Francesco Cossiga Il 17 agosto 2010 morì Francesco Cossiga. Il verbo al passato remoto e’ del tutto volontario: nulla della Italia che amava e progettava e’ rimasto in piedi, niente del progetto grande e profondo di Francesco per l’ Italia dopo la “guerra fredda” e’ ancora possibile e, talvolta, nemmeno noto alla attuale classe politica.

 Mi viene qui in mente il discorso alle Camere del 1991, nel quale Cossiga elaborava fino in fondo sia i pregi della nostra Costituzione Repubblicana  che i suoi limiti storici ormai insuperabili, dopo la caduta del Muro di Berlino.

 Ritengo, e mi ricordo che Francesco era d’accordo con me, che i limiti, a parte qualche potere autonomo, erano più forti nella cosiddetta “Costituzione materiale” che non nel Testo della Carta ma, oggi, lo possiamo vedere, con immenso dolore nel ricordo di Francesco, nulla del suo grande progetto e’ rimasto. E’ finita una Italia autonoma ed anche egemone nel Mediterraneo, dopo la caduta del regime gheddafiano in Libia e la lunga sceneggiata delle “primavere arabe”. E quindi siamo chiusi in un “Mare Vestrum” che ci è’ nemico e ci chiude lo sviluppo.

 Me lo ricordo, Francesco, quando andò a Tripoli a perorare la causa del Trattato di Amicizia. Una Italia forte, autonoma, che ricuciva le sue antiche ferite, dalla guerra civile al terrorismo degli “anni di piombo”, sulla base di un suo specifico Nuovo Ruolo, dopo quello di confine a Sud-Ovest della Cortina di Ferro. Oggi siamo a farci prendere in giro perfino dall’India per la questione, per la quale Francesco avrebbe certamente incaricato solo il SISMI, dei Fucilieri di Marina.

Era questa l’idea di Cossiga quando rese possibile il governo D’Alema I. Il bambino di zucchero che Francesco dono’ a Massimo d’Alema voleva dire questo: ricreare l’unità delle forze costituzionali, dopo la fase della Guerra Fredda, per fare davvero il grande passaggio da una Italia minoritaria e marginale al livello, che ci spetta ancora, di grande potenza mediterranea e media potenza globale.

Oggi, non contiamo assolutamente nulla. E non a caso: abbiamo già perso quella guerra mondiale incruenta, che Francesco aveva previsto, che si chiama globalizzazione. Da essa avremo, mi ricordo le irate osservazioni del Presidente Emerito, solo i danni e non i vantaggi.

 La conciliazione nazionale che Francesco volle non si realizzò. I partiti erano troppo legati alle loro favole antiche, la classe politica, con l’arrivo della operazione detta “Tangentopoli” si abbasso’ di colpo di livello, il quadro internazionale, come sempre, aveva attenzionato l’Italia per poi lasciarla sola.

I picconi di Francesco non erano serviti a nulla: arrivò l’era del Nulla, della Comunicazione, della “politica spettacolo” che il Presidente aborriva al solo sentirla citare.
Furono gli anni dell’amarezza e del dorato isolamento, mentre tutti continuavano a prenderlo un po’ sottogamba. Lo notava Leopardi nel suo Zibaldone, che gli italiani, popolo superficialissimo, percepiscono i ruoli sociali dalla maggiore o minore seriosita’ dei personaggi.

Lui, ironico, allegro, amico di Margaret Thatcher come dei più fantasiosi giornalisti di gossip, sodale di Benedetto XVI, che gli voleva bene, come dei camionisti con cui parlava dal suo baracchino di radioamatore, non era adatto per la nuova Italietta perduta, triste ma sempre più piccola e sola.

 Si è sempre parlato di Cossiga come di un cattolico laicista. Errore. Francesco fu un rarissimo caso, in Italia, di cattolico liberale vero e proprio.

 Certo, proveniva da una famiglia massonica, il nonno e il padre erano stati autorevoli membri della R.L “Zanfarini” all’Oriente di Sassari.

La Fratellanza respirata in famiglia, per Cossiga, non fu foriera di ridicoli laicismi come quelli attuali, ma porto’ Francesco verso la direzione giusta: il Risorgimento.

 Non si ha idea di quante cose, fatti, testi e idee Cossiga conoscesse del nostro Risorgimento nazionale. E quindi mi è lecito pensare che Francesco fosse, davvero, l’ultimo statista del Risorgimento.

 Che non finisce mai, ma si trasforma in ogni fase storica dell’Italia in una nuova sfida, che deve trovare la classe dirigente adatta per essere portata a termine.

 Ma la Massoneria, alla quale Cossiga non era affiliato, lo interessava molto. Era incuriosito, soprattutto, al nesso tra esoterismo laico rinascimentale e cabala cristiana. Pico della Mirandola e la sua esegesi occulta e cristiana della Bibbia lo incuriosivano molto.

 Anche qui, ritroviamo in Francesco una vocazione all’ unità, alla sintesi creativa che non ho più ritrovato in altri.

 Da studioso, da giurista e da filosofo (si, filosofo) Francesco sapeva che si governa solo se si hanno servizi di intelligence forti, qualificati, prestigiosi e inattaccabili.

 E, anche in questo caso, prego Iddio che Cossiga non ci veda da lassù. Fu il suggeritore non occulto della riforma dei Servizi del 1977, che rinnovo’, anche tecnicamente, il Servizio estero e ricostituì il SISDe su basi corrette in relazione a Carabinieri e PS.

 Senza intelligence non si governa nemmeno Rieti, perché da quella cittadina si dipartono, come da tutte le altre, reti infinite.

   La passione per l’intelligence di Cossiga era, come e’ notissimo, divorante. Era lui a smistare e a fare da confessore ai Direttori dei Servizi che, tutti, lo vedevano come punto di riferimento.

  Fu Francesco la “copertura” dell’amm. Martini, direttore del SiSMI tra i migliori, e di tanti altri. Dove troviamo oggi un passaggio essenziale, ovvero il rapporto costante, amichevole, fiduciario e, soprattutto tra esperti, tra un capo dell’intelligence e un Presidente del Consiglio?

 Ma, purtroppo, occorre ritornare al punto da cui abbiamo iniziato:  è finita l’Italia di Cossiga, è morto il Paese del nostro Risorgimento, e alla morte di Francesco sono arrivati, per dirla con il Principe di Salina, “gli sciacalli e le iene”.

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France