Nell’ottobre del 2014 viene fondata, a Pechino, la AIIB, la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture.

  La fondazione stessa contiene una polemica implicita, e presenta una evidente alternativa,  sia al Fondo Monetario Internazionale che alla Banca Mondiale e alla stessa Asian Development Bank, nata ai tempi della vera “guerra fredda”, nel 1966.

  La ADB era stata fondata, lo ricordiamo,  per fare da supporto della politica USA, europea e giapponese nell’area del Pacifico.

 Una banca per la “riduzione della povertà” e, oggi, per lo “sviluppo sostenibile”. Ovvero niente infrastrutture e nuove tecnologie.

 La AIIB era stata proposta dalla Cina nel 2003, ed oggi raccoglie il sostegno di ben 57 stati, dei quali 18 sono del tutto extrasiatici:  Austria, Brasile, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito.

 La Cina, nella nuova AIIB, ha il 30% delle quote e conserva un diritto generale di veto.

 La logica di tutto questo è chiara: nella prospettiva di una progressiva autonomia della Cina dal contesto nordamericano e, soprattutto, dalla presenza USA nel sistema finanziario asiatico, Pechino vuole una banca ad hoc per le grandi infrastrutture che libereranno definitivamente il suo potenziale economico (e politico) verso la direzione terrestre della storica Via della Seta.

 L’iniziativa appunto  “One Belt, One Road” che è la versione, partendo da Pechino, della nuova “Via della Seta” che libererà il potenziale produttivo, geopolitico, demografico e militare della Cina futura.

 E, per la sua parte marittima, copre proprio i vecchi Paesi ASEAN già alleati degli USA: Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos PDR, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam.

 La “collana di perle” cinese si espande dal già raggiunto  controllo militare dei mari regionali alle economie interne;  e crea una sua nuova “collana” geoeconomica che, tendenzialmente, si collega a Pechino per internazionalizzarsi.

  La Cina, quindi,  come elemento di accelerazione della globalizzazione asiatica in contrasto con la globalizzazione incentrata sugli USA.

 Più volte Xi Jinping ha recentemente ricordato che, senza nuove infrastrutture di collegamento tra Cina, Hearthland centroasiatico, la nostra penisola eurasiatica (e Giappone, oltre che Taiwan) lo sviluppo economico e demografico di Pechino non può che bloccarsi prima del suo pieno fulgore, del suo, per dirla con il gergo dei manager, break-even point.

 La banca appena fondata promuove, appunto, con un mix di capitali pubblici e privati, lo sviluppo delle grandi infrastrutture e delle imprese pubbliche e private.

  Il capitale sottoscritto, visto lo Statuto dell’AIIB, è di cento miliardi di dollari Usa, divisi in quote numerate da milione di dollari e quindi con un costo azionario netto di 100.000 Usd l’una.

 Le quote suddette sono divise in azioni già acquistate e in titoli da “chiamare”, quelle già saldate sono, in totale, venti miliardi di Usd, mentre le altre saranno “chiamate”, pro quota, dai vari membri in funzione delle operazioni già decise.

  Le attività, sempre da statuto, si dividono, nel contesto AIIB, tra quelle ordinarie, finanziate con le risorse interne della banca, e le altre, sostenute dai fondi “on call” della AIIB.

 Essa può conferire prestiti diretti, cofinanziare progetti e imprese, investire in equity funds già attivi gestiti da terzi, garantire prestiti a terzi da parte di un ente finanziario diverso dalla AIIB, gestire i propri fondi di investimento diretto, può inoltre garantire assistenza alle imprese e agli Stati che ne facciano richiesta.

 Naturalmente la Banca Interasiatica può anche raccogliere risorse, accedere a prestiti, gestire fondi di terzi in ogni Stato membro o altrove.

  Nessun membro del board può eccedere in risorse dedicate al proprio Paese o negare, senza giustificato motivo, risorse ad altri Paesi membri.

 Dal 1 Settembre 2015, il direttore dell’intera struttura è il cinese Jin Liqun.

  Certo, la quota di investimenti, diretti e non, in Asia è bassa rispetto alle altre variabili macroeconomiche attuali della regione: l’AIIB investirà infatti circa 8 trilioni di dollari Usd, in parte già distribuiti, fino al 2020.

  Naturalmente, la Banca Mondiale è più potente, sul piano della liquidità, con i suoi 223 miliardi di Usd di riserve di contro agli attuali 160 miliardi di Usd della nuova banca interasiatica.

 Ma siamo agli inizi, e tutto è ancora da definire sul piano geofinanziario.

  La nuova banca interasiatica è anche un modo, politicamente accorto, di utilizzare, in un contesto globale, l’immensa quantità di riserve cinesi in divise estere che caratterizza, da sempre, la politica industriale export-led di Pechino.

  Nella logica del fondatori cinesi, l’AIIB dovrebbe progressivamente elevare il PIL dei Paesi asiatici periferici, il che produrrà certamente una maggiore domanda aggregata che sarà poi a disposizione della Cina, certamente, ma anche dei partecipanti alla banca per le infrastrutture di cui stiamo parlando.

  Interdipendenza forte, quindi, tra Pechino e i Paesi asiatici minori, alla quale parteciperà il sistema dei Paesi europei che hanno aderito al progetto della Banca.

  Una sorta di Piano Marshall cinese, che utilizza le sovrariserve in valute estere di Pechino e che unirà, nel progetto espresso da Xi Jinping nel 2013, di collegare insieme la vecchia Silk Road terrestre con quella marittima, per i cinesi ugualmente importante, anche sul piano militare e della sicurezza.

 Ma la Cina può anche fare da sola, in questo contesto geofinanziario.

 Ha già concesso, con  le sue banche nazionali, 1,4 miliardi di Usd allo Sri Lanka per migliorare le sue infrastrutture portuali, ben 50 miliardi di Usd per lo sviluppo delle reti energetiche e dei contratti collegati in tutta l’Asia Centrale,  327 milioni per gli aiuti economici all’Afghanistan, che sarà centrale per Pechino appena finirà la presenza militare occidentale in loco, e i soldi cinesi, in Afghanistan, saranno anch’essi spesi per ferrovie, strade, produzione di energia e raccolta e distribuzione delle acque.

  Secondo gli esperti cinesi, la sola AIIB, nel suo progetto “Silk Road”, arriverà, alla fine, ad investire la cifra immane di 21,1 trilioni di Usd.

 Per il Paese del Dragone Rosso, si tratta di costruire, per i propri interessi, naturalmente, il “Progetto Eurasia” in collegamento con la rete di alleanze vecchie e nuove della Repubblica Russa, che si muove, e vedremo che tra poco la Cina entrerà anch’essa nel grande gioco siriano, in direzione del Golfo Persico e della sua vecchia area di influenza sovietica, oltre che nell’Africa subsahariana e nell’Artico.

 Ciò che è stato lasciato libero dall’Occidente in crisi economica e di prospettiva geopolitica verrà, rapidamente, riempito dalle iniziative del nesso attuale dello Hearthland, quello russo-cinese.

  Per Pechino, le economie dell’area AIIB sono complementari, cosa che, peraltro, non sembra finora, in un contesto di produzioni a basso valore aggiunto, un criterio del tutto condivisibile, ma si tratta comunque di economie a bassissimo livello tecnologico.

 Un nesso, quello tra Mosca e Pechino, che potrebbe crollare solo se UE e USA potessero permettersi di giocare economicamente l’una contro l’altra nazione, ma per questo occorrono ben altre classi dirigenti e ben altri progetti geopolitici diversi dal banale  “tutti a casa” tipico della UE attuale  e dell’America di Obama.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France