Tutte le epoche sono uguali davanti a Dio. E, aggiungo, di fronte al messaggio salvifico della Chiesa di Roma.

Il problema è chiarire da dove viene la crisi attuale e, quindi, da dove può provenire la sua soluzione.

Temporanea, come tutte le cose degli uomini, ma certamente con i segni carismatici della presenza di Dio nella sua direzione.

La Chiesa cattolica ha pensato spesso la crisi economica e sociale contemporanea.

 Dalla Rerum Novarum di Leone XIII, dove il punto dell’argomentazione era che la soluzione socialista era inaccettabile da parte degli stessi operai perché “lo scopo del lavoro è la proprietà privata, che è diritto di natura”.

 Il rimedio proposto da Papa Leone XIII era l’unione delle associazioni.

 Mezzo per raggiungerla erano, sempre per il Papa Pecci, la concordia, ovvero la non esclusione reciproca tra Capitale e Lavoro, la Giustizia, ovvero derivante dal fatto che il lavoro non degrada l’uomo, ma lo nobilita sino a portarlo ad essere   Imago Dei, la carità, infine, che mette insieme l’aspetto mistico della promessa, realizzata, di Cristo e la Sua manifestazione umana.

 Nella Rerum Novarum è esplicitamente previsto l’impegno dello Stato: per il “bene comune”, terminologia oggi abusata proprio dai nemici della Chiesa, e specificamente  per il bene degli operai.

 Ecco quindi il perimetro entro il quale la Chiesa di Roma intende i Tempi Nuovi, senza ritenerli ingenuamente l’avvio di una “nuova civiltà”, che non esiste fuori dalla Dottrina di Cristo, e pensandoli correttamente come l’inizio di una scissione antropologica, culturale, economica, tra le varie classi sociali, dato che deve necessariamente essere evitato, poiché la società umana è un tutto, non una composizione di gruppi sociali, ovvero classi, aliene tra di loro.

 Non esiste, nella Rerum Novarum, l’errore che caratterizzerà molti dei fallimenti del socialismo: quello di ritenere una organizzazione dell’economia, peraltro errata, come la chiave di un Nuovo Inizio dell’Umanità.

 Quanti crimini sono stati commessi con questa finalità filosofica anticristiana!

 Dalle “purghe” di Stalin dentro e fuori il PCUS agli assassini innumerevoli di sacerdoti, suore, laici credenti che sono stati commessi, magari sparando alle immagini di culto o bruciandole, durante la Guerra Civile Spagnola, la vera anticipazione della Guerra Civile Europea che stiamo ancora vivendo, ma in altri modi.

 Quindi: l’espansione della “lotta di classe” alla intera società non ha portato altro che crimini ed errori, innumerevoli  sofferenze, disastri produttivi e un arretramento incalcolabile del progresso economico che, pure, sarebbe arriso ad una società integrale, spirituale, informata ai valori della Rerum Novarum e a tutte le altre linee direttive della Chiesa Cattolica riguardo ai Tempi Nuovi.

 Che peraltro così nuovi non sono affatto: il capitalismo rinascimentale inizia nel 1400, le banche del Nord Europa, modellatesi sull’esempio della Famiglia Berenberg, e quelle italiane, innescano uno sviluppo, del tutto corretto, basato sulla “libertà naturale dell’uomo”, principio tomista.

 Le corporazioni tutelavano il salario minimo, fuori da normative statuali e locali, e definivano gli standard produttivi minimi ai quali dovevano riferirsi i prodotti. Qualità, giusto salario, tecnologia spesso evolutissima, è questo il contesto in cui sorge il miracolo umano e, forse, divino del Rinascimento italiano.

 Cambia qualcosa e in peggio con la nuova autonomia, concessa dai Papi, di coniare nuove monete, una  produzione monetaria che modificherà, proprio come oggi, prezzi e mercati senza trasformare i modi di produzione. Il mercato rinascimentale inizia con una inflazione non percepita, perché sono poche ancora le transazioni regolate in monete “universali”.

 I Papi avevano concesso la libertà di produzione monetaria perché avevano in mente le piccole aree autonome di produzione, ma il capitalismo era già andato  ben oltre il regionalismo della Dottrina Ecclesiastica.

 Cambia ancora molto, se non tutto, con le scoperte geografiche di altri Continenti, che permettono la trasformazione dei consumi (essenziale in ogni passaggio da un capitalismo ad un altro) e la disponibilità di materie prime vecchie e nuove a prezzi e a salari infimi, nonché la bancarotta spagnola, che ridisegna il quadro geostrategico europeo e coloniale.

 La bancarotta del Regno di Spagna, malgrado le immense ricchezze asportate dalle Americhe  è frutto, ce lo ha insegnato Henri Pirenne, di una classe dirigente incapace e di una burocrazia immensa e corrotta.

 E’ qui che inizia l’ascesa della borghesia come classe “generale”, per dirla con Marx.

  Inizia così la Seconda Rivoluzione britannica del 1688, dove la borghesia si allea con i Puritani e le altre minoranze religiose nazionali, e inizia peraltro la vecchia, spesso discutibile, assimilazione del protestantesimo con lo “spirito capitalistico”.

 Max Weber, certamente, aveva ragione a notare come il Kapitalistischer Geist fosse tipico delle minoranze religiose.

 Si vedano i “Vecchi Credenti” in Russia, gli Ebrei in tutto il Mediterraneo e il Nord Europa, gli stessi cattolici caldei o comunque minoritari nel Grande Medio Oriente, le tante minoranze religiose e culturali che, proprio grazie alla loro unità comunitaria, hanno iniziato una lunga storia di capitalismo e di “successo mondano”.

 Ed è bene ricordare che l’”ascesi intramondana” di Calvino riguardava non solo il successo economico, ma anche la carità e il ferreo rispetto dei legami familiari.

 Ma, peraltro, non bisogna nemmeno dimenticare che furono i Templari, e poi i Cavalieri di Rodi e Malta, a inventare le regole del commercio internazionale e del suo specifico diritto, e questo perfino imparando, come avevano fatto le cristianissime Repubbliche Marinare italiane, dagli arabi e dalle loro tecniche contabili.

  Quindi, il rapporto tra Riforma e Rivoluzione Capitalistica è meno ovvio di quanto non si ritenga, mentre, per esempio, l’integrazione dei borghesi del denaro e dei funzionari del merito avviene quasi integralmente durante le fasi di potere, in Francia, sia di Richelieu che di Mazzarino.

 Cosa cambia? Tutto si trasforma con il grande e secondo fallimento europeo, quello francese.

 La Francia va in bancarotta (e allora non c’erano i “derivati”) perché spende troppo nelle guerre di “liberazione” in America del Nord.

 Poi aggiungiamo, ce lo ricorda lo storico Labrousse, la crisi alimentare, derivata da fattori ambientali ed espansa dalle liberalizzazione dei prezzi, il rincaro di tutti i beni e il costituirsi, come oggi accade le Terzo Mondo, di immensi proletariati ai bordi delle grandi città. Niente è nuovo sotto il sole, lo sapevamo già da Salomone.

 I prezzi dell’export dei grani sono competitivi con quelli interni, e il pane sparisce dalle mense della grande quantità della popolazione.

 Si metta qui in correlazione questa “situazione pre-rivoluzionaria”, sempre per dirla con Marx, con la grande diffusione dei libelli anticristiani, anticlericali,  a sfondo erotico e violento che iniziano, quasi magicamente, tra la popolazione.

 Non è vero, ce lo ha spiegato Robert Darnton, che la Rivoluzione Francese sia nata con la sobillazione degli animi generata dai saggi illuministi dell’Encyclopedie.  Quelli non li capiva nessuno.

 Nasce con la diffusione di romanzi lubrici, viziosi, tutti incentrati sulle abitudini immorali del clero, che diventano la passione, a poco prezzo, delle masse.

 Sembra di rivivere i nostri tempi.

 Quindi, giustamente, la Rivoluzione Francese del 1789 è stata subito vista come, per dirla con il cattolico (e massone) Joseph De Maistre, come un vero e proprio “miracolo del maligno”, che irrompe, tramite la sua ghigliottina e la repressione di massa in Vandea, nella storia, agendo con il suo nome.

 Il dialogo di De Maistre sulle Soirées de Saint Petersbourg  riguarda,  peraltro, nel sottotitolo, il “governo temporale della Provvidenza”.

 Nel penultimo Colloquio del testo, si evince che il male deriva dalla Divisione, come è stato il caso della Torre di Babele.

 Ecco il punto: quando una classe ritiene di poter sintetizzare tutte le altre e di poterne fare a meno, arriva il maligno con la sua teoria, infantile, seducente, semplice, a dirci che valgono solo gli operai, i padroni, il ceto medio, gli intellectuels, i “produttori” di Saint Simon, i finanzieri e i banchieri o, magari, quei poveri automi detti oggi traders.

 Quindi, arriviamo, in un rapido excursus storico ma non teorico, al nostro meraviglioso Codice di Camaldoli.

 Tutto è passato in mezzo a questo testo e nelle anime dei cattolici che lo elaborarono. Due guerre mondiali iniziate in Europa, la shoah, le “guerre dei materiali”, come le chiamava Ernst Juenger, la Rivoluzione Bolscevica, il nazionalismo arabo e già incipientemente islamico, l’entrata degli USA nell’agone mondiale, l’asservimento dell’America Latina, con le sue venas abiertas di cui parlava Galeano, nella sfera di influenza geoeconomica e militare di Washington.

 Per non parlare del paganesimo nazista e della riduzione, nella dittatura hitleriana, dell’uomo ad animale biologico-razziale, senza alcuna luce di Dio.

  Per non parlare nemmeno del cinismo leninista, dove tutto è ferocemente  subalterno alla dittatura del proletariato  e del suo partito “organico”.

 L’Europa non c’era più, e non c’era più nemmeno Dio, in Europa.

 Anche oggi, peraltro, stiamo vivendo una fase simile, dove tutto l’odio represso delle masse è sapientemente rivolto verso Dio, la Chiesa Cattolica, i Suoi presuli e fedeli.

 Parafrasando Dostojevsky, “senza Dio tutto è permesso”. E magari diranno, oggi, che è colpa della stessa Santissima Trinità, dimenticando la naturale libertà dell’uomo, anche quella di peccare.

 Il Codice di Camaldoli è un punto di arrivo per tutta la Chiesa ed è, non a caso, la base tramite la quale l’Italia, paese povero (che “è anche un povero paese”, come diceva De Gaulle) e distrutto dalla guerra diviene, con una particolare accezione della “economia sociale di mercato” della Scuola di Friburgo, un campione internazionale, tale da destare le distruttive invidie di nemici ed alleati.

 Anche qui il punto iniziale è che l’uomo è per sua natura essere spirituale, e non è puleggia o rotella di nessun organismo progettato razionalisticamente da qualche Big Brother.

 Novità rispetto alla Rerum Novarum è l’esplicito riconoscimento dei “corpi intermedi”, la famiglia, i “gruppi minori”, gli altri Stati, la stessa Chiesa Cattolica.

 Ovvero, diversamente da quanto afferma il giusnaturalismo hobbesiano, lo Stato viene “dopo” e si fonda su giurisdizioni naturali e oggettive, tra le quali vi è la Chiesa.

 Lo Stato non “conferisce” nulla al cittadino, ma è il prodotto della libera azione, pacifica e storicamente attuata, dei cittadini non come singoli, ma come elementi di famiglie, gruppi minori, Chiesa.

 Una rivoluzione concettuale.

 Lo Stato è nato per il Bene Comune, e si occupa del Diritto, nella sua organizzazione e tutela, e dell’intervento nella vita sociale.

 Si pensi qui alla lunga prosopopea dei liberali, che prima hanno sostenuto la estraneità dello Stato rispetto alla lotta di classe, poi hanno scoperto che lo Stato gli serviva, e allora hanno inventato tecniche complesse per fare, come diceva Pietro Nenni, “la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili”.

 La Chiesa Cattolica, con la veste ancora insanguinata di Papa Pio XII nel quartiere di San Lorenzo a Roma, risolve la questione mettendo insieme, come solo Lei sa fare, modernità e tradizione, percezione del Novum e sapienza antica e divina.

 Il Codice camaldolese, poi, parla a lungo della famiglia.

  Non è un concetto estraneo alla vita economica e sociale. E’ fisicamente inevitabile che i figli nascano da una coppia che si ama e decide di vivere sine die insieme, perché il vero amore non ha rughe.

 La scelta tra amore vero e passione è, anch’essa, al centro della vita sociale di oggi, tutta derivante da una teoria degli istinti.

 Ma se si libera un istinto, si dà la stura a tutti gli altri: ed ecco allora i mille fatti tragici di cronaca nera che ci angustiano ogni giorno.

 La morale non è fondamento dell’economia, ma è la stessa economia, perché l’uomo non vive diviso in funzioni e attitudini, ma è sempre intero, pezzo importantissimo, sempre, della Provvidenza.

 Certo, leggendo certe teologie attuali sull’economia, sembra di vedere un “ammodernamento” della Chiesa che non ha significato.

 La Chiesa non deve adattarsi al Mondo Moderno, che è ormai palesemente in crisi globale, e non deve mai pensare che il “moderno” sia ipso facto migliore dell’antico. Anzi, se la Chiesa riuscisse a decodificare quanta voglia di “antico” c’è nelle masse di tutto il mondo, molto dell’Opera sarebbe già concluso.

 La vita economica, ce lo insegnano i raffinatissimi intellettuali che, a Camaldoli, hanno ricostruito l’Italia e compiuto la Dottrina Sociale della Chiesa, consta di atti umani e quindi discende dalla legge morale.

 E non si tratta della “legge morale dentro di noi”, il miracolo illuminista che Kant mette in parallelo con “il cielo stellato fuori di noi”.

 Niente affatto, qui si tratta di una legge positiva, data da Dio tramite Suo Figlio, che non è semplice sensazione, gusto, romanticismo o gioco di società.

  E’ qui che si imposta la libertà di commerciare e produrre, che non è un gioco alla roulette, ma il riconoscimento delle reali necessità dei mercati (e quindi degli uomini, non esiste una entità astratta detta “mercato”) e della accettazione della giustizia commutativa, concesso essenziale in tutto il Codice, nei rapporti tra i produttori e, novità assoluta, tra questi e i consumatori, che non sono polli da spennare ma parti essenziali di tutto il circolo economico.

 Quanto è attuale questa frase: “la proprietà privata è un mezzo di cui l’uomo dispone per portare a compimento la sua missione su questa terra”.

 Non c’è nessun Moloch sociale da rispettare, nessun Baal che chiede sacrifici umani, ma la libertà degli uomini che si realizza solo attraverso il riconoscimento della natura del loro destino universale.

 Ecco, quindi, la assoluta attualità del Codice di Camaldoli, che ha dimostrato la sua efficacia fornendo le linee del famosissimo “miracolo italiano”: non c’è nessun socialismo da importare nella Dottrina della Chiesa, essa è già ben oltre ogni distribuzione dei “frutti del lavoro”, ma vede anche il ruolo di consumatori, corpi intermedi, Stati esteri, non c’è liberismo da iniettare, perché nel Codice l’uomo è essere sociale e spirituale, e non certo una macchinetta che si dirige automaticamente verso l’”utile”, cosa peraltro mai verificata nella realtà.

 Si potrebbe quindi ripensare ad un Codice di Camaldoli per la globalizzazione, che stabilisca i fondamenti teologici e tecnico-economici della universalizzazione dei mercati.

 Libero commercio, rispetto dei valori umani e sociali, oltre che economici, del lavoro, di tutti gli uomini e ovunque nel mondo, cessazione della ricerca delle materie prime con il massimo dello sfruttamento, dai bambini del Burkina Faso messi a scavare le gallerie aurifere e poi sepolti lì per sempre fino alla morte, fino allo sfruttamento della manodopera in quei paesi troppo presto nominati come BRICS, modelli di sviluppo.

 Una regolamentazione delle transazioni e del fisco riguardante gli scambi internazionali, un ripensamento sulle dimensioni e le finalità dei grandi gruppi globali.

  Il gigantismo produttivo è sempre il contrario del mercato e di quella che il Codice di Camaldoli definisce “economia naturale”.

 Ecco, tanti sono i punti sui quali impostare il Nuovo Codice di Camaldoli, ma è certo che esso occorre, oggi, come era necessario allora.

 Per tutti, non solo per l’Italia.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France