Il ricordo di Giancarlo Elia Valori
su una delle figure più rappresentative e controverse del ‘900

A distanza di vent’anni dalla sua morte, Arturo Ercole Frondizi  continua ad esercitare un fascino per la sua concezione sapienziale della vita, oggi così attuale, mirabile e sublime espressione che tocca le fibre più intime del cuore umano, perché aiuta ad individuare i veri beni, di ciò che è essenziale: le condizioni della pace e della giustizia; esercitare l’autorità e la libertà in modo equilibrato, non lasciandosi abbagliare dalle apparenze e mirando alla conquista della verità e della bontà. Poiché chi scrive ha avuto il privilegio di essere un suo fraterno amico, oggi voglio fare una rilettura storico-critica sulla sua figura al fine di rendere plausibilmente un servizio alla nobile causa della riscoperta conoscitiva di questo vero talento della politica, quale uomo di Stato pieno di onore e di grande umanità. In questo senso fu fondamentale il suo impegno nel rapporto con il mondo cattolico. Una relazione che si spinse oltre i confini del dialogo, coltivando un vero e proprio incontro sul terreno dei valori e della concezione dell’etica pubblica. Egli seppe coniugare molto bene cultura, umanità e intelligenza, attraverso una straordinaria attitudine a leggere in sincrono gli eventi della storia, degli affari pubblici, della fede e dei fenomeni sociali, tanto da renderlo capace di ampie e incomparabili visioni. Fu uno dei pochi leader ad aver assunto un rilievo anche nella vita politica internazionale, conquistando stima e prestigio in un periodo complesso e drammatico così cruciale della storia e così importante anche ai fini della comprensione dei problemi attuali.

Alla luce di approfondite analisi, posso affermare che Frondizi è stato una delle figure più rappresentative e controverse del ‘900 a livello planetario, nonché uno dei protagonisti maggiori della storia dell’America Latina. E tutto ciò appare ancora più singolare e straordinario in quanto fu un leader politico che governò l’Argentina per soli quattro anni: quale presidente della Repubblica dal 1° maggio 1958 al 29 marzo 1962. Da allora molte cose sono cambiate. E nulla è come prima. Eppure potrebbe apparirci ed è per molti aspetti un uomo di un altro tempo che continua a esercitare un grande fascino persino tra i giovani argentini, che non lo hanno mai conosciuto. Così pure in Italia, poiché figlio di emigranti oriundi da Gubbio. In questa incantevole città, cuore pulsante dell’Umbria, Frondizi e la moglie hanno spesso partecipato alla tradizionale “Festa dei Ceri”, dove a detta di tanti anziani eugubini, nei due coniugi hanno percepito calorosamente quel segno inconfondibile della nostra ineguagliabile italianità, fatta di chiari sentimenti di spontaneità e di amicizia vera, che da sempre caratterizza gli emigrati italiani nel mondo.

Un’alta onorificenza, in segno d’una giusta rivalutazione

La sua figura seguita quindi ad essere al centro di dibattiti controversi e appassionati, mentre il suo esempio è considerato fonte ispiratrice per la politica di oggi. Si tratta davvero di un segno straordinario della sua personalità e del suo carisma, dell’impronta lasciata dalla sua esperienza politica, intellettuale e, soprattutto, umana, che nasce da una fede religiosa sincera e profonda.

Colpiva, in questo suo modo di essere, la capacità del rapporto con le persone più semplici e bisognose. Verso le quali mostrava un attenzione piena di rispetto e di umanità, che nasceva dalla solidarietà verso chi viveva l’esperienza della fatica e soffriva sulla pelle l’ingiustizia sociale. Questo suo modo di essere lo spinse a rivolgere lo sguardo oltre i confini dell’America Latina, allo scopo di realizzare un efficace ponte di collegamento con il Mediterraneo e l’Europa.

Tali intendimenti, che lo appassionavano tanto, erano le nuove chiavi per interpretare la realtà e il senso delle grandi trasformazioni globali, che allora iniziavano a percepirsi all’orizzonte. E’ questo uno dei tratti profondi sulla figura di Arturo Frondizi, che aiuta a capire perché nel 1992 trent’anni dopo la sua caduta  la stessa Istituzione militare, che lo aveva accusato di comunismo, tornò sui suoi passi e, prendendo atto della sua lungimirante opera, indirizzata esclusivamente al progresso del Paese e al benessere dell’amato popolo, lo insignì con la decorazione più alta: la “Medaglia d’Oro dell’Ejército Argentino”.

Un amicizia sincera e leale

Il 18 aprile 1995, all’età di 87 anni, Arturo Frondizi se ne è andato, in silenzio, quasi di nascosto, con la delicatezza, il riserbo e la dignità che sempre hanno caratterizzato la sua vita politica e privata. Un amico di lunga data, sincero e leale, che ho cosciuto nel 1955, attraverso mio fratello Leo, alto dirigente dell’Eni, braccio destro di Enrico Mattei in Argentina. Il mio vuole essere un tributo spontaneo ad un uomo orgoglioso, specialmente della sua “italianità”, poiché i suoi genitori (Giulio e Isabella Ercoli) erano emigranti da Gubbio, mentre quelli della moglie, Elena Faggionato, (Giuseppe e Lelia Cavicchi) erano originari di Sant’Andrea di Cologna Veneta, in provincia di Verona. Di lui si potrebbe parlare per giorni interi, perché la sua vita è stata dedicata alla politica e, soprattutto, al bene comune, attraverso un impegno fecondo dettato dall’alta competenza e dalla passione, per rendere più ampio e più partecipato il progresso nel benessere, nella democrazia, nella giustizia e nella pace. Frondizi era anzitutto una persona semplice, un intellettuale dotato di grandi valori umani, in cui emergevano chiaramente tante virtù. Tra le quali: la pulizia morale e una profonda sensibilità d’animo. Doni rarissimi nel bagaglio spirituale delle persone. A proposito di ciò, mi viene in mente l’affettuosa vicinanza per la famiglia di mio fratello Leo, deceduto a soli 36 anni, dopo una degenza di tre mesi presso l’ospedale di Buenos  Aires.

Malgrado i gravosi impegni, Frondizi, unitamente alla Signora Elena, offri un sostegno costante, facendo vivere delle sensazioni che non avrei mai immaginato: un quel nosocomio sembrava aleggiasse nell’aria e si potesse toccare con mano un sentimento di condivisione, di sostegno, di solidarietà e di “amicizia”. Quella vera! Quella con la A maiuscola! Un legame forte, poi corroborato nel tempo con la famiglia dell’amico scomparso, mio fratello, che aveva lasciato la moglie e tre bambini in tenera età. Di cui uno di sei mesi. Per il quale, Frondizi e la moglie, su loro espressa volontà, vollero fare da padrino e da madrina al battesimo di mio nipote, Marcos. Il cui sacramento venne celebrato, nel 1966, nella cattedrale di Buenos Aires, da Monsignor Umberto Mozzoni, Nunzio apostolico in Argentina.

Il rapporto con la Chiesa

Frondizi era un grande Statista, ma prima di tutto un  cattolico,  perché aveva una sua specifica e intima vocazione apostolica: amore allo studio, difesa della verità e coerenza nell’azione, ma soprattutto fratellanza e solidarietà verso il prossimo. La sua corrente di pensiero tendeva a porre in evidenza i valori di emancipazione sociale e politica, presenti nel messaggio cristiano. Aveva particolarmente a cuore gli annosi problemi dei Paesi dell’America Latina. Tutto ciò si fondava su un orientamento profondo, maturato in una fede vissuta e in una preghiera intensa. Non fu un postcristiano o solo un uomo di cultura cristiana. Fu un credente radicato nella Chiesa cattolica, tanto da essere considerato un grande amico di tanti alti prelati, con i quali aveva intensi e frequenti contatti. In particolare con i cardinali: Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, Giovanni Cicognani, segretario di Stato del Vaticano, Eduardo Pironio, arcivescovo di Mar de Plata  e presidente della Conferenza episcopale Latinoamericana, Antonio Quarracino, arcivescovo di Buenos Aires e primate d’Argentina, Umberto Mozzoni, Nunzio apostolico in Argentina.

Nutriva particolarmente una forte predilezione per Papa Giovanni XXIII, col quale aveva instaurato un leale e fraterno rapporto di amicizia, sostenuto anche da una cospicua corrispondenza.

Durante la sua visita di Stato in Vaticano, il 18 giugno 1960, il Pontefice come ricorda l’amico Guido Gusso, Aiutante di camera di Sua Santità attribuì a Frondizi l’appellativo di “Uomo di Stato dell’America” e sottolineò che “in Italia non vi erano politici del suo spessore”. A testimonianza di ciò, vorrei ricordare che, in occasione dei miei periodici viaggi in America Latina, quale segretario generale dell’Istituto per le relazioni internazionali, l’amico Arturo mi confessò di essere rimasto favorevolmente colpito dal ruolo missionario di evangelizzazione che l’Ordine dei Gesuiti svolgeva in quelle desolate Regioni e, principalmente, da padre Pedro Arrupe, anch’egli mio fraterno amico, conosciuto in Giappone, nell’agosto 1945, mentre era in servizio missionario a soli quattro chilometri dal centro di Hiroshima. Quindi abbastanza vicino da essere quasi accecato dal flash della prima bomba atomica e di sentire l’esplosione che colpiva le mura del seminario che si infrangevano intorno a lui.

La “Teologia della Liberazione”

Frondizi, in quella circostanza, percepì che, per padre Arrupe, la pietà evocata da quell’esperienza e poi sviluppata nel corso del tempo in una convinzione che il mistero dei popoli oppressi e la sofferenza non doveva restare solo a livello personale.

Per cui quando si parlava di “Teologia della Liberazione”, disse che bisognava tener conto della situazione, della realtà, della storia e della tradizione di tanta parte dell’emisfero occidentale, che andava dal Messico alla Terra del Fuoco. E difatti, la sua azione politica era fortemente indirizzata ad eliminare concretamente le sacche di povertà delle genti dell’America Latina, contro il loro sfruttamento da parte di potenti oligarchie terriere, che agivano sotto la protezione di governi dittatoriali militari.

La sua era una lotta per la conquista dei diritti civili e la giustizia sociale. Il suo attivismo politico in direzione della “Teologia della liberazione” decretò, di fatto, la sua rimozione da presidente della Repubblica, e oltre alla prigionia scampò miracolosamente  a tanti attentati.

Il forte impegno al servizio del Paese

Politico d’altissimo profilo per la solidità e l’eccellenza della sua formazione, Frondizi sapeva cogliere e mettere a fuoco, nell’immediatezza, l’essenza del problemi, attraverso una straordinaria intelligenza, particolarmente efficace. Difatti le sue analisi acute risultavano penetranti, i suoi giudizi franchi, scevri di dogmatismo. Il forte impegno civile, che ne ispirava l’azione e ne connotava le scelte, affondava le radici nell’alto senso delle istituzioni, che aveva sempre servito con elevata competenza e con spirito disinteressato. Prima della sua ascesa alla presidenza della Repubblica,  l’Argentina era un Paese con una notevole instabilità economica e politica, incapace di registrare continui aumenti nei tassi di crescita e di consolidare un modello che consentisse uno sviluppo duraturo: una Nazione dalle innumerevoli risorse naturali, dai grandi laghi alle estese praterie, ricca dal punto di vista delle materie prime, ma povera di un establishment in grado di sfruttare le ingenti risorse naturali che il territorio poteva offrire. Frondizi ne era pienamente consapevole. Le sue linee guida andavano in questa direzione, attraverso uno sviluppo innovativo, sia in ambito politico che economico. Perché l’unico modo di risollevare il sistema argentino consisteva nel trasformare, in maniera repentina e profonda, l’assetto finanziario del Paese, creando un piano non di durata limitata, ma di lungo periodo. Le parole chiave del suo piano, “Desarrollista”, erano: sviluppo dell’industria pesante (metallurgica, siderurgica, petrolchimica), mediante l’apporto di capitale e tecnologia straniere; integrazione, federalismo e legalità. Tant’è che durante il suo governo ci fu un elevato ingresso di capitale estero all’interno del Paese e un notevole aumento nella produzione di automobili, acciaio e petrolio, a cui fece seguito un significativo aumento dei salari, pari al 60%, allo scopo  di combattere l’aumento dei prezzi e i bassi tassi di crescita del settore industriale, che erano stati ereditati dal governo militare precedente.

Purtroppo, come spesso ricordava, “il suo governo venne abbattuto dai grandi monopoli  internazionali, legati ai settori economici e sociali più reazionari del Paese”. Furono essi che si servirono dei militari per colpire l’esperimento democratico e progressista che  Frondizi tentava fortemente di realizzare, quale esponente di spicco della tendenza riformista latinoamericana. Fu eletto presidente con una maggioranza schiacciante, nelle prime elezioni libere che si tenevano  dopo il lungo periodo della dittatura peronista. Era un momento di speranze per l’intero Continente: in Venezuela un altro democratico riformista, Ròmulo Ernesto Betancourt Bello, andava al potere; in Brasile Juscelino Kubitschek de Oliveira lanciava un piano ardito ed avventuristico di sviluppo; a Cuba Fidel Castro si apprestava a dare il colpo finale alla traballante dittatura di Filgencio Batista. In quel momento, sembrava che le ottimistiche  prospettive di Frondizi stessero per avverarsi e che, all’immobilismo e alla violenza dei militari, dovesse finalmente seguire il progresso ordinato delle democrazie. Ma la speranza non fiorì a lungo. E ben presto, come dimostrarono i successivi eventi, alcuni di questi Paesi vennero sottomessi ai regimi militari. Quali le cause che, con un colpo di stato militare, determinarono la caduta del governo Frondizi? Eccole! In politica interna avviò un sistema di sviluppo, che rompeva le vecchie strutture e gli interessi ad esse legati, nel tentativo di inserire le masse operaie nella vita del Paese, ancora prigioniere del mito “giustizialista” di Peron, riconoscendo il loro ruolo sindacale e politico. In politica estera intendeva dare un indirizzo autonomo all’Argentina, di indipendenza dai due blocchi di potenza, ma fatto di relazioni con tutti gli stati, a qualsiasi regime sociale appartenessero, pur senza rinnegare le affinità e le solidarietà con l’Occidente. Era un programma di un riformismo moderato anche se coerente, che però fu sufficiente a suscitare le reazioni degli ambienti privilegiati, a coalizzare le resistenze di quei circoli che Frondizi definiva i “portavoce dei grandi monopoli internazionali”.

Quello che, in sostanza, aveva spaventato tali circoli non erano soltanto i contenuti del suo programma che a parole non potevano neppure essere confutati  tanto apparivano  razionali e indilazionabili ma soprattutto l’intransigenza che si riconosceva al presidente argentino, unitamente alla sua caparbietà  nel metterli in pratica.

Accordo Frondizi-Mattei

Il suo mandato fu segnato dall’adozione di politiche di sviluppo industriale protese a modernizzare l’industria e le infrastrutture di base, nonché all’aumento della produzione agricola.

A ciò si aggiunse l’ammodernamento delle reti stradali e ferroviarie che, attraverso l’adozione di nuovi treni diesel, facilitarono il trasporto di merci su rotaia.  Particolarmente elevata fu la produzione nei settori automobilistico e delle lavatrici. Per le quali, con il suo governo, si passò da una fabbricazione di 2mila unità a 38mila l’anno.

I lungimiranti contratti da lui avviati con imprese multinazionali in vari settori, tra i quali: automobilistico, petrolifero, chimico, metallurgico ed elettrico, consentirono di raggiungere un livello record di investimenti pari al 23% in più rispetto al passato. Ma quello che colpì maggiormente fu la rilevante produzione di petrolio e gas naturale, attraverso l’azienda di Stato YPF (acronimo di Yacimientos Petroliferos Fiscales), che permise alla Nazione di raggiungere non solo l’autosufficienza per i suoi bisogni ma di diventare esportatrice. In pratica, tale politica industriale mirava a concedere contratti di locazione, tramite la nominata YPF, alo scopo di favorire l’esplorazione e la produzione di petrolio e di gas. Una parte fondamentale di tali accordi prevedeva che tali risorse si sarebbero poi rinazionalizzate. E in tale prospettiva furono firmati contratti con le principali tredici aziende americane, per cui ciascun contraente avrebbe guadagnato il 40% dei ricavi prodotti dai nuovi pozzi. Il governo,  con “la battaglia del petrolio”, intendeva raggiungere l’autosufficienza come l’olio.

E ben presto, attraverso capitali stranieri, YPF triplicò la produzione petrolifera fino a raggiungere i 98 milioni di barili nel 1962, e di quintuplicare quella del gas, fino a raggiungere 590milioni di tonnellate. Anche se le sue politiche industriali portarono risultati positivi, esse furono aspramente criticate. Riguardo al petrolio, c’è un problema più controverso: prima del suo insediamento alla presidenza, Frondizi aveva scritto il libro “Petrolio e politica” (per il quale, presso l’Università di Perugia, venne insignito della Laurea honoris causa in Scienze politiche), che metteva in evidenza una posizione antimperialista, in cui, tra le altre cose, aveva anticipato che YPF sarebbe stata in grado di raggiungere l’autosufficienza di olio per il Paese, senza dover chiedere aiuto all’esterno. Tutto ciò avrebbe consentito di creare posti di lavoro sfruttando l’estrazione del petrolio in maniera razionale. Invece, l’azione delle maggiori  compagnie petrolifere americane fu nettamente contraria. In tale contesto s’inquadra la leale amicizia con Enrico Mattei, che aveva conosciuto a Gubbio, con il quale fu ospite a Villa Fassia, insieme alle rispettive mogli, del Senatore Borletti junior.

Di particolare rilievo fu l’accordo tra Frondizi ed Enrico Mattei, che consentì all’Eni di avviare una vantaggiosa politica di internazionalizzazione in Argentina. Tale collaborazione venne avviata nel 1959 con un contratto per la perforazione di 300 pozzi, con il quale la SAIPEM (diretta da mio fratello Leo) veniva chiamata, per la prima volta, ad operare al di fuori delle esigenze del ramo minerario del Gruppo. La funzione che Mattei ipotizzava per l’ENI, in accordo con Frondizi, era quella di “sdoganare” la Pan American Energy in un contesto ostile all’ingerenza statunitense. In questo modo, l’Argentina riuscì a rompere cinquant’anni di forniture di petrolio importanti dai grandi monopoli stranieri. Tutto ciò, come di seguito più dettagliatamente illustrato, potrebbe ridare, a distanza di oltre dieci lustri, una Verità storica su tre fatti di cronaca che, seppure apparentemente non collegati tra loro, evidenziano dei legami: le morti di Enrico Mattei e di John Fitzgerald Kennedy, nonché il colpo di stato militare in danno di Arturo Frondizi.

La rimozione da Presidente della Repubblica

Anche se la politica del suo governo era concentrata principalmente sullo sviluppo dell’attività industriale, ma non per questo aveva interrotto l’operosità della filiera agricola, che invece aveva rappresentato una delle fonti principali di valuta estera per l’economia del Paese. Lo sviluppo delle industrie siderurgiche e petrolchimiche, da lui fortemente sostenute, servivano a rafforzare la modernizzazione e la fornitura di macchinari, unitamente ai fertilizzanti e pesticidi, per consentire un rilevante aumento della produzione della filiera agricola. Per dare un esempio della sua lungimirante azione, nel 1957, l’Argentina aveva venduto seimila trattori, mentre nell’ultimo anno del suo mandato, le vendite annuali erano salite a oltre ventimila unità. In politica estera dette un impulso notevole alle cooperazioni bilaterali, attraverso una feconda capacità di dinamizzare i rapporti.

Seguendo questa linea, nel 1958, cercò di mediare un accordo, in modo neutrale, tra il leader cubano Fidel Castro e il giovane presidente americano Kennedy, di cui era un leale amico. Ma a causa della pressione militare fu costretto a interrompere i rapporti con l’Avana. Negli Stati Uniti, davanti al Congresso disse: “Un popolo povero e senza speranza non è un popolo libero. Un paese stagnante e impoverito non può garantire le istituzioni democratiche. Al contrario, è favorevole all’anarchia e alla dittatura”.

A questa vista ne seguì un’altra, nel marzo 1961,  per un impegno a sostegno dello sviluppo dell’America Latina. Per lo stesso scopo collaborò fattivamente al Trattato di Montevideo, che aveva creato il LAFTA (Latin American Free Trade Association), e sostenuto l’Alleanza per il progresso enunciata assieme al presidente John Kennedy.  Successivamente visitò l’Europa, Perugia, Roma, Vaticano, Milano e Londra, nonché le capitali di Uruguay, Brasile, Cile e Perù, dove ricevette un’ottima accoglienza. Pieno successo ebbero anche le sue visite in Asia, in particolare Giappone e l’India, dove incontrò il primo ministro Nehru. Uno dei suoi obiettivi perseguiti in questi incontri bilaterali era quello di rafforzare la posizione internazionale dell’Argentina, non allineata con la cosiddetta guerra fredda. Frondizi, a tale proposito, aveva scritto un interessante libro al fine di approfondire le relazioni internazionali con i paesi asiatici, nonché su come ospitare le visite del presidente dell’Indonesia, Sukarno, e del premier d’Israele, Golda Meir.  Di particolare rilevanza, ai fini storici, fu il rapimento del criminale nazista Adolf Eichmann da parte del Mossad, che sotto falso nome si era rifugiato a Buenos Aires. Nella circostanza si era parlato della violazione della sovranità argentina, ma in effetti vi era stato un tacito e riservatissimo accordo tra Frondizi e David Ben Gurion, primo ministro d’Israele. Il contrasto tra Frondizi e i militari argentini si esasperò ulteriormente quando a Uruguayana, il 21 aprile 1961, incontrò il nuovo presidente del Brasile, Janio Quadros, con il quale aveva progettato un ambizioso piano di politica economica comune. La reazione dei generali fu veemente, perché Quadros aveva incontrato il ministro cubano dell’industria, Ernesto Guevara. Di fatto, come vedremo più avanti, l’incontro con il “Che” fu portatore del rovesciamento  sia di Quadros che di Frondizi.

I quattro anni della sua presidenza furono un continuo e snervante braccio di ferro: da una parte lui, le sue intenzioni riformiste, dall’altra i militari che si opponevano a ogni trasformazione degli equilibri sociali tradizionali sotto la pretesa del mantenimento dell’ordine. Frondizi un giorno cedeva e sacrificava ai militari un pezzo del suo programma o uno dei suoi collaboratori più battaglieri, ma il giorno dopo  passava al contrattacco destituendo un generale e appellandosi all’opinione pubblica dai microfoni della radio. La destituzione del generale Toronzo Montero, capo dei cosiddetti “gorilas”, cioè dell’ala più brutale ed oltranzista, seguita da un discorso pronunciato a Paranà, in cui denunciava la “cospirazione reazionaria  mondiale ispirata dai monopoli” furono gli atti che decisero i militari a spezzare definitivamente ogni parvenza di legalità. La mattina del 29 marzo 1962 i capi delle tre armi, esercito, marina e aviazione (per significare l’unanimità della decisione) si presentarono alla Casa Rosada, al Palazzo presidenziale: di fronte al rifiuto di Frondizi di cedere e dimettersi, lo dichiararono decaduto e lo inviarono al confino sotto forte scorta. I militari di allora, in Argentina, erano divisi in numerose correnti. Le più conosciute erano due: il partito “Colorado”, a tendenza fortemente autoritaria, con la sua ala estrema di “gorilas”; e il partito legalista o “Azul”.

Coerenza e autorevolezza nelle scelte

Ma non si deve credere che i “legalisti” o “azzurri” erano dei campioni della democrazia. Condividevano completamente, dei loro camerati “colorati”, la violenta ostilità alla riforma e la difesa dell’equilibrio  sociale; che, nelle condizioni dell’Argentina, significava la difesa degli interessi delle oligarchie economiche. Fu il partito legalista, ricordava Frondizi, ad abbattere, nel 1955, la dittatura di Peron. Ma la “revolucion libertadoracosì passò alla storia il movimento si preoccupò meno di consolidare la democrazia che di sbarrare il passo alle masse operaie, messe in movimento dalla confusa e demagogica predicazione populista di Peron. L’opposizione ai sindacati fu una costante di tutti i governi militari. Il contrasto fra Frondizi e i militari nasceva da epoca remota. Il primo a metterlo in carcere fu il generale Uriburu, nel 1931. Frondizi allora era un giovane e brillante avvocato. Da quel momento non ha più potuto tenere il conto delle “sue detenzioni”. Spesso mi ricordava che, durante il regime di Peron, era di casa nelle carceri di Buenos Aires. Dopo il suo forzato allontanamento da presidente della Repubblica, trascorse un anno e mezzo al confino: prima nell’isola Martin-Garcia, poi nelle desolate regioni della Patagonia. I cospiratori gli dissero che se avesse accettato di partire per l’esilio lo avrebbero immediatamente rimesso in libertà. Rispose con secco rifiuto, perché un “presidente eletto dal popolo non può volontariamente rinunciare al suo incarico, se non sono gli stessi elettori a deciderlo”. Chiara dimostrazione di coerenza e autorevolezza nelle scelte.

In Patagonia subì un attentato ad opera di due gangster dell’OAS, assoldati da estremisti militari, per  liquidare definitivamente i conti.

Solo l’intervento di monsignor Antonio Plaza, arcivescovo di La Plata che era stato avvertito riservatamente dell’operazione da un ex ufficiale della marina militare, Adolfo Scilingo  valse a salvargli la vita. A seguito della forte insistenza dell’alto prelato, il ministro degli Interni fu indotto a trasferire il prigioniero da una fattoria sperduta in un albergo, dove era più facile assicurare la sua protezione. Il citato attentato avvenne regolarmente ma fu sventato. In precedenza un altro gruppo di militari aveva minacciato di impossessarsi del prigioniero e di passarlo per le armi. Ma gli stessi agenti di custodia lo sollecitarono a mettersi in salvo con la fuga. Ma Frondizi, ancora una volta, rifiutò l’invito. E la moglie, sempre accanto a lui nella buona come nella cattiva sorte, sostenne sempre le sue decisioni con altrettanta fermezza. Così il periodo del suo mandato presidenziale si concluse al confino. Gli ambienti militari più estremisti avevano alimentato contro di lui un odio fanatico, viscerale. Frondizi venne definito da alcuni giornalisti europei e la definizione sintetizza bene le sue idee e i suoi interessi il “Mendés-France argentino”. Dai militari era considerato “un comunista, un trotzkista”, il nemico da abbattere, con qualsiasi mezzo. Durante il suo mandato, subì ben trentadue tentativi di colpo di stato, sino al pronunciamento finale.

La protezione di Sant’Ubaldo di Gubbio

Frondizi è stato un amico personale di John Fitzgerald Kennedy, che vedeva in lui e nei suoi programmi uno degli esempi di un “alleanza per il progresso”.

Ma i servizi segreti statunitensi e certi gruppi economici nordamericani non la pensavano alla stessa maniera. Cospiravano contro “l’amico” del loro presidente in combutta con i militari e le oligarchie argentine. Non potevano perdonare a Frondizi di averli denunciati apertamente, nel famoso discorso di Paranà, che pronunciò in questi termini: “Quei monopoli che si burlano della coscienza idealista e autenticamente democratica del giovane presidente John Fitzgerald Kennedy”.

Il colpo di stato finale, contro Frondizi, fu messo a segno, assieme a Toronzo Montero, dal Generale Raul Alejandro Poggi, capo del SIDE (servizio informazioni dell’esercito). La partita non era ancora chiusa. Al suo rientro a Buenos Aires dal confino, le uniche manifestazioni politiche permesse nel Paese erano i pranzi organizzati attorno a un uomo politico. Mi raccontò che a Bariloche, nel 1966, in uno di questi convegni due uomini dell’OAS, pagati dal generale Montero, tentarono di assassinarlo a colpi di pistola. Le pallottole ferirono suo fratello al braccio e un amico alla fronte. Frondizi, che riuscì illeso, sorridendo diceva spesso che la sua incolumità l’attribuiva alla protezione di Sant’Ubaldo di Gubbio (“che valeva di più di qualsiasi guardia del corpo”),  di cui portava sempre un frammento della berretta, regalatogli come reliquia da una sua sorella. La fibbia del suo cappotto era sostituita da una catenella, non per scaramanzia, ma per ricordargli la precarietà della sua libertà. La stessa serenità d’animo, lo stesso sottile umorismo, Frondizi lo mantenne nei confronti dei suoi avversari dichiarati: i militari.

Dei quali ricordava spesso che: “Al primo di loro che mi mise in carcere (generale José Félix Uriburu)  devo la moglie e la carriera politica. La moglie, perché fu appunto la pietà che ispirò la mia prigionia a convincerla a dichiararsi. La carriera politica, perché se non fosse stato per i militari sarei diventato un avvocato, un ricercatore, un topo di biblioteca”.

La grande amicizia con Kennedy 

Frondizi è stato all’origine di un giallo internazionale, relativo a un importante trattativa segreta, tra lui, Ernesto “Che” Guevara e John Fitzgerald Kennedy. Proprio su questo episodio fu lui, sette anni dopo, in occasione di una sua visita a Roma, a svelarmi gli aspetti inediti. Siamo a Punta del Este, in Uruguay, il 18 agosto 1961, dove si stava svolgendo il primo congresso economico-sociale interamericano. Era passato poco più di un anno dal disastro della Baia dei Porci, la fallita invasione di Cuba. L’atmosfera non era delle migliori, anche se fra gli invitati c’era il rappresentante cubano, appunto Guevara. Il capo della delegazione statunitense, Douglas Dillon, aveva avuto precise disposizioni da Kennedy. Cercava di rasserenare il clima molto teso. Del resto il messaggio del suo presidente, che egli lesse alla conferenza, diceva che nel Sudamerica ormai “non c’era posto per istituzioni che andavano a vantaggio di pochi  e ignoravano la necessità della maggioranza dei cittadini” e proponeva “mutamenti radicali, riforme agrarie e tributarie, maggiore impegno nei settori dell’educazione, della sanità, dell’edilizia”. Dopo la lettura del messaggio di Kennedy si mormorava che al congresso erano presenti solo due governi di sinistra: Cuba e gli Stati Uniti. Nessuno a Punta del Este si accorse delle manovre fuori scena di Arturo Frondizi. Un personaggio del suo staff prese contatti con i cubani e finì che Guevara accettò di recarsi segretamente a Buenos Aires, per un colloquio che aveva un terzo e lontano interlocutore, John Kennedy. “Io rispondo della sua vita” fa dire Frondizi a Guevara, “ma lei deve evitare imprudenze: se cercherà di vedere qualcuno oltre che me sarò costretto a impedirglielo”. Frondizi ritorna a Buenos Aires. Era soddisfatto. La prima parte del suo piano sembrava riuscita. Appena in Argentina organizza il viaggio di Guevara. Al corrente saranno dieci persone non una di più. I militari, soprattutto i “gorilla” del Capo di stato maggiore Toronzo Montero, non devono sapere assolutamente nulla: avevano giurato di uccidere Guevara e non avrebbero perso l’occasione. Un

aereo-taxi va a Punta del Este e preleva il “Che”. Frondizi incarica il comandante della guardia presidenziale, un colonnello di marina, di recarsi a un campetto d’aviazione privato con tre automobili corazzate e una scorta fidata. “Dall’aereo scenderà un uomo che riconoscerete subito. Portatelo da me. Siete responsabili della sua incolumità”. Guevara appare nella divisa oliva spiegazzata, senza gradi,  e il barbone incolto. Le guardie lo circondano e lo fanno sparire in auto. Mezz’ora dopo e a casa di Frondizi. “Era un giovanotto timido e umile, diverso dall’idea che si aveva di lui”. L’incontro non ebbe testimoni. Nella camera accanto c’era la moglie di Frondizi, mentre le guardie erano al pianterreno. Frondizi parla a titolo personale, ma ha concordato l’azione con Kennedy.

I rapporti fra il presidente argentino e quello statunitense sono molto stretti. Essi si sono visti più volte, si scambiavano frequenti lettere. John, un giorno a New York, aveva confessato a Frondizi: “Ecco, la Baia dei Porci è stato l’errore più grave della mia vita”. Ne accennava con amarezza. Cuba restava per lui una spina, per gli Stati Uniti una psicosi, per l’America Latina un problema drammatico. Quando Frondizi gli offrì la sua mediazione, Kennedy incoraggiò il dialogo con Guevara.  La tesi di Frondizi era questa: gli Stati Uniti e Cuba dovevano trovare un punto d’incontro e stabilire uno status quo. Tale punto si poteva trovare o attraverso l’America Latina, e allora Cuba rimaneva dentro il sistema americano; o attraverso l’Unione Sovietica, e allora Cuba andava a integrarsi nell’area sovietica. Nel primo caso Cuba riconosceva ai Paesi sudamericani il diritto di scegliersi il regime sociale e politico che volevano e si impegnava di non interferire negli affari degli altri; in egual maniera i Paesi sudamericani e gli Stati Uniti riconoscevano per Cuba il diritto di essersi scelto il suo regime e non lo avrebbero turbato.

“Giallo” internazionale

La risposta di Guevara fu: “Su tutto si può arrivare a un accordo, ma la strada per cambiare l’America Latina è quella delle guerriglie”. Non chiese di differire il dialogo, di consultarsi con Fidel Castro. “La nostra esperienza rivoluzionaria ci insegna che esiste soltanto la strada delle guerriglie”.  Dell’insistenza di Frondizi disse poi che il presidente argentino era un “borghese mistico”, cercando una convergenza almeno spirituale con il suo ospite.  Ma non volle più tornare sulla proposta. Aveva capito che dietro Frondizi vi erano l’Argentina, il Brasile, il Messico, in particolare che vi erano gli Stati Uniti di Kennedy. Sempre con tono timido, che aveva colpito Frondizi, continuò a ripetere che altre strade, altre soluzioni non le vedeva. Rassegnato al fallimento della mediazione, Frondizi spostò il discorso e domandò se a Cuba vi era la controguerriglia di cui molto si parlava. “Come è  possibile?” rispose Guevara con una risata. “Quando i contadini appoggiano la rivoluzione non c’è posto per la controguerriglia. Un vero rivoluzionario deve capire se i contadini sono con lui o contro di lui”. Queste parole ricordavano a Frondizi il desolato diario boliviano del “Che”, la confessione dell’errore che Guevara scoprì troppo tardi di essersi messo a guerrigliare in Bolivia fra contadini indifferenti o ostili, che lo lasciarono morire senza dargli una mano. Finito il colloquio, e rapidamente mangiata una bistecca che gli aveva preparato la signora Frondizi, Guevara pregò il presidente di violare i patti: a Buenos Aires viveva una sua zia, che lo aveva cresciuto e alla quale era affezionato. Chiese di rivederla anche solo per pochi minuti. Frondizi guardò l’orologio. L’aereo-taxi era già pronto al campo.  La scorta era sulle automobili. Il tempo previsto per la sosta argentina del “Che” stava per scadere: da un momento all’altro i militari avrebbero potuto scoprire la sua presenza e nessuno sarebbe riuscito a impedire un omicidio. Tuttavia Guevara insisteva. Dopo una serena stretta di mano tra Frondizi e il “Che”, la piccola colonna di macchine si avviò velocissima verso casa della zia.

Il comandante delle guardie presidenziali fece circondare la casa e accompagno il cubano, scusandosi se era costretto ad assistere all’incontro, che fu breve. Al tramonto l’areo decollava per Montevideo. Guevara si era fermato a Buenos Aires non più di sei ore. Ma in serata trapelarono le prime voci sullo strano viaggio del “Che”. Frondizi dovette comunicare al governo di essersi visto con il ministro di Cuba. Vi fu una sollevazione di militari. Durante la notte il presidente ne convocò una quarantina per fornire una versione dei fatti. I generali pretendevano le sue dimissioni. Anche i servizi segreti americani sembravano sconvolti: si acquietarono quando seppero che il viaggio e il colloquio erano avvenuti con l’intesa di Kennedy. La crisi di governo rientrò. Le notizie furono soffocate. Ma i militari non lo perdonarono mai. E Frondizi sfuggì più volte a  una serie di attentati. Perché quell’incontro segreto non ebbe seguito? La reazione dei militari argentini e degli altri paesi da un lato, la progressione di Cuba verso l’impegno con i sovietici dall’altro, avevano fatto sfumare rapidamente ogni speranza di intesa. Il “modus vivendi” verrà si trovato, ma in condizioni ben diverse e più drammatiche, con la “crisi dei missili” di un anno dopo, che porterà in mondo sulla soglia della catastrofe atomica.

Una delle figure più rappresentative e discusse del ‘900

Ritornando agli interrogativi iniziali. “L’eclissi democratica in America Latina non fu un fenomeno storico duraturo. Sono i militari, e non i democratici, che avevano il tempo contato come regime politico”. Frondizi ricordava che la via era ancora lunga e che richiedeva altre lotte e altri sacrifici. Ma, a suo giudizio, stavano emergendo le forze che potevano costituire un’alternativa valida e duratura al regime dei generali. Pensava a un fronte nazionale popolare nel quale potessero confluire le classi operaie, la piccola borghesia, gli imprenditori più moderati. Cioè tutte quelle classi e quei gruppi che identificavano i loro interessi con una economia dinamica di sviluppo e non la conservazione del ristagno. Frondizi, da presidente della Repubblica, ruppe la lunga consuetudine anticlericale dei radicali per stabilire ottimi rapporti con la Chiesa, di cui riteneva che  la positiva  evoluzione era sostenuta dall’atteggiamento post-conciliare dei cattolici argentini. “In dieci anni ricordava  l’influenza sociale esercitata dalla Chiesa si era trasferita dall’appoggio alle classi privilegiate all’appoggio delle rivendicazioni popolari”. Frondizi, negli anni successivi alla sua destituzione, non aveva alcuna ambizione di ritornare a ricoprire l’alta carica di presidente. Riteneva quell’esperienza un momento ormai concluso della sua vita. Continuerà comunque, con vigore, a dare la sua lungimirante opera affinché, nel Paese, si potessero risolutivamente affermare democrazia e sviluppo economico. Era un binomio che si identificava in lui. Non aveva nessuna intenzione di ritirarsi a vita privata. Voleva continuare la sua battaglia, con la stessa serenità d’animo del passato.

Tre storie ancora da redigere

L’analisi sulla sua vita ha comunque permesso di penetrare negli anfratti del passato per ricostruire la memoria su fatti interconnessi, che la storiografia deve ancora chiarire e dare dovute risposte. Tre date distinte e incancellabili: 29 marzo 1962, 27 ottobre 1962, 22 novembre 1963, in cui, rispettivamente, cadde il governo Frondizi, a seguito di golpe militare (“abbattuto dai grandi monopoli internazionali, legati ai settori economici e sociali più reazionari del Paese”) e perirono Enrico Mattei, in un incidente aereo (l’una persona al mondo che aveva osato sfidare apertamente le potentissime “Sette Sorelle” del petrolio) e il presidente americano John Kennedy, ucciso in un vile attentato.

Come si può pensare che certe verità che non cessano di scottare nonostante sepolte sotto la polvere di oltre dieci lustri volati come il vento celebrate e collocate in ben definiti ambiti politici, siano in grado di infrangere la cortina di ferro, che proprio la Storia, addomesticata da ben noti interessi di parte, ha creato per negare alla pubblica opinione di andare oltre la linea ufficiale del “seminato”!

Oggi Arturo Frondizi, una delle figure più rappresentative e discusse del ‘900, non finisce di stupire, come ogni grande della storia. E del quale molto verosimilmente non posso ritenere chiuso il registro delle varie letture interpretative della sua personalità e delle straordinarie doti di statista, di pensatore e di credente. Non si può, perciò, non aprirgli le porte della storia. Ma soprattutto ai valori autentici della vita!

Giancarlo Elia Valori
Giancarlo Elia Valori

Giancarlo Elia Valori * (twitter-logo@GEliaValori)

* Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.”
Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo
Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France