Prima di tutto i dati, quei dati di un fenomeno che ritenevamo dimenticato ma che segna ancora i destini dell’Africa e di alcune altre aree dimenticate dallo sviluppo globale planetario di questi anni. La schiavitù, il traffico di esseri umani, genera oggi oltre 15 miliardi di dollari l’anno, per un totale presunto di 35 milioni di persone. Il 55% delle vittime di queste attività illegali sono donne e bambini, le prime soprattutto per il mercato del sesso, gli altri per adozioni illegali o per il lavoro obbligatorio. Il mercato sessuale occupa il 22% delle persone vendute e comprate nel mondo, una cifra da capogiro, che mostra anche come sia decaduto il nostro tessuto civile, mentre il 26% delle vittime di questo immondo traffico sono bambini al di sotto dei diciotto anni. Fuori dai dati percentuali, le organizzazioni internazionali che si occupano del problema, che è ancora colossale, si tratta di 21 milioni di esseri umani costretti ai lavori forzati, 19 milioni sono sfruttati in condizione schiavile da individui o aziende, e oltre 2 milioni di uomini e donne sono costretti ad operare nei gruppi ribelli o negli “stati canaglia”. Cinque milioni sono gli esseri umani, soprattutto donne e bambini, che sono costretti a operare, sempre come schiavi, nel torbido mondo della sessualità illegale, mentre tutti gli altri operano, sempre come schiavi, nei settori economici “bianchi”, laddove l’utilizzo di manodopera servile porta a tutta la sequela dell’economia “nera”: fornitori di schiavi, usurai, organizzazioni criminali che eliminano il mercato 3 dei fornitori, riciclaggio. Inutile contare poi l’immensa massa di schiavi utilizzati nelle tribù, nelle famiglie allargate, nei clan, nelle aree marginali e quasi irraggiungibili dell’Africa e dell’America Latina. Si tratterebbe, secondo le mie personali stime su fonti ONU, di altri 3 milioni e mezzo di persone. Il resto del totale dei nuovi schiavi sono uomini, sempre per lavoro, e ancora i ragazzi, utilizzati sia per i consumi privati e illeciti e, ancora, per il lavoro senza alcuna tutela. Un lavoro che si può chiamare anche guerra, tribale o per procura. Detto tra parentesi, la causa sociologica di questa terribile involuzione rimanda a una carenza di leggi sulla protezione e la tutela del lavoro, da sempre carenti in Africa, e dalla “liberalizzazione” malintesa avvenuta in alcuni stati del Continente Nero, che li ha inseriti nel circuito della globalizzazione dalla parte dei perdenti. Perfino gli USA, tradizionale land of freedom, presenta una popolazione schiavile di oltre 60.000 elementi, in parte nel settore del “lavoro sessuale” e, ancora, nella manodopera agricola degli Stati del Sud. Ma la maggiore quantità di schiavi, oggi, non si trova, percentualmente, in Africa, ma in India, che utilizza il lavoro di ben quattordici milioni di schiavi, soprattutto nelle aree agricole, spesso messe sotto pressione sia dalla elevata tassazione che da una vecchia conoscenza delle campagne europee, l’usura. Ricordo che furono i francescani a lottare, per primi, per l’utilizzazione nei prestiti di un tasso ragionevole, mentre fu proprio la Chiesa Cattolica a organizzare le prime reti di “banchi” contro l’usura contadina, quell’usura che aveva 4 costituito le prime fortune di famiglie come i Medici, gli Strozzi o i Bardi, che poi avevano investito gli ingenti ricavi nel commercio internazionale, ulteriormente moltiplicandoli. Ma è uno stato africano, la Mauritania, che ha la maggiore percentuale di schiavi nella sua intera popolazione: il 4%, ed esiste da secoli. La schiavitù, in quelle zone, compreso il Sahel e il Corno d’Africa, si basa tuttora sulla differenza sociale e culturale tra i berberi arabizzati nel Nord, che utilizzano il lavoro schiavile, e le tribù di colore a sud, che hanno formato da secoli la base per il commercio di schiavi. Ricordo ancora che fu Toynbee a notare come lo scontro irriducibile tra quelle che oggi chiamiamo “civiltà” non fosse tanto tra Occidente e Mondo Arabo-Islamico, ma tra arabi e razze di colore; e furono appunto i mercanti arabi i primi a entrare in massa nel fiorente mercato di esseri umani. E’ da notare che, ancora nei nostri anni, uno shayk saudita abbia dichiarato, in una fatwa, che “la schiavitù è parte dell’Islam, è parte del jihad e il jihad rimarrà in vita fino a quando ci sarà l’Islam”. Ovvero, è difficile separare, ed è questo un altro dei temi da studiare, la condizione di un lavoratore straniero in Arabia Saudita o in altri Paesi similari separandola nettamente da quella dello schiavo. L’Occidente ha le sue colpe, è verissimo, ma fu l’Impero Britannico a costringere quello ottomano, nel 1847, il traffico degli schiavi dall’Africa, una delle primarie fonti di reddito della Sublime Porta. Prima, l’Inghilterra aveva abolito la schiavitù nelle sue colonie con lo Slavery Abolition Act del 1834. 5 Tale normativa permetteva alle navi militari britanniche di abbordare i navigli dei mercanti di schiavi e di liberarne i malcapitati. E come non ricordare che l’Impero Romano, nel suo momento augusteo di massima fioritura, basò la sua economia sul lavoro schiavile e sul mercato europeo delle granaglie, dell’olio e del vino. La storia settecentesca dell’Europa Occidentale è tutta punteggiata, nei suoi vari Stati, da abolizioni parziali o totali del commercio di esseri umani, mentre fu Napoleone a reintrodurla, lui, Imperatore dei Francesi, contro la tradizione dei Re capetingi che avevano dichiarato, liberando gli schiavi, che “La Francia vuol dire libertà”. Oggi, la maggior parte di questi sventurati, e ricordiamo che la schiavitù comporta sempre una dose molto elevata di violenza fisica e morale, lavora nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere, nelle quali viene consumata la vita di molti bambini, come in Burkina Faso o in Sudafrica, o magari anche nelle fabbriche dei beni di consumo più economici e di massa, laddove occorre non solo comprimere, ma abolire il salario. C’è una schiavitù visibile anche nel Terziario, tra esercizi della ristorazione o della vendita. Anche in Occidente, malgrado le leggi e lo spirito della nostra civiltà, ci sono moltissimi “padroni” che utilizzano schiavi, e spesso riescono a nascondere questa loro attività anche alle autorità che controllano le attività economiche.Per non parlare delle infinite comunità etniche che, insediatesi in Europa, ripetono gli usi e i costumi lavorativi della loro terra di origine, basti pensare, in Italia, al caso di Prato. Dove spesso imprenditori senza scrupoli comprano dai 6 cinesi di Prato i tessuti, per poi andare a farli lavorare negli sweatshop africani del Senegal o del Mali, da mani di schiavi e a bassissimo costo. Quando il settore è “maturo” e mal gestito, quando il titolare è incapace, quando non c’è accesso al credito, il ricorso alla manodopera di schiavi è, per certi personaggi, una risorsa. E la politica e le Pubbliche Amministrazioni chiudono un occhio, o a causa della corruzione o per interessi elettoralistici, dato che l’economia “grigia” o “nera”, parzialmente o totalmente illegale, è quella che statisticamente dona più soldi per le campagne elettorali dei candidati locali o nazionali. Tra le schiavitù moderne, c’è quella per debiti, diffusa soprattutto, ne parlavamo prima, tra i contadini indiani, quella sessuale, che vale soprattutto per i mercati “ricchi” e in cui l’evoluzione dei costumi ha portato ad una molteplicità di abitudini erotiche che prima erano socialmente sanzionate, oltre che dalla legge, quella che, modernissima, si inserisce in un rapporto di lavoro apparentemente normale. Se il salario è minimo, e accade anche per alcuni settori di “colletti bianchi”, perfino negli USA, non si può vivere una vita minimamente dignitosa, si abita negli autobus vuoti o nei treni fermi, ci si indebita oltre misura, non si possono far figli né tantomeno mantenerli. Gli effetti del lavoro schiavile sono anche questi: debilitazione del patrimonio umano, sia sul piano sanitario che culturale e sociale, creazione di gruppi borderline con la malavita che controllano e utilizzano schiavi, anche in Occidente, depopolazione nei Paesi in Via di Sviluppo e 7 sovrappopolazione relativa in quelli sviluppati. Esattamente il contrario di quello che occorrerebbe, anche se ormai il nostro Continente ha superato la soglia di massimo pericolo, per quanto riguarda la desertificazione riproduttiva. Se è vero che, in alcuni casi, la migrazione della forzalavoro è un bene sia per chi riceve i nuovi lavoratori che per i Paesi che li lasciano andar via, è anche vero che, tanto maggiore è la quantità di migrazione, tanto maggiore è anche la quota di traffico di schiavi che si inserisce in questi flussi. La migrazione depaupera Paesi che sono da sempre sovrappopolati, e ce lo ricorda la stessa Africa, oggi sotto la pressione demografica del suo youth bulge che le ha fornito una quantità inimmaginabile e largamente eccessiva di giovani in età da lavoro e che non lo possono trovare in loco, e la migrazione fornisce manodopera a basso costo e a bassa qualificazione per i settori maturi e a basso tasso di produttività delle economie del Primo Mondo. Occorre quindi inventare una normativa che, nei singoli Stati, protegga a garanzie crescenti e in modo specifico i nuovi lavoratori esteri, per la tutela sanitaria, per le abitazioni, l’educazione dei figli, le assicurazioni per la vecchiaia. Si potrebbe immaginare, in questo contesto, più che una nuova tassa per i produttori un nuovo balzello o sulle transazioni bancarie, da stabilire in coordinazione con le banche estere, oppure una tassazione sulla musica e i film on line. Il problema è che, malgrado oltre dodici convenzioni internazionali contro la schiavitù, ben trecento trattati 8 internazionali bi- o multilaterali sempre sullo stesso argomento, oggi vi è più schiavitù nel mondo che in ogni altra epoca passata dell’umanità. Il lavoro è sempre più scarso, la manodopera abbonda, e quindi nei paesi che, nel Terzo Mondo, o vogliono liberarsi della sovrappopolazione o che intendono giocare la carta della globalizzazione e della export economy, arriva la fortissima tentazione della schiavitù. La nazione con la maggiore percentuale di schiavi rispetto al totale della popolazione, lo abbiamo visto, è l’India, con 3,2 esseri umani in cattività, poi abbiamo la Cina, con 3,2 milioni di nuovi schiavi, e qui abbiamo la dimostrazione del nesso tra modernizzazione economica rapida e schiavitù, poi, terzo, il Pakistan, con 2,1 milioni di schiavi, soprattutto in agricoltura, infine l’Uzbekistan (1,2 milioni di esseri umani in schiavitù, e poi, cosa strana, la Russia, che fornisce lavoro obbligato soprattutto per il mercato del sesso. Quindi, lo ripeto, il nesso è tra rapida modernizzazione dell’economia, sovrappopolazione relativa e scarso controllo, o per corruzione o per incapacità, della Pubblica Amministrazione. Penso qui alle fabbriche di abbigliamento nel nostro Meridione, dove il lavoro schiavile è previsto e, addirittura, si pretende, da parte dell’imprenditore, una “tassa” che la famiglia paga per avere al lavoro i propri figli. C’è poi da non dimenticare che, in una cultura, come quella occidentale attuale, dove il lavoro è svalutato e messo ai margini della società, come simbolo e come prassi, la protezione di esso da parte delle leggi e della stessa società civile è minima. La svalutazione del lavoro, il 9 suo basso costo diffuso, anche in presenza di forti utili delle aziende, è uno dei tratti che più distingue il XXI secolo dal Novecento, periodo in cui sono nati il socialismo, la dottrina sociale della Chiesa, il cooperativismo repubblicano, il comunismo e la socialdemocrazia del welfare state. Davvero un altro mondo, rispetto ad oggi. Anche il jihad territoriale del Daesh/Isis è una nuova forma di schiavitù: le donne “infedeli” rapite e costrette alla prostituzione per i piaceri dei militanti, il rapporto con i trafficanti di uomini mediorientali che utilizzano, per portarli nei campi di raccolta turchi, i disperati in fuga dalle loro terre, la stessa Turchia che usa la valvola del traffico illegale di esseri umani per condizionare l’Europa e gli USA. La schiavitù come arma e come strumento di pressione geostrategica, anche questo elemento dobbiamo mettere nel conto. Come risolvere la questione, e come sensibilizzare la grande massa della popolazione su questo tema? Impossibile pensare ad un risarcimento, come da qualche parte si è pensato. La colpa storica fu, in primis, dei mercanti di uomini noneuropei, e il nostro Continente ha in parte utilizzato il lavoro servile per la propria crescita ma, ricordiamolo con Marx, schiavizzando una parte della propria popolazione. Se ci fu, come negli USA, l’apporto di una vasta massa di schiavi, nel Sud agricolo, gli stessi Stati Uniti, con la guerra tra Confederati e Unione, dimostrarono che l’intimo tessuto della loro civiltà, che è anche la nostra, rifiuta moralmente e praticamente la schiavitù. Basti pensare, qui, alla creazione 10 della Liberia. Se ci furono, anche qui, esseri umani ridotti a schiavi si trattò, spesso, di immigrati bianchi provenienti dall’Europa delle guerre e delle carestie. Ricordo che gli italiani, arrivati ad Ellis Island per l’identificazione erano classificati, se sani, “non bianchi”. Gran parte della colpa storico-morale della schiavitù riguarda poi i capi politici africani dell’epoca, che accettarono i denari e le percentuali sugli affari condotti, letteralmente, sulla pelle dei loro cittadini. Non vi può essere qui un problema di colpa storica, i grandi fenomeni, tragici o positivi che siano, non hanno mai una sola causa e, spesso, la responsabilità è diffusa e irriconoscibile. Ma, dato che il problema della schiavitù attuale è tra i più rilevanti del globo, certamente occorrerà immaginare una Giornata della Memoria Contro la Schiavitù”. Ma non si deve solo usare la memoria, bisogna pensare concretamente al lavoro schiavile che, come dice uno studioso americano, “è alla porta accanto”, alle tante situazioni che, con la scusa delle “tradizioni culturali ed etniche”, utilizzano schiavi, a tutto il mondo grigio del lavoro pagato al di sotto del minimo, tanto oggi si esporta e non è più interessante sostenere, con i salari, il mercato interno. Gravissimo errore, che sarà presto a tutti evidente. Certo, l’umanitarismo cattolico, socialista, laico dell’Italia è un vero e proprio “patrimonio dell’umanità”. Figure come La Pira, non a caso tra coloro che redassero il Codice di Camaldoli, Aldo Capitini, religioso di una sua umanità futura che collega i morti e i viventi, San Francesco, poeta della natura e dell’umanità senza limiti di 11 razza e credo, i tanti generosi umanisti, anche nel mondo dell’impresa, e penso a Adriano Olivetti, sono segni che qui, in Italia, il problema è sentito e compreso da sempre. Liberare uno schiavo vuol dire liberare anche sé stessi.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France