di Giancarlo Elia Valori. La presenza russa in Siria è in correlazione strategica sia con le attività di Mosca in Ucraina che con le azioni USA nel ai bordi della vecchia cortina di ferro della “guerra fredda”.

 In altri termini, la Federazione Russa vuole separare i due quadranti, quello orientale terrestre e l’area del Golfo Persico, penetrando tra i due per determinarne gli sviluppi futuri.

 Inoltre, Mosca intende securizzare il suo accesso al Mediterraneo, in vista del suo nuovo ruolo di potenza globale nell’asse mediterraneo orizzontale  che va da Istanbul a Gibilterra.

 Se questa scommessa strategica riesce, Mosca depotenzierà tutto il dispositivo di controllo NATO che va dalla Romania alla Repubblica Ceca, mentre riempirà il vuoto geopolitico lasciato da Washington nel quadrante mediorientale.

  Non bisogna poi dimenticare che la Russia teme l’espansione del jihad nelle sue vecchie repubbliche postsovietiche di tradizione islamica; e vuole contenere la guerra islamista in un contesto microregionale, per poi eliminarla.

  Non è un caso che, in questi ultimi giorni, la Jamaat della Crimea, formata soprattutto da Tartari islamizzati, abbia giurato fedeltà, secondo formula giuridica coranica del baya’t, al Fronte Al Nusra, l’organizzazione ufficiale di Al Qaeda operante in Siria.

  Se mettiamo poi nel conto che i Taliban afghani sono penetrati nell’area di Kandahar; e che l’organizzazione jihadista Ahrar al Sham ha bombardato con dei missili le aree di pertinenza delle forze russe in Siria, la matrice delle minacce è completa: Mosca vuole regionalizzare il jihad sirio-iracheno per evitare il contagio islamista ai suoi confini (ed anche l’Afghanistan è un confine, per i russi) e per giocare un ruolo non secondario nella Shangai Cooperation Organization, la struttura geopolitica che stabilizzerà Hearthland centro-asiatico escludendo da esso ogni ingerenza sia NATO che USA.

  Washington, da parte sua, ha un solo obiettivo riconoscibile in Siria: abbattere Bashar El Assad per sostituirlo con un leader che renda l’asse sirio-iracheno “viabile” per gli interessi americani.

 Ma qui sorge un problema strategico e geopolitico importante: gli Assad, in quanto alawiti e collegati sia con l’Iran sciita che con la grande comunità alevi in Turchia e nel resto della Mezzaluna Fertile, permettono l’equilibrio tra le varie etnie e sette siriane.

  Difatti, nella logica USA di destabilizzare il regime degli Assad si legge la volontà di chiudere il regime iraniano tra gruppi e Stati ostili, garantendo all’Arabia Saudita un punto di appoggio tra i sunniti siriani, che sono la maggioranza del Paese.

 Si dice inoltre che la destabilizzazione del regime di Damasco sia collegata al progetto di Qatar Petroleum, un oleodotto-gasdotto  che va dall’Emirato degli Al Thani verso la Turchia, e che sostituirebbe gli idrocarburi che arrivano dalla Russia.

 In parte è vero, ma dobbiamo evitare di semplificare e ridurre le questioni strategiche ad un banale esercizio di “materialismo storico” di tradizione marxista.

 Ma l’appoggio ai sunniti da parte di Washington presuppone un ruolo di leadership nel contrasto ormai evidente tra sunniti e sciiti, che determinerà la forma e il peso del futuro Grande Medio Oriente.

 Senza dimenticare che sciiti sono anche gli Hazara afghani, e in quel paese la shi’a è un quarto della popolazione, la minoranza in Turchia dei seguaci di Alì (circa il 20% della popolazione) e in Azerbaigian, dove gli sciiti sono l’80%, mentre anche in Pakistan gli sciiti, seguaci di Alì, genero e cugino del Profeta, sono il 20% della popolazione.

 Quindi, Mosca si sta posizionando come “poliziotto globale” del mondo sciita, mentre gli USA rimangono strettamente collegati all’universo sunnita.

 Le operazioni in Siria, da parte della Federazione Russa, sono quindi la prima sfida al ruolo egemonico mondiale di Washington.

 Intanto, gli americani ritirano in anticipo la portaerei “Theodore Roosevelt” dalla base di Manama, nel Bahrein, per evitare, con ogni evidenza, di divenire bersagio dei missili russi Kalibr 3M14, ma finora la maggiore quantità degli attacchi russi si è concentrata a Jablah, nel governatorato di Laodicea.

  Se, poi, il regime alawita verrà mantenuto al potere grazie ai russi, la trattativa politica sul futuro dell’asse sirio-iracheno sarà, in gran parte, in mano a Mosca, che eviterà di garantire agli USA la profondità strategica per controllare l’Iraq e, da lì, il sistema dei mari regionali e le zone centrali asiatiche, dal mare o da terra.

 Inoltre, il sistema sunnita verrà chiuso nella Penisola Arabica, senza la possibilità di espandersi verso il Golfo Persico e nella direzione del Corno d’Africa, dove la guerriglia sciita Houthi in Yemen blocca ogni passaggio verso quelle aree del continente africano che potrebbero servire per condizionare militarmente i passaggi verso Suez.

 Regionalizzare i sunniti, bloccare la linea che unisce Riyadh, gli Emirati, la Turchia, portare il sistema regionale sciita a collegarsi con il Sud della Federazione Russa: ecco, in sostanza, il progetto attuale di Mosca in Siria.

 Se il Cremlino vince questa partita, il mondo bipolare si ricostruirà, però a favore dell’universo slavo, con un Grande Medio Oriente agganciato alla Shangai Cooperation Organization e fuori dagli orizzonti NATO e americani.

  Una Europa Unita senza Mediterraneo, quindi, priva di profondità marittima, strategicamente debole rispetto alle nuove formazioni statuali del Maghreb e del sistema strategico del Golfo Persico.

 Si pensi, qui, agli effetti di questo nuovo sistema geopolitico nella acquisizione e nel controllo delle risorse petrolifere e gasiere.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France