Se si chiude, temporaneamente e con molti elementi ambigui, il sistema nucleare iraniano, arriva il grande boom delle esportazioni di armi di Teheran all’estero.

La chiusura del business nucleare iraniano, lo abbiamo detto molte volte qui, è improbabile e inutile. Ma le armi convenzionali del regime sciita sono determinanti per gestire, espandere, modellare l’area dei conflitti nel Grande Medio Oriente, e l’export dell’armamento convenzionale, che nessuno controllerà più seriamente, tanto siamo presi dalla “bomba” di Teheran, diventerà il grande asse strategico dell’espansione sciita nel Mediterraneo orientale e nell’Asia Centrale.

Nel Febbraio 2014, in regime sanzionista, per esempio, l’Iran ha siglato un contratto di  195 milioni di usd per la vendita di armi all’Iraq, materiale evoluto e, per molti aspetti, pari o superiore alle forniture occidentali al regime (sciita) di Baghdad.

La violazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 1747 e della Risoluzione n. 2231 sono evidenti, ma nessuno le ha esposte finora in modo esplicito.

La 2231 parla di alcuni sistemi di arma che sono vietati, ma Teheran, finora, non ha esplicitato la struttura e l’entità delle sue esportazioni strategiche.

L’Iran vende oggi, ed è questo che rende difficile la valutazione e la eventuale sanzione, a molte entità non statuali. Si tratta di gruppi di rivoltosi in Costa d’Avorio, nella Repubblica Democratica del Congo, dove peraltro Teheran rifornisce anche i “regolari” del vecchio Zaire, la Guinea, il Niger, la Nigeria, il Sudan meridionale, l’Uganda,  oltre ai già ben noti Hezb’ollah libanesi e le milizie sciite irachene nelle aree contese con il jihad sunnita.

L’Iran vende soprattutto armi personali e munizioni, explosively formed penetrators, EFPs, sistemi per la visione notturna,  man portable air defense systems, (MANPADS) artiglieria leggera.

Teheran vende sistemi missilistici  a guida elettro-ottica e laser  come il Sadid (una copia dell’israeliano Spike) il Tondar, il Qaem, il Delayeh, e il Toufan 5, una copia dell’americano TOW-2A.

L’Iran ha inoltre iniziato a produrre la sua versione dell’RPG 29, una granata autopropulsa già usata nell’attacco del 2006 di Hezb’ollah contro Israele.

L’Iran, che ha una industria della difesa autoreferenziale per le tecnologie e i sistemi di controllo, controllo quindi anche il mercato dei ricambi e delle tecnologie di supporto, che non sono mutuabili dai sistemi d’arma occidentali o russi già presenti sul campo mediorientale.

Teheran produce anche la propria versione del cinese  OW-1, un MANPADS  che colpisce facilmente obiettivi aerei a 4000 metri e a cinque chilometri di distanza.

Il regime sciita ha elaborato anche un radar elettro-ottico coniugato ad un sistema di difesa aerea mobile, posizionabile su un camion, che può colpire aerei a bassa quota in arrivo entro il raggio di dieci chilometri.

L’Iran sta vendendo anche i sistemi d’arma Assefeh, Akhgar,  Moharram e Nasir che, nel complesso, sono cannoni antiaerei che possono identificare e colpire missili da  crociera.

I mortai, non coperti dalla normativa antinucleare JCPOA recentemente firmata dall’Iran e dal P5+1 (si pensi qui alla terribile dimenticanza, o più esattamente incapacità professionale dei negoziatori occidentali) sono rappresentati dal Razm sciita da 120 millimetri e dal Vafa da 160 millimetri, con raggi di azione rispettivamente di 16 e 20 chilometri.

La Repubblica sciita vende anche i suoi missili: i Fajir, in particolare, vengono venduti in parti separate e con la tecnologia a parte per costruirli in loco.

  I ribelli Houthi in Yemen  hanno già messo in azione i loro missili Shooting Star 1 e 2 modellati sul Fajir  3  e sul Fajir 5.

  Il missile iraniano Fajir 3 ha un raggio di azione di 43 chilometri, una testata di 85 chili e un danno previsto intorno a 50 metri dal punto di impatto, mentre il modello 5 della stessa classe arriva a 75 chilometri dall’area di lancio, con una testata di 178 chili, e un danno all’impatto entro i 100 metri. L’Iran sta testando,e  certamente venderà, anche una versione a due stadi del Fajir da 180 chilometri di distanza dell’obiettivo dal punto di arrivo.

Tanto basta per una guerra-guerriglia sia contro lo Stato di Israele sia contro ogni avversario degli sciiti (i paesi sunniti del Golfo, in particolare) in tutto il Grande Medio Oriente e, in particolare, verso le aree di difesa del dispositivo NATO nel Mediterraneo Orientale.

Si poteva certo mettere anche questo armamento convenzionale, ma passibile di uso nucleare, dentro il Trattato del P5+1 con l’Iran, dato che il nucleare, da solo, senza i vettori adatti non ha significato strategico.

L”Iran produce anche ottimi e evoluti fucili da cecchinaggio. Si tratta dell’AM50, una copia dell’austriaco Steyr  HS50, ed è già in mano ad HAMAS, per non parlare della bomba a frammentazione antielicottero AHM, controllabile da 5 chilometri con un raggio di 50 metri.

Teheran produce anche bombe antielicottero come il Sayad e il Remit, con molte altre tipologie di bombe cluster  per uso stradale e in area urbana.

Per i droni, l’Iran copia ancora dalla Cina. Contro l’ISIS, per esempio, si usa il drone CH-4 di Pechino, mentre le copie iraniane dei droni cinesi già sono operative in Nigeria, e Teheran ha già venduto i suoi UAV armati e non all’Ecuador e al Venezuela.

L’azienda Shiraz, alla quale oggi è stato tolto il peso sanzionistico dopo l’accordo, a dir poco sciagurato e incompetente, del P5+1 con l’Iran, e oggi vende sistemi radio a frequenze variabili, che possono  trasmettere anche messaggi criptati, per non parlare dei sistemi di visione notturna e di analisi elettronica della minaccia.

L’Iran vende il Tareq, un radar da sorveglianza portatile con un raggio di otto chilometri, e sistemi di verifica della minaccia che operano fino ad un raggio di 50 chilometri.

Per non parlare dei battelli a esplosione controllata da postazioni remote, armi antiaeree e antiuomo che operano automaticamente appena si verifica la minaccia sul piano radar, e molte atre tecnologie evolute.

Oggi, non  vi è più l’ asimmetria naturale tra l’armamento dei Paesi cosiddetti “terzi” e quelli delle vecchie e attuali Grandi Potenze.

Cosa fare? Costringere subito Teheran ad un nuovo accordo, stavolta meno ingenuo di quello sul nucleare, che riguardi le armi convenzionali evolute.

E se il Trattato JCPOA, sbandierato come un grande successo dai Paesi occidentali, fosse una foglia di fico per coprire il vero obiettivo strategico a breve e medio termine di Teheran?

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France