Da due giorni aerei russi, scortati da MiG29 siriani, hanno sorvolato le aree del Daesh/Isis senza bombardare, mentre i servizi siriani, quelli del Cairo, dell’Iran e dell’Iraq collaborano attivamente con quelli militari russi.

 Dal punto di vista strettamente strategico, l’operazione lanciata da Mosca, e minuziosamente preparata nei mesi scorsi, è la chiusura dello spazio del Grande Medio Oriente a tutte operazioni del Fianco Sud della NATO.

 Con gli effetti energetici e geopolitici, anche in rapporto alle forniture russe di petrolio e gas, che si possono facilmente immaginare.

 Se i russi, che colpiscono sia le postazioni delle “brigate” jihadiste filo-qaediste che, nell’immediato futuro, quelle del Daesh/Isis, riusciranno nei loro intenti, l’area che va dal nesso Siria-Iraq (non dimentichiamoci che Al Baghdadi è l’erede di Zarkawi, il capo della ribellione di Al Anbar in Iraq) fino al Golfo Persico sarà di pertinenza di Mosca, e gli USA e l’Alleanza Atlantica dovranno pagare il pegno per penetrarvi, ma solo come potenze secondarie.

 Si è creato, con questo intervento di Mosca, un linkage tra gli idrocarburi russi e quelli, immensi, del Medio Oriente, è come se la Russia scrivesse, con una guerra regionale, il suo trattato di adesione all’OPEC, ma alle sue condizioni.

 Finora sono stati portati a Latakia ventotto velivoli russi da guerra, tra aerei e elicotteri, trasferiti quasi tutti dalle Basi 387 e 368 di Budjonnovsk, nel Caucaso; mentre gli USA fanno base ad Incirlik, in Turchia e nel Bahrein.

  Israele ha già inviato, dal canto suo, due mini-AWACS, aerei per la rivelazione di segnali, del tipo Gulfstream 550 sulle coste libanesi, in missione di pattugliamento e segnalazione.

  I droni russi Pchela 1T hanno già più volte  volato sopra le formazioni dell’Isis/Daesh per identificarne le forze di attacco vicino all’area di Latakia, ma le prime operazioni dei russi hanno colpito i militanti di Al Qaeda e del Daesh a Dair Hana e Ghanam, sempre nell’area di Latakia e, tre ore dopo, le postazioni jihadiste a Laminah e Qafr Zita, nel governatorato di Hama, oltre alla “terza ondata” di attacchi aerei che ha colpito le aree del Califfato nelle altre cittadine del governatorato di Homs.

 Tutte le operazioni erano state segnalate, ore prima, ai Servizi israeliani e nordamericani.

 Se quindi, lo ripetiamo, il soccorso russo unisce le forze siriane, iraniane e irachene contro il jihad, sia qaedista che “territoriale”, come quello dell’Isis/Daesh, gli USA e la NATO vengono automaticamente esclusi dal quadrante mediorientale, con l’aggravante USA di aver mantenuto, durante gli scorsi mesi, il peggior tipo di relazione con Israele che fosse possibile.

 Lo Stato Ebraico, quindi, dovrà fare i conti soprattutto  con Mosca, oltre che con una sempre più fredda e lontana Washington, mentre i russi creano una rete di contatti con il mondo sciita che esclude il potere sunnita dell’unico loro  alleato rimasto nel quadrante mediorientale, l’Arabia Saudita, sempre più impegnata in una gara di supremazia nell’universo sunnita-wahabita e contro la “setta di Ali’” al potere a Teheran.

 Non è nemmeno da escludere che Mosca possa mettere le mani sul materiale di intelligence detenuto dai Servizi iracheni, materiale che potrebbe essere utile per neutralizzare le forze USA e quelle saudite presenti nell’area dei combattimenti.

 Nell’area di Latakia, però, non ci sono ancora molti  uomini del Califfato, ma soprattutto i qaedisti di Al Nusra e i jihadisti dell’Esercito della Conquista, Jaish Al Fatah, una alleanza di gruppi del Jihad presenti nell’area di Idlib.

 Il dispositivo militare russo in Siria possiede anche sofisticate strutture missilistiche, i missili antiaerei Sa 15 e Sa 21,  il che è strano, visto che l’Isis/Daesh non ha una aviazione militare. Ma potrebbero averla i suoi protettori.

 Peraltro, ci sono notizie che un sottomarino nucleare russo, il TK 208 Dmitri Donskoy (codice NATO Typhoon) stia muovendosi verso le coste siriane.

 Se, durante la guerra fredda, la dottrina militare russa non faceva differenza tra armi convenzionali e nucleari, ma solo di efficacia nell’uso,  non si può escludere che Mosca voglia marcare il territorio siriano con una minaccia estremamente elevata, tale da escludere ogni minimo attacco da parte dei Paesi che sostengono il jihad nel Grande Medio Oriente.

 Ma è probabile che le  postazioni terrestri serviranno in una fase successiva, quando le operazioni russo-siriane  verranno allargate alla Turchia e alle altre zone di confine del sistema siriano.

 Anche la guerra russa in Siria sarà una “guerra ibrida”: un mix di operazioni convenzionali, guerriglia, azioni di psyops, rivolte pacifiche che copre tutto lo spettro delle ostilità. Come in Ucraina e, prima, in Georgia.

 E’ una variante della “guerra senza limiti” elaborata da alcuni strateghi cinesi anni fa.

 La Turchia è il Paese che rappresenta il vero asse dell’ambiguità con il Califfato, che in parte sostiene insieme a Riyadh e in parte combatte, ma soprattutto per colpire le zone curde, che sono la vera finalità della guerra attuale, per Ankara.

 Anche in guerra ci sono quelle che Pareto chiamava “derivazioni” e i “residui”, ovvero le ipotesi generali basate sui vecchi fatti e le memorie delle azioni trascorse. Tutte e due deformano la percezione reale ed efficace degli eventi.

 Per la Turchia, ancora, si tratta soprattutto di risolvere la partita con i curdi, mentre Erdogan sogna ancora di prendersi le aree sunnite della Siria per espandere il proprio progetto panturanico verso l’Asia Centrale fino al Turkmenistan e alla minoranza “turchesca” presente in Cina.

 Strano che la NATO, di cui la Turchia è membro importantissimo, non abbia ancora meditato su questa strategia globale di Ankara, del tutto estranea ai fini e alla logica difensiva dell’Alleanza Atlantica.

 Gli USA, è noto a tutti, vogliono la testa di Bashar el Assad, che certamente è un “tiranno” feroce ma è meno pericoloso del Califfato, mentre la Russia è un antico e forte alleato della Siria alawita, nata dal misticismo filosciita dell’arabista dei Servizi francesi che partecipava agli accordi Sykes-Picot: Luis Massignon, terziario francescano e “iniziato” ai misteri del “Vecchio della Montagna”.

 Mosca potrebbe pensare a costituire, sotto la sua protezione, un “alawistan” con l’area sciita eterodossa della costa siriana, il Libano degli Hezbollah, mentre combattenti iraniani si stanno in queste ore aggiungendo al “partito di Dio” libanese, l’area sciita centrale dell’Iraq e le zone alevi dell’interno della Turchia.

 Se questo ridisegno del Grande Medio Oriente andrà a buon fine, i sunniti diretti dall’Arabia Saudita avranno una potenza sciita equipollente e contraria, sostenuta sia dal’Iran che dalla Russia.

  E l’Occidente, lo ripetiamo, ne sarà escluso, malgrado l’ambiguo trattato P5+1 con Teheran sul nucleare e le future aperture commerciali all’Europa e agli USA dell’Iran “liberale” di Hassan Rowani.

 Il commercio viene dopo la strategia, non la fonda e non la giustifica.

 La strategia globale, come la matematica, si autodimostra.

  C’è però una base geoeconomica in tutto questo nuovo sistema mediorientale: nel 2009, la Qatar Petroleum espandeva gli investimenti per triplicare, entro il 2013, la propria produzione di gas naturale.

 Turchia, Arabia Saudita e Qatar, nello stesso anno 2009,  proponevano ad Assad di costruire una sezione del gasdotto che passasse sul territorio siriano verso i mercati europei.

 A questo fine, il Qatar prevedeva di utilizzare una parte già in opera del Nabucco, che veniva sostenuto dalle sempre più scarse risorse gaziere del giacimento azero  di Shah Deniz II.

 Bashar el Assad invece si accordò subito con l’Iran per un oleodotto alternativo che passava per l’Iraq per poi concludersi in Siria.

 I Paesi sunniti interessati all’accordo del Qatar, che Bashar rifiutò, hanno quindi organizzato, spendendo la cifra folle di quattro miliardi di dollari Usa, il jihadismo nel quadrante sirio-iracheno, con il supporto della Turchia, sempre più collegata, strategicamente e economicamente, con Riyadh.

 Anche USA e UE erano d’accordo nell’eliminare Assad, e infatti gli americani organizzarono un gruppo iniziale di 5500 jihadisti sunniti, provenienti da tutte le zone wahabite o estremiste.

 Gli Usa hanno poi addestrato poche centinaia di jihadisti “moderati” (qualunque cosa questo voglia dire) per rovesciare il “tiranno” Assad, mentre spesso questi “moderati” defezionavano verso il Califfato o il Fronte Al Nusra, come accadde con lo “Squadrone 30”, addestrato dagli americani e presentatosi in massa ad Al Nusra, il braccio siriano armato di Al Qaeda.

 In sostanza, se la Russia vincerà la sua partita nell’area avremo una nuova disposizione dei potenziali strategici del mondo arabo: non più una divisione tra Medio e Grande Medio Oriente, ma una fusione geopolitica tra l’area del Golfo e il mondo petrolifero e non dell’Asia Centrale, per deviare, almeno in parte, il flusso degli idrocarburi verso il gruppo della Shangai Cooperation Organization e in particolare la Cina, che infatti si dice stia finanziando, in parte, lo sforzo russo in Siria, che serve per creare un cuscinetto di sicurezza all’alleato storico di Pechino nell’area, l’Iran.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France