di Giancarlo Elia Valori (Dottore Honoris Causa TOBB University of Economics and Technology Ankara)Oltre cento vittime, vicino alla stazione centrale di Ankara.  Una dimensione che, al di là di certe ricostruzioni del governo turco, fa pensare alla “dichiarazione di guerra” jihadista, come nel 9/11, o nella stazione di Atocha a Madrid, guanto gettato per la “guerra santa” in Europa, o nelle azioni a Londra del 7/7 del  2005, peraltro ricordate dopo un decennio esatto da un attentato sventato in extremis.

   Al di là di ogni analisi sui responsabili, il senso dell’azione di Ankara è chiaro: il jihad è entrato in Turchia.

  Gli analisti turchi affermano peraltro che l’Isis/Daesh può essere stato addirittura “uno strumento”, e ciò sembra verosimile.

 Strumento, allora, di una destabilizzazione dello Stato turco che avviene dopo che l’Isis/Daesh non si trova più a proprio agio con il governo di Ankara, strumento ancora di una serie di azioni che vogliono colpire la stabilità del Fianco Est della NATO, strumento infine  di una jihadizzazione di massa tra Siria, Iraq e aree sunnite della Turchia, in un contesto in cui il regime dell’AKP di Erdogan e Davutoglu mostra tutte le sue corde vecchie e nuove.

 La debolezza mostrata da Ankara, la sua incertezza tra il sostegno all’Isis/Daesh contro il “tiranno” Bashar El Assad, la risposta imprevista della Federazione Russa sulle coste siriane, l’inesistenza geopolitica dell’UE e della NATO; tutti questi fattori hanno lasciato la Turchia in un vuoto strategico che prelude alla destabilizzazione jihadista.

 E maggiore sarà il pugno di ferro del regime di Erdogan, tanto maggiore sarà la massa di manovra del jihad.

  Peraltro, Ankara ha finora lanciato diversi raid aerei contro le postazioni Isis/Daesh, fin dalla fine di Agosto, e l’azione terroristica potrebbe essere una risposta dell’Isis a questa pressione degli USA sulla Turchia, che peraltro gestisce la Base di Incirlik, il punto di partenza di tutti gli strikes contro il jihad sirio-iracheno.

 Qualcuno, poi, diffonde l’idea, non sappiamo quanto fondata, che Erdogan voglia portare la Turchia alla guerra contro la Russia, per liberarsi, nelle more dello scntro bellico, dei nemici interni ed esterni al suo partito AKP.

  E per guadagnare magari l’etichetta di “salvatore” della UE e dell’Alleanza Atlantica, oggi una più imbelle dell’altra.

 Un raggruppamento politico l’AKP che, lo ricordiamo, era stato disciolto dalla Corte Costituzionale turca per il rifiuto, nello statuto dell’AKP di allora, della democrazia e del pluralismo.

 E’ anche probabile che, dopo l’attentato alla stazione di Ankara, la Turchia possa accettare un ruolo succedaneo rispetto  agli evirati occidentali, costringendo quest’ultimi ad accettare la guerra contro i curdi, mentre i turchi potrebbero aumentare la pressione sull’Isis/Daesh, che pure è ferocemente nemico dei curdi.

 E pensare che i meno incapaci tra i politici europei parlano di “armare i curdi” contro il Califfato. Ora, probabilmente, armeremo una Turchia che farà la guerra ai curdi facendo finta di farla al Daesh/Isis.

 Un vero capolavoro strategico.

 Un paradosso di difficilissima soluzione, questo del nesso curdi/Turchia, soprattutto se si ragiona, come in Occidente, in termini di “tiranni” da abbattere e “democrazie” da costruire.

 Un errore, lo avrebbe detto Karl Raimund Popper, di tipo, appunto, “costruttivista”.

 La storia e la politica non sono mattoncini di Lego, da spostare o da ricostruire ovunque.

  Altro dato da non trascurare, si potrebbe pensare ad una sorta di “strategia della tensione” da parte dell’AKP, sempre meno votato dal popolo turco, e con un paesaggio economico molto meno favorevole di quello che fece parlare i sempre ingenui occidentali di “miracolo anatolico”.

 Ed erano i “nuovi ricchi” delle periferie estreme della Turchia a sostenere l’AKP, mentre l’elettorato urbano era molto meno compatto.

  Se Erdogan, che passa per essere uno degli uomini più ricchi del mondo, sceglierà lo scontro interno, potrà assumere su di sé tutti i voti che finora sono mancati all’AKP, ma a costo di incendiare il suo Paese.

 Le strategie della tensione, lo sappiamo bene  noi italiani, iniziano con i botti di Carnevale e finiscono con le stragi, che, se Erdogan inizierà questo cammino, saranno sempre compiute da altri.

  Come è appunto accaduto in Italia.

 Ma se si destruttura la Turchia, la NATO non avrà un antemurale, sia pure non del tutto affidabile, verso il Golfo Persico e il Grande Medio Oriente; e se si destabilizza l’area di Ankara il jihad  potrebbe arrivare con grande rapidità da noi, in Europa.

 E si può immaginare, islamizzata la Turchia, l’isolamento di Israele, che non avrebbe più modo di giocare “il nemico lontano”, l’AKP di Erdogan, contro il “nemico vicino”, l’islam violento palestinese e giordano-siriano.

 E, ancora, si può immaginare il nuovo jihad permanente dell’Isis/Daesh, che non avrebbe più un ambiguo nemico al suo confine occidentale.

 Un insieme di equazioni strategiche, quindi, da analizzare in serie, non separatamente, come fanno i tecnici occidentali.

 Viene in mente quando un dirigente della CIA confessò, in un suo recente libro, che le primavere arabe erano state favorite dall’Occidente perchè, cito letteralmente, “il popolo liberato si sarebbe liberato da solo di Al Qaeda”.

 Ecco, d’ora in poi abbandoniamo, sarà meglio,  quelle che Benedetto Croce chiamava le “alcinesche seduzioni” dei miti politici e cominciamo a pensare in termini di forza e di razionalità.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
– Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
– Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France