviverà, se invece rimarrà l’ingenuo sogno globalizzatore, un po’ antiamericano e un po’ imitatore e pavido seguace della linea di Washington, che finora abbiamo conosciuto, sarà la sua fine. E anche la nostra. L’irrilevanza economica, culturale, tecnologica, produttiva ci sommergerà.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France