6 milioni l’anno le persone costrette a lasciare il proprio territorio per eventi climatici estremi. Nel 2011 danni economici pari a 380 miliardi di dollari. “Riaffermare i diritti umani delle persone costrette a migrare”

Migranti ambientali costretti ad abbandonare le proprie case e i luoghi dove sono nati e cresciuti a causa di eventi come uragani, tsunami, terremoti o alluvioni. Circa 6 milioni di profughi ambientali ogni anno. Un fenomeno che per il 2050, secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone. Uomini e donne invisibili, privi di tutele giuridiche, che vivono un dramma di cui si parla troppo poco e per cui non si fa quasi nulla per contrastarlo. Nel 2011 sono stati ben 302 gli eventi catastrofici che hanno colpito circa 206 milioni di persone (164 milioni in più rispetto al 2010) e causato danni economici pari a 380 miliardi di dollari (fonte International Disaser Database EM-DAT). Basti pensare che solo lo tsunami e il terremoto in Giappone hanno causato danni per circa 20 miliardi.

È la fotografia scattata da “Profughi ambientali: cambiamento climatico e migrazioni forzate”, il dossier di Legambiente che offre una panoramica sull’attuale emergenza umanitaria dei migranti ambientali e che allo stesso tempo vuole rilanciare all’attenzione internazionale questo problema in concomitanza di Rio+20, il summit internazionale sul clima in programma fino a domani, 22 giugno, in Brasile. Secondo Legambiente è necessario cambiare l’attuale paradigma economico ponendo al centro l’affermazione dei diritti umani e della natura.

“Rio+20 è il foro più adatto per discutere sulle cause che generano il fenomeno della migrazione ambientale e per trovare una via di lavoro comune per tutelare le persone colpite, anche grazie a un riconoscimento giuridico dei migranti. I decisori politici hanno il dovere di trattare questo tema – spiega Maurizio Gubbiotti da Rio, dove sta seguendo la Conferenza dei popoli –. Il problema delle migrazioni ambientali riguarda vari Stati, quelli colpiti direttamente dalle catastrofi, quelli che ospitano i migranti e quelli che in qualche modo provocano i cambiamenti climatici; per questo è importante facilitare la collaborazione tra le istituzioni e governi a livello internazionale, al fine di adottare misure di adattamento e mitigazione del rischio”.

Dal dossier emerge come ormai sia sempre più evidente il legame tra migrazioni forzate e cambiamenti climatici, quest’ultimi causati nella maggior parte dei casi da fattori antropici. Gli stessi scienziati dell’IPCC nel rapporto del 2012 “Managing the risks of extreme events and disasters to advance climate change adaptation”, hanno sottolineato come il fattore antropico influenzi i disastri climatici. I migranti ambientali sono, infatti, costretti a fuggire dagli effetti causati dal riscaldamento globale, dall’innalzamento del livello del mare che provoca la perdita del territorio, da desertificazioni e siccità, alluvioni o conflitti dovuti alle scarse risorse. A questi si aggiungono i tanti sfollati per terremoti o decisioni politiche che impongono la costruzione di dighe o d’impianti industriali con la conseguente distruzione di centri urbani o dei terreni .

Esempi di eventi climatici estremi arrivano dall’Africa, dal sud-America (Colombia e Brasile) e dall’Asia (Thailandia e Cambogia). In Tailandia, piogge monsoniche e cicloni tropicali tra luglio e ottobre 2011, aggravati dalle implicazioni de “La Niña”, hanno causato inondazioni senza precedenti colpendo 9,8 milioni di persone e uccidendone ben 657. In Colombia nell’aprile 2011 le forti piogge hanno provocato inondazioni che hanno ucciso 116 persone e fatto 5,85 miliardi di dollari in danni (2% del PIL Colombiano). Anche in Brasile le piogge torrenziali hanno colpito l’area a 40 km da Rio de Janeiro provocando vittime e sfollati. Due tra i Paesi più poveri della terra, la Somalia e il Corno d’Africa, hanno invece subito la peggiore siccità degli ultimi 60 anni. Una carestia che ha portato alla morte di migliaia di persone e animali, aggravando le condizioni di vita di oltre 10 milioni di persone. Ci sono poi eventi climatici più lenti come ad esempio le desertificazioni e la perdita di produttività del terreno che ugualmente provocano spostamenti di popolazioni il più delle volte dalle zone rurali alle città, determinando l’espansione incontrollata delle metropoli. Molto spesso le stesse città che accolgono i migranti ambientali sono vulnerabili ad aventi climatici estremi oppure non sono strategicamente preparate ad accogliere un numero maggiore di abitanti. C’è poi da considerare le possibili tensioni che potrebbero nascere tra nuovi migranti e vecchi abitanti.

Ma i disastri ambientali comportano perdite economiche non indifferenti: se nel 1980 le stime delle perdite annuali ammontavano ad alcuni miliardi di dollari; nel 2011 hanno invece superato i 300 miliardi. Stime che però non considerano le perdite di vite umane, del patrimonio culturale, e dei servizi eco sistemici che sono difficili da valutare e monetizzare.

Se poi gli eventi climatici estremi colpiscono persone e stati già particolarmente vulnerabili, le perdite economiche subite innescano un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Per questo motivo è fondamentale che almeno le spese per l’adattamento ai cambiamenti climatici vengano integrate nell’ attuale gestione del rischio di catastrofi.

C’è poi il problema dello status giuridico dei profughi ambientali. Nonostante la portata mondiale del problema, ancora oggi non esiste, infatti, un corpus legislativo specifico che tuteli i diritti dei migranti ambientali. Secondo Legambiente adottare una prospettiva che sia legalmente vincolante e priva di ambiguità è una priorità dalla quale non si può prescindere. Per far si che gli stati e le istituzioni riescano a proteggere i diritti di questi profughi, è necessario riconoscere lo status giuridico di coloro che sono costretti a spostarsi a causa di disastri ambientali e cambiamenti climatici.

Il dossier di Legambiente approfondisce anche il rapporto tra cambiamenti climatici- migrazione e sicurezza globale esaminando la situazione del Nord-Africa, del Bangladesh e India. Infine vengono analizzate le piccole Isole del Pacifico e l’Alaska che stanno perdendo parte dei loro territori a causa dell’innalzamento del livello del mare. Gli abitanti sono così costretti ad abbandonare le loro case e migrare verso l’interno o negli Stati Limitrofi. Per cercare di risolvere almeno in parte il problema, i governanti si stanno attivando per trovare soluzioni portando la questione all’attenzione del dibattito internazionale.