Cosa accadrà è presto detto: l’Europa fallirà economicamente sotto il peso del costo del welfare attribuito anche ai milioni di migranti che si affacciano alle nostre coste.

 Le nostre produzioni sono in gran parte “mature” e i debiti pubblici dell’Eurozona non permettono l’elasticità insufficiente per sostenere questo grande extra umanitario.

 Ancora: le immense masse di migranti, favorite da una ideologia à la carte che è divenuta dominante nel nostro Continente, creeranno isole molto vaste di elettorato identitario, che peseranno molto nel politicking dei vari candidati alle elezioni.

 Loro voteranno, i nostri elettori saranno vieppiù spinti verso il non-voto. Le issues elettorali, grazie anche alla ideologia à la carte suddetta, lasceranno insoddisfatti i vecchi elettori e favoriranno i nuovi venuti.

 L’elettore distratto e minoritario dell’Occidente ancora opulento sarà sostituito dal votante appassionato, identitario, settario e allogeno.

  E ancora: la massa dei migranti si troverà ad essere occupata nella rete informale delle economie “grigie”; e quindi il ritorno fiscale dell’immigrazione sarà sempre meno rilevante, e allora il costo del welfare sarà ancora, unitariamente, maggiore.

 Una Europa quindi senza identità, senza alcuna  idea strategica (e già non l’aveva) senza la possibilità di costruire un proprio progetto autonomo dalla crisi mediorentale, che la sta sommergendo.

 Un Continente che dovrà scegliere: o il flebile sostegno atlantico, in relazione alla correlazione tra le politiche UE e quelle USA, soprattutto in campo economico, oppure l’accettazione dell’ukase russo, che implicherà l’abbandono del nesso atlantico e la regionalizzazione definitiva del Vecchio Continente.

 Destinato in questo  caso a fare da area produttiva e tecnologica di un sistema economicamente debole, come accadeva alla Germania Est verso l’URSS,  durante il Patto di Varsavia.

 Mi viene in mente un brano del Voyage en Russie di De Custine: un nobile scende dalla sua carrozza e prende a frustate il cocchiere, che non reagisce.

 Sarà questo il nostro futuro di Europa, se ci vendiamo all’Est senza un chiaro rapporto di dare e avere, che peraltro sarà sempre da monitorare.

 E’ questo allora lo scenario finale della crisi europea, che si dibatte tra un umanitarismo da salotto e una reazione populista irrazionale e impossibile da gestire, esattamente come gli sbarchi dei migranti.

 Due soluzioni che non colgono il punto reale del problema europeo.

 La colpa primaria  è di chi ha incendiato il Grande Medio Oriente, mirando all’Iran, con il quale poi ha fatto un accordo discutibile, lo abbiamo spesso analizzato qui, in cambio di una apertura economica che ancora non possiamo valutare esattamente. Ma non sarà certamente quella entusiasticamente prevista dagli analisti.

 Hanno incendiato il Maghreb con le “primavere arabe”, versione assolata delle “rivoluzioni arancioni” del Caucaso.

 Pensavano di isolare Al Qaeda ma le reti interne e parallele al jihad hanno coperto la “rivoluzione” utilizzandola per i propri fini.

 I “ragazzi” di Piazza Tahrir, al Cairo, erano protetti dai paramilitari della Fratellanza Musulmana, che poi vincerà temporaneamente le elezioni, giusto in tempo, appunto, per aprire il Sinai al jihad della spada contro Israele e per destabilizzare le periferie egiziane.

 Per non parlare della creazione, dopo il JCPOA del P5+1 con l’Iran,  di due variabili strategiche primarie: l’entrata, tramite il “nuovo” Iran, della Cina nel quadrante mediorientale, e la perdita di senso geopolitico della guerra in Siria, nata per isolare Teheran.

  E allora, perché regalare ai sunniti l’area confinaria all’Iran, destabilizzando di fatto il Vecchio Continente? Forse che l’Iran è più importante dell’Europa, secondo alcuni strateghi della domenica?

 Bene: l’Europa è incapace di combattere e, quindi, di pensare sé stessa. “Chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso”.

  Lo diceva, lo ricordo,  il “Che” Guevara.

 Il pensiero è un porre confini, lo affermava Heidegger, e pensare è stabilire limiti.

 L’Europa si pensa come una non-identità, in parte per la permanenza dei meccanismi nazionali, in parte ancora per la sua insufficiente e peregrina unione economica e monetaria, anch’essa foriera di tensioni nel mercato-mondo.

 Occorre allora stabilire che: a) si creerà una forza di intervento delle nazioni europee in Siria, a protezione delle aree ancora libere dal Califfato e della Siria di Bashar el Assad, che è certamente “un tiranno”, come dice l’ingenua narrazione occidentalista, ma è sempre meglio di Al Baghdadi e del suo ferocissimo “califfato”, b) si ridefinirà una nuova ripartizione del Grande Medio Oriente, che va lasciato a regimi amici dell’Europa e dell’Occidente, proprio come ai tempi del Trattato Sykes-Picot.

 Allora: la Siria, con una parte del Libano, ad un regime post-baathista non sunnita tutelato da un trattato tra Russia, Europa e USA, il Libano, qualunque sia il frazionismo religioso locale, ad una tutela della UE, anche militare, visto che i tempi della missione UNIFIL II sono tali da poterla definire una forza di occupazione.

 L’Iran sarà, come peraltro teorizzano alcuni suoi strateghi, proiettato nell’area sciita caucasica e centroasiatica, verso una sua dimensione terrestre che marginalizza la postura minacciosa di Teheran sul Golfo Persico.

 L’Iraq, il “fallo primo” della democratizzazione universale ma senza criterio degli anni ’90, la discomusic della geopolitica, sarà gestita da un trattato che riconoscerà il peso russo, quello iraniano, gli interessi europei e quelli cinesi, tutte questioni che non possono essere risolte dal business as usual delle compagnie petrolifere.

 Occorre il pensiero nuovo: “il pensiero è il fiore, il linguaggio il boccio, l’azione il frutto”, come diceva Ralph Waldo Emerson.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France