Parchi in festa per i 20 d’impegno per la conservazione del camoscio appenninico e per promuovere il progetto LIFE Coornata

E’ il camoscio più bello del mondo e lo abbiamo solo noi. Vive esclusivamente sull’Appennino, all’interno delle aree protette. Per gli esperti si chiama Rupricapra pyrenaica ornata. O più semplicemente camoscio appenninico. Si stima che nel nostro paese – e quindi in tutto il mondo – ce ne siano poco più di 1500 esemplari, altamente protetti. Attenzione a non confonderlo con il camoscio alpino, ampiamente diffuso sulle Alpi, che appartiene a una specie diversa e gode di un regime di protezione inferiore.

Domani, 22 maggio, per la giornata mondiale della biodiversità si celebrerà il Camoscio Day, dedicato ai 20 anni d’impegno dei parchi per la conservazione del camoscio appenninico. Un impegno a cui si aggiungono ora le attività del progetto europeo Life Coornata – il cui capofila è il Parco nazionale della Majella e di cui Legambiente è partner – e che interessa, per la prima volta, tutte le aree protette in cui si trova la popolazione appenninica della specie o che potenzialmente sono in grado di ospitarla: i parchi nazionali della Majella, d’Abruzzo Lazio e Molise, del Gran Sasso Monti della Laga, dei Monti Sibillini e il parco regionale Sirente Velino.

Per il Camoscio Day sono previsti eventi e visite guidate nelle aree faunistiche e la premiazione di coloro che si sono distinti per il loro contributo alla salvaguardia della specie. (Il programma è disponibile su http://www.camoscioappenninico.it ).

All’inizio del 900 la popolazione di camoscio appenninico si era ridotta a circa 30 individui, nel Parco nazionale d’Abruzzo (oggi Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), l’unico areale da dove non è mai scomparso. Il fatto di vivere in un territorio così ristretto, con continui incroci e quindi scarsa diversificazione genetica, lo mise a rischio di estinzione. Da qui la volontà del Parco di avviare, con i propri animali, introduzioni sulla Majella, sul Gran Sasso e, infine, sui Monti Sibillini, dove sono stati introdotti, negli ultimi 20 anni, esemplari che hanno dato vita a nuove colonie. Tanto che il vecchio appellativo di camoscio d’Abruzzo sta ormai decisamente stretto a questo animale che non ha nulla da invidiare all’orso bruno marsicano in quanto ad “ambasciatore dei parchi” e della buona riuscita delle loro politiche di conservazione.

Si contano oggi 530 camosci nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, 525 nel Parco Nazionale della Majella dove le reintroduzioni sono iniziate nel1991 e 450 nel Parco Nazionale del Gran Sasso dove i primi esemplari sono stati reintrodotti nel 1992. L’ultima colonia creata, e quindi la meno numerosa, è quella del Parco Nazionale dei Monti Sibillini: 29 camosci, di cui 14 nati in natura a partire dal 2010. Una quinta colonia sorgerà presto nel Parco Regionale del Sirente Velino, che studi recenti hanno individuato come area idonea, grazie al progetto Life Coornata.

“Il progetto Life Coornata – spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente, impegnata da anni in azioni e progetti di conservazione del camoscio appenninico – evidenzia la capacità dei parchi appenninici di fare progetti di sistema, di conservare specie faunistiche di grande importanza e soprattutto di coinvolgere i territori nella condivisione delle scelte. Il camoscio appenninico per questi territori rappresenta un’opportunità anche dal punto di vista della promozione e valorizzazione locale”.

E’ possibile avvistarlo liberamente nei territori in cui vive. Proteggerlo significa conservare in buona salute il suo habitat, con conseguenti ricadute positive anche su altre specie presenti, animali o vegetali. Per questo, i regolamenti dei parchi vanno sempre rispettati, come, per esempio rimanere sui sentieri. In caso d’incontro ravvicinato, poi, i camosci non vanno considerati alla stregua di animali domestici: non bisogna fornire loro cibo e cercare di toccarli, è importante evitare di spaventarli e di farli allontanare dai luoghi di pascolo.

(fonte: Legambiente.it)