di Giancarlo Elia Valori. Molta acqua è passata nell’Atlantico dal 1976 e dal 1980, le due campagne presidenziali che videro l’affermazione di Ronald Reagan, che è ancora, secondo i più recenti sondaggi, il Presidente nordamericano più noto e stimato.

 L’America di Reagan era forte, decisa, amica dell’Europa, che vedeva come il necessario antemurale della Russia, liberista e democratica.

 Tutte categorie geopolitiche che, oggi, in una fase di crisi sistemica del mondo che proprio il Presidente Reagan aiutò a far sorgere, sembrano appartenere al passato.

 Ma non è così. La tradizione di Ronald Reagan è e deve essere più viva che mai.

  E’ per questo che siamo qui, alla Ronald Reagan Presidential Foundation, a parlare ancora di quei valori e del Presidente che li incarnò, perché si tratta di principi che hanno ancora un grande futuro, e incarnano la sopravvivenza e lo sviluppo non aolo della nostra economia, ma anche e soprattutto della nostra Civiltà, che è, per dirla con i vecchi storici tedeschi dell’Ottocento, una Kultur, una conformazione dello Spirito, non una semplice Zivilisation pratica e materialistica.

  Cento anni fa nasceva questo grande Presidente. Una figura che ha trasformato gli USA e l’Europa come nessuno prima di lui, in senso democratico e liberale.

  La diffidenza quindi verso lo Stato universale, etico e socialisteggiante, è stata un tratto costante delle due Presidenze reaganiane, e a buon diritto.

 “Nella crisi presente, il governo non è la soluzione al nostro problema, il governo è il problema”.

  La frase è tratta dal discorso presidenziale del 1981, nel periodo in cui si materializzò la sua seconda Presidenza, quella in cui tutto il programma di Reagan si delineò con assoluta chiarezza.

 Anni e anni di retorica sullo Stato e la sua presunta perfezione e efficacia vennero annichiliti dalle battute di quello che, con sciocco dispregio, venne definito un “attore hollywoodiano di serie B”. Il che, peraltro, non fu.

 Per la prima volta, nel secondo dopoguerra, l’Occidente non rincorreva il mito statalista e costrittivo caratteristico dei regimi socialisti, ma si identificava con la sua natura più antica e genuina, il liberalismo economico e politico, due aspetti della libertà che, prima di Reagan, erano stati unificati solo nel pensiero del nostro grande Presidente Luigi Einaudi.

 Ma, in Ronald Reagan, era presente tutto un filone culturale e filosofico che, proprio grazie alla sua azione politica, si delineò in tutto il suo vigore: un Occidente che non ha paura di sé, delle sue radici antiautoritarie e libere, in una fase in cui, proprio grazie a Reagan, si affermarono pensatori liberali e democratici quali Karl Raimund Popper, Friedrich Von Hayek, Bruno Leoni, il già citato Luigi Einaudi e ancora altri, tutti egualmente importanti.

 Prima, grazie ad un maldigerito keynesismo, più di facciata che di sostanza, l’Occidente si vergognava di non essere socialista, e ogni problema richiamava, come sua prima soluzione, nuove regole, nuovi “lacci e lacciuoli”, per usare  la famosa frase di Guido Carli, regolamenti, tasse, vincoli, leggi e leggine infinite, regole scritte e non scritte che facevano inevitabilmente riferimento a gruppi di potere, corporazioni, lobbies.

 “Un contribuente è uno che lavora per lo Stato, ma senza avere vinto un concorso pubblico”.

 Ecco, questa battuta, tra le tante, bellissime, del Presidente Reagan è tra le più spiritose e chiare per intendere il suo naturale liberismo.

 Poche tasse, esigibili tranquillamente, meritocrazia in tutti gli ambiti del sociale, esaltazione delle differenze di talento, capacità, spirito, carattere.

 E’ la differenza che rende possibile la democrazia, non lo schiacciamento degli individui in uno standard unico e inevitabilmente mediocre.

 Fu l’inizio di una riscossa liberale e democratica che, in un contesto geopolitico particolare, permise alla cultura liberista e alla democrazia moderna di trionfare sull’Unione Sovietica e i suoi satelliti.

 E’ vero, parte della crisi finale del bolscevismo è interna, e qui ricordo un volume straordinario che Reagan ben conosceva, quello di Andrei Amalrik, “Sopravviverà  l’Unione Sovietica fino al 1984?”. Un anno terribile, il 1984, con lo spettro della riduzione degli uomini ad automi raccontato nell’omonimo romanzo di George Orwell.

 Non accadde l’irreparabile, la crisi finale di Mosca non trascinò l’Europa con sé  perché l’America di Reagan si scontrò duramente con l’URSS ormai allo sfascio economico e morale, e vinse perché il carattere, l’acume, l’esperienza del Presidente furono all’altezza di quella situazione “cosmico-storica”, per usare una categoria hegeliana.

 Democrazia senza aggettivi, quindi, che è la comunità dei liberi cittadini che intraprendono e decidono, senza costrizioni, il loro destino e il loro futuro, che nessuno può conoscere meglio di loro stessi.

 Per Reagan, infatti, c’era un nesso tra il peso fiscale e la libertà di impresa e di consumare.

 Starving the Beast, “affamare la bestia”, ovvero la spesa pubblica, fu sempre all’origine della linea del Presidente repubblicano nella politica interna.

 Lo Stato non si controlla con i buoni propositi sulla contrazione della spesa pubblica, ma lo si costringe a restringere la sua fame atavica di denaro.

 Lo Stato non è un dato etico o spirituale, è un necessario, ma piccolo, regolatore degli equilibri sociali che, in sé, non ha  niente di sacro, assoluto, mistico. E’ una istituzione fatta dagli uomini, quindi perfettibile e modificabile.

 Sembra qui di leggere le pagine antistataliste di Adam Smith, quando il filosofo ed economista scozzese del ‘700 sostiene che le tasse devono essere correlate alla possibilità di ognuno di pagarle o alla qualità e quantità dei benefici che ne derivano.

 Lo Stato va valutato, quindi, come una impresa privata, sulla base degli stessi criteri di efficienza, economicità, qualità del servizio e dei costi.

  Diffidiamo di chi adora “la bestia”, è certamente, direbbe il religioso Reagan, uno che sta adorando il maligno.

 Una rivoluzione che oggi è entrata nella nella mente anche di coloro che si opposero al neoliberismo di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, “l’unico uomo politico in Europa”, come diceva il Presidente, perché ormai anche gli eredi del keynesismo si sono oggi convinti che lo Stato deve essere oggettivamente valutato per i suoi servigi e i suoi costi.

 Fu, Ronald Reagan, poi, a capire quanto fosse radicale il confronto tra mondo libero e universo sovietico.

 Erano i tempi, lo ricorderete, nei quali si immaginava una convergenza futura tra Oriente e Occidente, nella quale il mondo libero diveniva socialista e dirigista e quello sovietico allentava la sua morsa culturale e politica sui suoi cittadini.

 Proposta non solo irricevibile, ma impossibile a realizzarsi.

 Il socialismo totalitario e dirigista non si può modificare, e questo Reagan lo capì quando tutti erano affascinati dallo statalismo e dalla credenza ingenua che lo Stato possa risolvere i problemi che esso stesso crea.

 Lo scontro sulla Strategic Defense Initiative diretta contro l’URSS, che non poté rispondere alla modernizzazione delle Forze Armate USA e NATO, fu certamente all’origine della crisi finale del sovietismo.

 Nessuna paura a utilizzare la minaccia strategica e militare, nessuna timidezza nei confronti della organizzazione convenzionale e nucleare di Mosca, patriottismo, identità e orgoglio nazionale per rispondere ad una pressione globale, quella sovietica, che, in quegli anni, teneva il mondo intero con il fiato sospeso.

 Questo fu il nesso, lucidissimo, che Ronald Reagan intravide tra liberismo e identità occidentale, tra la democrazia dei cittadini e la difesa nazionale.

 La libertà è un bene incommensurabile ma delicatissimo: “la libertà non è mai fuori dal pericolo della sua estinzione. Non la passiamo nel sangue dei nostri figli, bisogna combattere per essa e proteggerla, e fare in modo che questo valga per tutti”.

 E’ qui il nesso, che pochi oggi intravedono, tra la libertà occidentale, difesa nazionale, identità culturale profonda della nostra civiltà.

 Oggi è il contrario: una ideologia della democrazia universalizzante, il che è astrattamente un dato positivo, si incontra con una mitologia egualitaria che mette sullo stesso piano civiltà, valori, modelli di vita estremamente diversi tra di loro.

 Ronald Reagan non sarebbe d’accordo, certo, con quei dirigenti politici e militari che hanno destabilizzato il Medio Oriente e parte dell’Africa per poi lasciare che tutto andasse in malora da solo, pensando che bastasse una rivolta o una elezione per colmare secoli di arretratezza e brutalità.

 Non è così, e il Presidente lo sapeva bene.

 Non fu accettata, dal Presidente Reagan, la logica della Detente con l’URSS e i Paesi nemici del mondo libero, perché con la classica lucidità dei politici realisti, vide che ogni appeasement con Mosca era un aumento del suo potere.

 Il sovietismo, per Reagan, era come l’economia delle tribù nomadi: ogni volta occorre occupare un pascolo nuovo, distruggerlo e poi passare alle aree occupate da altri.

 Ed in effetti il socialismo “scientifico” di Mosca non poteva sopravvivere se non acquisendo e rendendo improduttive risorse altrui.

 E la durezza della Iniziativa di Difesa Strategica, la sua completezza tecnologica e geopolitica, costrinsero un’URSS già in crisi interna, e che trovava in Afghanistan la sua Waterloo, a trattare davvero, per diminuire almeno la velocità del suo tracollo finale.

 Le azioni a Grenada, in El Salvador, in Medio Oriente, la reazione USA all’assassinio del Presidente egiziano Anwar el Sadat, il primissimo atto del Jihad Islamico insieme alla tragedia dei marines uccisi da un autocarro-bomba in Libano, la rivoluzione islamista in Iran del 1979, furono tutte lette da Reagan e dai suoi collaboratori o come possibili falle entro le quali poteva rientrare una nuova egemonia sovietica, o comunque dei tentativi di chiudere l’Occidente e quindi gli USA in una morsa strategica.

 Fu merito del Presidente capire che, dalla piccola Grenada al Salvador e all’Afghanistan si stava passando dalla guerra fredda alla sua fase calda ed esplicita, antefatto della finale egemonia sovietica su vaste aree del globo.

 E fu la corretta percezione, da parte di Mosca, che Washington faceva sul serio e rispondeva colpo su colpo, che permise i primi veri processi di distensione Est-Ovest.

 Vi era, in Reagan, un forte aspetto religioso e spirituale che informava la sua politica realista.

 “Senza Dio non vi è virtù, poiché non vi può essere il richiamo della coscienza, senza Dio la società diviene grossolana, senza Dio la democrazia non può durare e non durerà a lungo”.

 Nessun banale politically correct ateistico o pseudoilluminista in Reagan. Dio è l’Essere che crea la libertà e la fa respirare, come la Sua Grazia, ad ogni uomo, ed è perché Dio esiste che l’uomo è libero e può organizzarsi in società libere, che non adorano la “Bestia” dello Stato.

 Una forte tradizione protestante e fortemente americana, una sensibilità per il filone religioso che va dai Padri Pellegrini sbarcati, tra i primissimi, nel Nuovo Mondo, la tradizione di una finalità morale e politica dell’America che non si esaurisce nel suo solo self interest.

 L’America è ancora, per Reagan, la “città sulla collina”, salva, con la sua profonda moralità individuale, dalla ferocia delle nazioni prive di forte identità morale e civile.

 La religione della cittadinanza si fonda sulla religione, non vi è, in Reagan come per la lunga tradizione culturale statunitense, separazione possibile tra la comunità buona e la comunità fondata su Dio.

 Niente a che fare, quindi, con il laicismo anticristiano e timoroso di sé stesso, verso l’Islam o le altre fedi, che va tanto di moda oggi in molti Paesi dell’Occidente.

 Per Reagan, l’esistenza di Dio fonda la democrazia e, quindi, la libertà di tutti i cittadini, che possono richiamarsi alla Divinità per essere liberi e uguali tra di loro.

 C’è, in effetti, un nesso tra questa posizione protestante di Ronald Reagan e una tradizione che per me è fondamentale, quella della dottrina sociale cattolica e del Codice di Camaldoli, la riunione del 1943 tra intellettuali cattolici che, di fatto, gettò le basi dell’Italia repubblicana.

 Personalismo, centralità dell’uomo, economia libera ma attenta, senza storture stataliste, alle necessità dei più poveri e, soprattutto, l’esaltazione delle “società naturali”, come la famiglia, rispetto alle organizzazioni astratte e artificiali.

 Questo era il Codice di Camaldoli dei cattolici italiani, e credo che al protestante Reagan sarebbe andato benissimo.

 E certamente la democrazia era al centro, come per i cattolici di Camaldoli, del pensiero del Presidente.

 Per Reagan la democrazia “valeva la pena di sacrificarci la vita”, perché “è la più onorevole forma di governo mai creata dall’uomo”.

 La democrazia non è una statistica o un sondaggio, nasce dalla natura divina dell’uomo che essa riconosce ed esalta, poiché rispetta la libertà civile ed economica del cittadino, quella che gli è stata data da Dio prima che si creasse la società.

 Un fondamento metafisico della democrazia che, oggi, farebbe sorridere anche molti liberali, convinti, secondo me erroneamente, che la sola Ragione basti a garantire il corretto funzionamento della società.

 Reagan “invitò Cristo ad entrare nella sua vita”, secondo una lunga tradizione del protestantesimo USA, riconobbe il “piano di Dio” per la sua vita, e molto del suo anticomunismo derivava dall’esplicito ateismo, peraltro obbligatorio, del regime sovietico.

 Senza la spiritualità di Reagan non si capisce la sua politica, e non si comprende nemmeno il suo liberismo, che si basava sul fatto che l’uomo è Imago Dei, e lo Stato deve solo farla risaltare nel piano che Dio ha in mente per ciascuno di noi.

 L’ottimismo reaganiano, come è stato spesso definito in Italia, era basato sulla fede in Dio che opera sempre il Bene, per noi, e ci porta a vincere, se si segue il Suo Disegno, contro ogni avversità.

 Tutt’altro quindi che una ideologia del consumismo o della ricchezza, l’ottimismo del Presidente era un dato spirituale e culturale di straordinario rilievo, nella vita di Reagan e nella tradizione profonda del popolo americano, che egli ha incarnato con particolare potenza.

 Il libero mercato non solo è più efficiente, ma è più efficiente, nel pensiero del Presidente, perché è più morale.

 Controllare l’economia vuol dire controllare direttamente le persone, il che è comunque ingiusto e immorale.

 Lo Stato è una società per azioni, ed esse sono detenute da tutti i cittadini, indipendentemente dalla quota di tasse pagate. Ecco uno straordinario modello egualitario dentro un sistema liberista, una idea da sviluppare anche oggi.

 Il debito pubblico come eccesso, anch’esso immorale, di spesa, con uno Stato che, per Reagan, spende troppo perché tassa troppo, ed è facile per lo Stato costringere la gente a pagare tutto quello che esso decide, ed è questa una ulteriore forma di immoralità di poco rispetto per gli esseri umani che sono Imago Dei.

 C’è poi un dato che potremmo definire tratto dall’Etica del Lavoro, o del capitalismo protestante, per dirla con Max Weber.

 Per Reagan, più si tassa e meno la gente ha incentivi per lavorare.

 E questo  in un duplice senso: non ha stimoli per la sua attività, dato che i frutti di essa sono assorbiti dalla spesa pubblica, e soprattutto è sempre più spinto ad attendere la carità pubblica, sotto forma di sussidi o di pseudolavori nell’amministrazione statale.

 Ciò che l’uomo libero produce con il suo lavoro è una Grazia di Dio, ciò che l’uomo schiavo produce su ordine dello Stato è farina del diavolo.

 Mai dimenticare, quindi, l’impianto etico e religioso del reaganismo, una filosofia che lo rese popolare, amato, sostenuto da quel popolo statunitense di cui interpretava perfettamente la tradizione più profonda.

 Le rivoluzioni, e soprattutto quelle liberali, si fanno con una fortissima idealità etica e spirituale, non si basano su fumosi assiomi pseudofilosofici o su calcoli del piacere e del dolore che funzionano solo nei libri o nei loro autori.

 Si potrebbe addirittura affermare che il liberalismo del Presidente Reagan è opposto a quello che oggi viene definito, nel discorso politico comune, “liberalismo”.

 Nel primo caso, come anche nel pensiero einaudiano e crociano, i valori liberali si fondano sulla morale comune, sulla spiritualità umana, cattolica, protestante o laica-mazziniana, sulla società naturale e, quindi, sulla famiglia e sulle libere associazioni.

 Molto del liberalismo attuale, invece, è costrittivo quanto il vecchio pensiero socialista: costringe a comportamenti irrazionali o pericolosi  nella morale sessuale, che viene posta al centro del comportamento sociale, impedisce la diffusione dei valori tradizionali per dare libero sfogo alle follie multiculturali di moda, crea continui e nuovi diritti senza il mazziniano corrispettivo dei doveri.

 Nulla di più lontano dal pensiero di Ronald Reagan, che era liberale perché era un uomo morale, nel senso kantiano del termine, ed era liberista perché credeva in Dio e nella Sua presenza nel cuore di ogni uomo.

 E la crescita economica, che pure negli anni di Reagan passò dal -0,3% del 1980 al +4,1% nel 1988, fu certo spinta dall’aumento della spesa pubblica, ma questo non era affatto in contraddizione con le idee del reaganismo.

 Infatti, nei primi tre anni degli ’80 il Presidente ridusse le tasse sul reddito del 23%, per non parlare delle deduzioni standard, dei limiti massimi alla tassazione, fino ad una riduzione dal 70% al 28% della fiscalità per i redditi più elevati.

 Più che il mito della ricchezza, che pure è calvinisticamente presente nella psicologia americana, per Reagan contava il fatto che i ricchi, se sono meno tassati, spendono percentualmente più dei poveri e quindi stimolano più e meglio l’economia.

 E, peraltro, non è alieno dal pensiero fiscale reaganiano il dovere dei più ricchi a sostenere le arti, la cultura, i redditi dei più poveri liberamente, senza le macchine statali che, normalmente, sostengono solo sé stesse.

 E’ vero, però, che Reagan non ridusse, di fatto, la grandezza della spesa pubblica, dato che egli fece aumentare grandemente la spesa militare.

 Ma è proprio della storia economica USA utilizzare la spesa per le Forze Armate come volano non solo per l’economia, ma per la scoperta di nuove tecnologie, di nuovi materiali, di nuovi prodotti.

 Senza l’avventura spaziale USA non avremmo  gran parte della tecnologia elettronica che oggi tutti utilizziamo, perché nessuna azienda avrebbe avuto i capitali e il tempo necessari per sperimentare, come è successo con il Programma Apollo americano, una infinita serie di nuove tecnologie.

 La IDS contro l’URSS, poi, portò ad una rapidissima evoluzione delle tecnologie laser e dei computer superveloci, e anche qui solo la spesa pubblica, indirizzata verso un obiettivo di potenza geopolitica, può fare la differenza.

 Come affermava Keynes, che era più liberale e liberista di tanti suoi seguaci, lo Stato deve investire nei prodotti e nelle procedure che sono troppo costose per i privati e poi, quando il processo o prodotto diviene economico e necessario, allora è il momento di farlo fare ai privati, che tendono a razionalizzare i costi.

 Ed è stato in questo modo che, pur non essendo certo definibile come un keynesiano, Reagan ha disattivato la stagflation che si era diffusa nell’economia americana durante gli anni di Jimmy Carter.

 C’è certamente un nesso tra patriottismo, fierezza nazionale, voglia di difendersi dal nemico e crescita economica.

 Reagan ci ha insegnato che un Paese fiero di sé, della sua storia e dei suoi valori, esce dalla crisi economica con maggiore rapidità ed efficacia di quelli che ormai sono abituati ad odiare sé stessi ed a leggersi con gli occhi dei loro nemici, come oggi sta accadendo a tutto l’Occidente.

 Speriamo che l’eredità di Ronald Reagan ci spinga ancora avanti, verso la nostra Civiltà, che è universale e umana.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France