Le Nazioni Unite sono oggi un problema e non una soluzione. Esse si sono strutturate, come è noto, come elemento di stabilità internazionale con Roosevelt e Truman, nel 1945, alla conferenza di Dunbarton Oaks nel giugno 1944  e poi a San Francisco l’anno successivo, dove fu firmato il Charter dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Alla prima conferenza parteciparono in pochissimi: gli Stati Uniti, che volevano evitare il fallimento della Lega delle Nazioni, prima ideata e sostenuta da Theodor Roosevelt e poi bocciata da un voto dello stesso Senato USA, la Gran Bretagna, ancora potenza coloniale, la Cina e l’Unione Sovietica.

Era evidente già allora che l’ONU si definiva come camera di compensazione strategica degli equilibri raggiunti dopo la seconda guerra mondiale; e che le Nazioni Unite  implicavano sia la guerra fredda che il principio di parità tra i due blocchi.

Già allora Truman chiamava le potenze di Dunbarton Oaks “i quattro poliziotti”, quelli che dovevano evitare che i nuovi incendi geopolitici avvenissero nelle periferie delle rispettive aree di influenza, come era avvenuto, peraltro, nei due conflitti mondiali precedenti.

La Germania era divisa nelle Zone controllate dai vincitori,  e l’Europa, il centro di gravità dei due conflitti globali del Ventesimo secolo, era passata da polo di massimo sviluppo ed attrazione economica e geopolitica a semplice “preda di guerra”, equamente divisa tra i due blocchi sovietico e atlantico.

Oggi l’Europa è ancora un nano politico e militare, ma la Germania riunita  è egemone nel Vecchio Continente.

Gli USA poi non sono più la superpotenza globale, anche se sono ancora determinanti in tutti i quadranti strategici mondiali, la Federazione Russa ha dismesso “le vesti dell’imperatore” sovietiche ma è ancora un potere militare globale e, diversamente da quello che accadeva nella sua fase bolscevica, cresce economicamente tramite l’uso, che Putin teorizzò nella sua tesi di laurea del 1991, del petrolio e del gas naturale come armi geoeconomiche verso l’Europa.

Scenario del tutto mutato, quindi, per non parlare della Cina, che è passata dai disastri del Grande Balzo in Avanti  degli anni ’50 e della Grande Rivoluzione Culturale e Proletaria che inizia nel decennio successivo al ruolo di “fabbrica mondiale” e di superpotenza economica e finanziaria  internazionale.

Un altro elemento che non conferma le ipotesi di una America prima inter pares tra i “quattro poliziotti” di Dunbarton Oaks.

Gli USA hanno bloccato Israele Francia e Gran Bretagna nell’azione di Suez del 1956, senza adoperare l’ONU, hanno prima sostenuto e poi abbandonato il Vietnam del Sud dal 1960 al 1975, hanno organizzato l’azione della “Baia dei Porci” contro la  Cuba castrista nel 1961, sempre senza il supporto dell’ONU. Sempre nel 1956, l’invasione dell’Ungheria da parte delle forze del Patto di Varsavia avviene senza che l’organizzazione di Dunbarton Oaks  ne sappia niente o possa fare qualcosa.

Invece che una proiezione dell’American century, le Nazioni Unite sono state sia un modo, da parte di URSS e Cina, di manipolare il decision making strategico a loro favore sia lo strumento non per evitare ma solamente per congelare sine die le guerre che avvenivano ai bordi degli imperi e nelle aree marginali del globo.

Il problema, nel 1945, era per Washington quello di evitare il risorgere della grande Germania egemonica in Europa, che era essa stessa il premio per la guerra vinta.

Nonché  per evitare il ritorno di un conflitto mondiale, che nessuno avrebbe potuto reggere.

Una Europa, quindi, da tenere sotto controllo sia sul piano economico e tecnologico che su quello politico-militare.

Una Europa che delega agli USA la propria sicurezza e la propria proiezione di potenza, che gli Stati Uniti hanno utilizzato a loro favore ma non sempre per sostenere i propri alleati europei.

Oggi la tensione tra USA e UE è soprattutto monetaria e economica, con Washington che non ha mai digerito la creazione dell’Euro, che vede come un pericoloso rivale del Dollaro, e la Unione Europea che si culla ancora nel sonno metafisico di una superpotenza, quale è, senza politica estera, senza armate, senza minaccia strategica, senza una prospettiva mediterranea e asiatica a medio e lungo termine.

Se l’ONU è ormai la fotocopia stinta di equilibri strategici che non ci sono più, la UE appare come l’accolita di Paesi tra loro concorrenti che, in politica estera e nel suo pensiero strategico, ripete il mito disneyano di una pace eterna da imporre senza strumenti credibili, come appare chiaro dalla gestione del disastro libico fino alla crisi epocale delle migrazioni bibliche proprio da quelle terre che videro i fatti narrati nella stessa Bibbia.

L’UE che fa l’ONU, insomma, emanando grida manzoniane che non impediscono, come peraltro accade anche nel testo manzoniano, che le masse lancino sassi e usino i picconi contro il governatore straniero.

Nell’ONU si organizzò quindi  questa secondarietà del Vecchio Continente, talmente importante che gli USA, diversamente da quello che voleva Churchill, avevano accettato la costituzione dei “satelliti” intorno all’URSS.

Il premier britannico arrivò, proprio negli anni in cui si costituiva l’ONU, perfino a progettare un piano, detto in codice “Unthikable”, “impensabile”, per fare la guerra a Mosca e rovesciare il regime sovietico.

Tutto, quindi, è cambiato da Dunbarton Oaks. Gli USA non sono più egemoni come lo erano nel secondo dopoguerra, la Russia non è più circondata da stati vassallo, ma anzi da qualche nuovo nemico e si pone come potenza globale, cosa che il mito comunista da un lato prescriveva ma dall’altro, con l’economia sovietica disastrata, non permetteva, la Cina è ormai il polo primario dello sviluppo economico e finanziario, l’Europa è unita ma senza alcuna idea strategica sul suo futuro.

Niente è come prima, ma le Nazioni Unite continuano a pensarsi come il centro di risoluzione di tutte le vertenze, le guerre, le tensioni, laddove i contrasti della guerra fredda si risolvevano nel rapporto diretto e riservato tra USA e URSS.

Inoltre, è bene non dimenticare mai che il Consiglio di Sicurezza è tutto composto, dall’inizio, nei suoi Membri Permanenti,  di Paesi che possiedono l’arma nucleare.

Anche il Trattato di Non Proliferazione, come l’ONU, è l’eredità di un vecchio modo di pensare strategico che speriamo si concluda presto.

Cosa ne sarebbe oggi di Israele se esso, pur senza dichiararlo, non possedesse il suo strumento nucleare? E’ ben facile immaginarlo.

Inoltre, tutti i Paesi del Golfo e moltissimi nel Medio Oriente sono o nucleari (e abbiamo qui discusso spesso dell’Iran) o sono sulla soglia del nucleare. E allora, perché l’Europa deve legarsi le mani nel Mediterraneo, in attesa che l’escalation atomica passi dalla minaccia alla interdizione delle contromisure  convenzionali?

L’UE che fa l’ONU, in un contesto in cui sia le Nazioni Unite che l’Europa credono nelle “alcinesche seduzioni”, come le chiamava Benedetto Croce, dell’umanitarismo universale e della pace perpetua di kantiana memoria.

La politica estera, in un contesto di multipolarità e di sostanziale equipollenza tra nuovi e vecchi attori strategici, non si fa con i principi astratti ma con la durezza machiavellica della forza utilizzata, per dirla con il Segretario Fiorentino, “tutta in uno colpo”, mentre i benefici si debbono fare “lentamente, perché meglio appaiano”.

Ormai i punti di equilibrio e i poli di aggregazione strategica sono molti, e riflettono la progressiva multipolarità del mondo che ci aspetta: si va dalla Shangai Cooperation Organization, con Cina, Russia, Kazakistan Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, il Trattato di Sicurezza Collettiva, per non parlare dei BRICS che recentemente hanno deciso di fondare un nuovo organo finanziario autonomo dal FMI, la Nuova Banca per lo Sviluppo, fino alla Lega Araba, che dovrebbe organizzare una sua forza militare autonoma nel breve termine, e alle tante organizzazioni regionali stabili che operano nel Sud Est asiatico, nel rapporto tra l’India e il suo estero vicino, per non parlare dell’OPEC e dei nuovi trattati che legano l’Iran ai paesi a maggioranza o a forte presenza sciita.

Se l’ONU avesse ancora un suo fondamento politico, sarebbe il naturale punto di riferimento di tutte queste organizzazioni, che invece vogliono fare tutto da sole, in fuga da quella che Amitav Acharia ha chiamato, in un suo libro dell’anno scorso, The End of American World Order.

  Non dobbiamo nemmeno dimenticare tutte le missioni ONU di peacekeeping e di peace enforcing, due seduzioni alcinesche che, oltre a costare carissime, non risolvono niente.

Su sedici missioni attualmente in azione, nessuna ha mutato i dati strategici primari delle aree in cui si trova ad operare: non il MINUSTAH ad Haiti, che non ha mai impedito gli scontri tra le fazioni, né tantomeno UNIFIL I e  II in Libano che, nata nel Marzo 1978 per monitorare l’uscita di Israele dal Libano, si configurano ormai come una vera e propria occupazione del territorio libanese.

Naturalmente, UNIFIL non ha impedito lo scoppio della “guerra d’Agosto” del 2006, i 34 giorni del conflitto durissimo tra gli Hezbollah filoiraniani e le forze dello Stato Ebraico, né tantomeno UNDOF, in Siria, ha impedito che scoppiasse la crisi regionale e si costituisse il jihad territoriale del Califfato di Al Baghdadi.

Quindi, il nuovo mondo multipolare avrà una pluralità di centri di equilibrio tra i vari poli strategici, e l’ONU può fare due cose: o mediare tra i vari centri, senza alcinesche seduzioni pacifiste  ma favorendo gli equilibri più naturali e stabili, oppure, come dicevano i Futuristi, “trovare un altro posto dove morire lentamente”.

 

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France